RICOSTRUIRE L’EUROPA A PARTIRE DAI VALORI

 

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Il Centro Culturale Cattolico San Benedetto e la Fondazione Vittorino Colombo hanno organizzato una serata sul tema RICOSTRUIRE L’EUROPA A PARTIRE DAI VALORI presso la PARROCCHIA San Giuseppe Calasanzio. Sono intervenuti Andrew Spannaus giornalista e analista americano, autore del libro “La rivolta degli elettori. Il ritorno dello stato e il futuro dell’Europa” e Mattia Francesco Ferrero Delegato Attività internazionali Unione Giuristi Cattolici Italiani. Ha moderato al serata Paolo Tanduo

 

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Siria Testimonianze di Giuseppe Caffulli e Fra Ibrahim Alsabagh parroco di Aleppo.

Abbiamo invitato Giuseppe Caffulli, Giornalista, direttore della rivista Terrasanta, appena tornato da un viaggio in Siria, che ci ha aiutato a capire cosa accade oggi li con il suo racconto diretto. Abbiamo ascoltato anche un’intervista a Fra Ibrahim Alsabagh parroco di Aleppo.

In Siria i frati della Custodia di Terra Santa sono quindici e sono presenti in varie zone: Latakia; Damasco (Damasco-Bab Touma, Damasco-Salieh, Damasco-Tabbaleh, Maarat Sidnaya); Aleppo (Aleppo-Azizieh, Aleppo-Er Ram, Aleppo Centro Sant’Antonio, Slenfe); in alcuni villaggi della valle Orontes Kanye,  Yacoubieh).

Associazione pro Terra Sancta coordina centri di emergenza, assistenza e sviluppo operando in particolare a Damasco, Aleppo, Latakia e Knayeh, Yacubieh.

L’intervento si articola in queste principali attività:

1. Aiuto e sostegno ai più poveri

  • Distribuzione di pacchi alimentari e beni di prima necessità
  • Distribuzione di acqua tramite pozzi
  • Distribuzione di gasolio per elettricità e riscaldamento

2. Interventi sanitari e distribuzione di medicinali

  • Distribuzione di medicinali
  • Copertura spese per interventi ospedalieri
  • Sostegno ai tre ospedali cristiani ad Aleppo e Damasco

3. Studio, educazione per bambini e giovani

  • Sostegno ad asili e centri giovanili
  • Creazione di spazi di studio
  • Creazione di spazi di dialogo e condivisione

Come puoi aiutare l’operato dei Francescani in Siria 

Viaggio Apostolico negli Emirati Arabi Uniti: Incontro interreligioso

Una nostra lettera pubblicata su Avvenire

Buongiorno direttore

Siamo rimasti molto colpiti dal viaggio negli Emirati Arabi Uniti di papa Francesco. Una visita storica come la stessa messa allo stadio: un evento e un’immagine che raccontano meglio di molte parole. Per la prima volta in un paese della penisola arabica si è celebrata una messa in pubblico. Un segnale di un desiderio che qualcosa cambi forse. Una grande speranza. Il modo islamico fino ad oggi schiacciato dal fondamentalismo islamico forse sta cercando una via per uscire da un tunnel di violenza che ha purtroppo radicalizzato una sua parte significativa.

Papa Francesco in un bellissimo discorso ha indicato come via la condanna la violenza nel nome di Dio, la reciprocità, il  riconoscerci tutti fratelli, garantire la libertà religiosa e la stessa dignità ad ogni uomo e ha indicato anche il modo, “il giusto atteggiamento non è né l’uniformità forzata, né il sincretismo conciliante: quel che siamo chiamati a fare, da credenti, è impegnarci per la pari dignità di tutti, in nome del Misericordioso che ci ha creati e nel cui nome va cercata la composizione dei contrasti e la fraternità nella diversità”.

Ringraziamo Dio per questo momento storico convinti che sia una tappa importante per la costruzione di un mondo in cui si superino le divisioni.

Luca e Paolo Tanduo

 

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 6 febbraio 2019

w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2019/documents/papa-francesco_20190206_udienza-generale.html

Per la prima volta un Papa si è recato nella penisola arabica. E la Provvidenza ha voluto che sia stato un Papa di nome Francesco, 800 anni dopo la visita di san Francesco di Assisi al sultano al-Malik al-Kamil. Ho pensato spesso a san Francesco durante questo Viaggio: mi aiutava a tenere nel cuore il Vangelo, l’amore di Gesù Cristo, mentre vivevo i vari momenti della visita; nel mio cuore c’era il Vangelo di Cristo, la preghiera al Padre per tutti i suoi figli, specialmente per i più poveri, per le vittime delle ingiustizie, delle guerre, della miseria…; la preghiera perché il dialogo tra il Cristianesimo e l’Islam sia fattore decisivo per la pace nel mondo di oggi.

[…]

In un’epoca come la nostra, in cui è forte la tentazione di vedere in atto uno scontro tra le civiltà cristiana e quella islamica, e anche di considerare le religioni come fonti di conflitto, abbiamo voluto dare un ulteriore segno, chiaro e deciso, che invece è possibile incontrarsi, è possibile rispettarsi e dialogare, e che, pur nella diversità delle culture e delle tradizioni, il mondo cristiano e quello islamico apprezzano e tutelano valori comuni: la vita, la famiglia, il senso religioso, l’onore per gli anziani, l’educazione dei giovani, e altri ancora.

Negli Emirati Arabi Uniti vive circa poco più di un milione di cristiani: lavoratori originari di vari Paesi dell’Asia. Ieri mattina ho incontrato una rappresentanza della comunità cattolica nella Cattedrale di San Giuseppe ad Abu Dhabi – un tempio molto semplice – e poi, dopo questo incontro, ho celebrato per tutti. Erano moltissimi! Dicono che tra quanti erano dentro lo stadio, che ha capacità per 40 mila, e quanti erano davanti agli schermi fuori dello stadio, si arrivava a 150 mila! Ho celebrato l’Eucaristia nello stadio della città, annunciando il Vangelo delle Beatitudini. Nella Messa, concelebrata con i Patriarchi, gli Arcivescovi Maggiori e i Vescovi presenti, abbiamo pregato in modo particolare per la pace e la giustizia, con speciale intenzione al Medio Oriente e allo Yemen.

Cari fratelli e sorelle, questo Viaggio appartiene alle “sorprese” di Dio. Lodiamo dunque Lui e la sua provvidenza, e preghiamo perché i semi sparsi portino frutti secondo la sua santa volontà.

Tratto dal sito http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2019/2/4/incontro-interreligioso.html

INCONTRO INTERRELIGIOSO

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Founder’s Memorial (Abu Dhabi)
Lunedì, 4 febbraio 2019

[…]

Con animo riconoscente al Signore, nell’ottavo centenario dell’incontro tra San Francesco di Assisi e il sultano al-Malik al-Kāmil, ho accolto l’opportunità di venire qui come credente assetato di pace, come fratello che cerca la pace con i fratelli. Volere la pace, promuovere la pace, essere strumenti di pace: siamo qui per questo.

EAU Papa logoIl logo di questo viaggio raffigura una colomba con un ramoscello di ulivo. È un’immagine che richiama il racconto del diluvio primordiale, presente in diverse tradizioni religiose. Secondo il racconto biblico, per preservare l’umanità dalla distruzione Dio chiede a Noè di entrare nell’arca con la sua famiglia. Anche noi oggi, nel nome di Dio, per salvaguardare la pace, abbiamo bisogno di entrare insieme, come un’unica famiglia, in un’arca che possa solcare i mari in tempesta del mondo: l’arca della fratellanza.

Il punto di partenza è riconoscere che Dio è all’origine dell’unica famiglia umana. Egli, che è il Creatore di tutto e di tutti, vuole che viviamo da fratelli e sorelle, abitando la casa comune del creato che Egli ci ha donato. Si fonda qui, alle radici della nostra comune umanità, la fratellanza, quale «vocazione contenuta nel disegno creatore di Dio»[1]. Essa ci dice che tutti abbiamo uguale dignità e che nessuno può essere padrone o schiavo degli altri.

Non si può onorare il Creatore senza custodire la sacralità di ogni persona e di ogni vita umana: ciascuno è ugualmente prezioso agli occhi di Dio. Perché Egli non guarda alla famiglia umana con uno sguardo di preferenza che esclude, ma con uno sguardo di benevolenza che include. Pertanto, riconoscere ad ogni essere umano gli stessi diritti è glorificare il Nome di Dio sulla terra. Nel nome di Dio Creatore, dunque, va senza esitazione condannata ogni forma di violenza, perché è una grave profanazione del Nome di Dio utilizzarlo per giustificare l’odio e la violenza contro il fratello. Non esiste violenza che possa essere religiosamente giustificata.

…]

Desidero perciò esprimere apprezzamento per l’impegno di questo Paese nel tollerare e garantire la libertà di culto, fronteggiando l’estremismo e l’odio. Così facendo, mentre si promuove la libertà fondamentale di professare il proprio credo, esigenza intrinseca alla realizzazione stessa dell’uomo, si vigila anche perché la religione non venga strumentalizzata e rischi, ammettendo violenza e terrorismo, di negare sé stessa.

La fratellanza certamente «esprime anche la molteplicità e la differenza che esiste tra i fratelli, pur legati per nascita e aventi la stessa natura e la stessa dignità»[2]. La pluralità religiosa ne è espressione. In tale contesto il giusto atteggiamento non è né l’uniformità forzata, né il sincretismo conciliante: quel che siamo chiamati a fare, da credenti, è impegnarci per la pari dignità di tutti, in nome del Misericordioso che ci ha creati e nel cui nome va cercata la composizione dei contrasti e la fraternità nella diversità. Vorrei qui ribadire la convinzione della Chiesa Cattolica: «Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio»[3].

[…]

L’educazione e la giustizia

Torniamo così all’immagine iniziale della colomba della pace. Anche la pace, per spiccare il volo, ha bisogno di ali che la sostengano. Le ali dell’educazione e della giustizia.

L’educazione – in latino indica l’estrarre, il tirare fuori – è portare alla luce le risorse preziose dell’animo. È confortante constatare come in questo Paese non si investa solo sull’estrazione delle risorse della terra, ma anche su quelle del cuore, sull’educazione dei giovani. È un impegno che mi auguro prosegua e si diffonda altrove. Anche l’educazione avviene nella relazione, nella reciprocità. Alla celebre massima antica “conosci te stesso” dobbiamo affiancare “conosci il fratello”: la sua storia, la sua cultura e la sua fede, perché non c’è conoscenza vera di sé senza l’altro. Da uomini, e ancor più da fratelli, ricordiamoci a vicenda che niente di ciò che è umano ci può rimanere estraneo[7]. È importante per l’avvenire formare identità aperte, capaci di vincere la tentazione di ripiegarsi su di sé e irrigidirsi.

Investire sulla cultura favorisce una decrescita dell’odio e una crescita della civiltà e della prosperità. Educazione e violenza sono inversamente proporzionali. Gli istituti cattolici – ben apprezzati anche in questo Paese e nella regione – promuovono tale educazione alla pace e alla conoscenza reciproca per prevenire la violenza.

I giovani, spesso circondati da messaggi negativi e fake news, hanno bisogno di imparare a non cedere alle seduzioni del materialismo, dell’odio e dei pregiudizi; imparare a reagire all’ingiustizia e anche alle dolorose esperienze del passato; imparare a difendere i diritti degli altri con lo stesso vigore con cui difendono i propri diritti. Saranno essi, un giorno, a giudicarci: bene, se avremo dato loro basi solide per creare nuovi incontri di civiltà; male, se avremo lasciato loro solo dei miraggi e la desolata prospettiva di nefasti scontri di inciviltà.

La giustizia è la seconda ala della pace, la quale spesso non è compromessa da singoli episodi, ma è lentamente divorata dal cancro dell’ingiustizia.

[…]

Una convivenza fraterna, fondata sull’educazione e sulla giustizia; uno sviluppo umano, edificato sull’inclusione accogliente e sui diritti di tutti: questi sono semi di pace, che le religioni sono chiamate a far germogliare. Ad esse, forse come mai in passato, spetta, in questo delicato frangente storico, un compito non più rimandabile: contribuire attivamente a smilitarizzare il cuore dell’uomo. La corsa agli armamenti, l’estensione delle proprie zone di influenza, le politiche aggressive a discapito degli altri non porteranno mai stabilità. La guerra non sa creare altro che miseria, le armi nient’altro che morte!

La fratellanza umana esige da noi, rappresentanti delle religioni, il dovere di bandire ogni sfumatura di approvazione dalla parola guerra. Restituiamola alla sua miserevole crudezza. Sotto i nostri occhi sono le sue nefaste conseguenze. Penso in particolare allo Yemen, alla Siria, all’Iraq e alla Libia. Insieme, fratelli nell’unica famiglia umana voluta da Dio, impegniamoci contro la logica della potenza armata, contro la monetizzazione delle relazioni, l’armamento dei confini, l’innalzamento di muri, l’imbavagliamento dei poveri; a tutto questo opponiamo la forza dolce della preghiera e l’impegno quotidiano nel dialogo. Il nostro essere insieme oggi sia un messaggio di fiducia, un incoraggiamento a tutti gli uomini di buona volontà, perché non si arrendano ai diluvi della violenza e alla desertificazione dell’altruismo. Dio sta con l’uomo che cerca la pace. E dal cielo benedice ogni passo che, su questa strada, si compie sulla terra.

 

Papa Francesco negli Emirati Arabi Uniti – Giuseppe Caffulli

 

Abbiamo riletto l’incontro svoltosi negli Emirati Arabi Uniti sottolineando le novità e la portata storica dell’evento e i segni di speranza che porta inserendo anche un rilettura del contesto in cui si trovano oggi i cristiani nella Penisola Arabica, per questo abbiamo invitato Giuseppe Caffulli, Giornalista, direttore della rivista Terrasanta. Caffulli ci ha aiutato a rileggere al situazione oggi nella penisola arabica e come sia nato questo incontro. 

 

PAOLO VI SANTO DELLA VITA E DELL’ARTE

Il Centro Culturale San Benedetto, Centro Culturale San Protaso, Movimento per la Vita Ambrosiano, CLOMB hanno organizzato  Giovedì 8 NOVEMBRE 2018 l’incontro PAOLO VI SANTO DELLA VITA E DELL’ARTE.

Sono intervenuti Luca Frigerio scrittore, giornalista e critico d’arte, redattore dei media della Diocesi di Milano e Angelo De Lorenzi giornalista pubblicista, autore del libro “Paolo VI Il santo della vita”

Angelo De Lorenzi ripercorrendo al vita di Giovanni Battista Montini ha evidenziato come la sua azione sia sempre stata caratterizzata da “apertura”, una choesa i uscita diremmo oggi, da “missionarietà”, da “carità”, da attenzione al “dialogo con il mondo dalla cultura”, da “ecumenismo”. Centrale nel suo pontificato e nella sua vita fu anche l’attenziona alla vita, con uno sguardo integrale all’uomo, come nell’enciclica Humane Vitae ma anche nel tentativo di salvare la vita al suo amico Aldo Moro.

Ricordiamo le parole con cui Paolo VI introdusse l’enciclica Humane VitaeLe nostre parole hanno oggi un tema obbligato dalla Enciclica, intitolata Humanae vitae, che abbiamo pubblicato in questa settimana circa la regolazione della natalità. Riteniamo che vi sia noto il testo di questo documento pontificio, o almeno il suo contenuto essenziale, che non è soltanto la dichiarazione d’una legge morale negativa, cioè l’esclusione d’ogni azione, che si proponga di rendere impossibile la procreazione (n. 14), ma è soprattutto la presentazione positiva della moralità coniugale in ordine alla sua missione d’amore e di fecondità «nella visione integrale dell’uomo e della sua vocazione, non solo naturale e terrena, ma anche soprannaturale ed eterna» (n. 7)”.

Angelo De Lorenzi nel concludere il suo intervento ha sottolineato come Paolo VI debba essere ricordato come una persona che ha saputo stupirsi e stupire di fronte all’avvenimento di Cristo, della fede.

Luca Frigerio partendo dall’omelia fatta da Paolo VI in occasione della «MESSA DEGLI ARTISTI» NELLA CAPPELLA SISTINA nella Solennità dell’Ascensione di Nostro Signore
Giovedì, 7 maggio 1964  ha ricordato come ci fosse stata una frattura tra il mondo degli artisti e la Chiesa, Paolo VI infatti affermava “Sono mai venuti gli artisti dal Papa? È la prima volta che ciò si verifica, forse. O cioè, sono venuti per secoli, sono sempre stati in relazione col Capo della Chiesa Cattolica, ma per contatti diversi. Si direbbe perfino che smontini_giovane_ballai è perduto il filo di questa relazione, di questo rapporto”. Luca Frigerio ripercorre con alcuni esempi le dinamiche che avevano portato a questo allontanamento per poi concentrarsi a partire dalla storia di Giovanni Battista Montini fin dalla sua giovinezza della sua ricerca e dialogo continuo col mondo artistico contemporaneo. Viene mostrato fra l’altro un dipinto del giovane Montini realizzato da Giacomo Balla e immagini della visita di Montini alla villa Clerici quando era vescovo di Milano. Paolo VI, uomo illuminato e amante dell’arte promosse anche la costruzione di nuovi edifici di culto nel periodo milanese aprendo ad una visione dell’architettura moderna. A Roma da Papa inaugurò la Galleria di Arte Contemporanea.

 

 

Pensare l’alleanza delle istituzioni per il bene comune

La nostra lettera pubblicata su Avvenire del 13/2/2019
Ringraziamo SE Mons Delpini per il bel messaggio che ha voluto dare alla città di Milano in occasione dell’intervento presso il consiglio comunale.
Abbiamo innanzitutto apprezzato il richiamo a guardare alla Chiesa e a confrontarsi con essa non solo per quello che fa e per la sua “utilità” ma quello che di più proprio la Chiesa cattolica ha da offrire che “è la persuasione che la vita abbia un senso, che abbia una direzione, che sia risposta alla promessa di Dio della vita eterna“. 
In particolare vogliamo ringraziare SE Mons Delpini per aver richiamato la centralità del tema della famiglia e il coraggio che ha mostrato anche nel sottolineare che “La considerazione della famiglia e la sua centralità per il benessere della città si scontra con la tendenza diffusa a dare enfasi ai diritti individuali, nel costume, nella mentalità e nella legislazione nazionale come nelle delibere comunali”. Invece come dice Delpini, in vista della promozione del bene comune, è necessario che “si promuova la famiglia come forma stabile di convivenza, di responsabilità degli uni per gli altri, di luogo generativo di futuro” soprattutto difronte ai dati che sempre più indicano le problematicità verso cui la famiglia innanzitutto può rappresentare una risorsa e una risposta : “preoccupante calo demografico, la desolata solitudine degli anziani, i fenomeni allarmanti della dispersione scolastica, delle dipendenze in giovanissima età, dell’indifferenza individualistica”.
Ringraziamo poi SE Mons Delpini per aver sottolineato il ruolo che svolgono le numerose associazioni e istituzioni nella città nel promuovere il buon vicinato, e tra questi anche il ruolo dei centri culturali.
Infine siamo lieti che abbia richiamato il fatto che “La prospettiva di Milano deve essere Europea e Mediterranea, per essere fedele alla sua vocazione. Questi orizzonti irrinunciabili acquistano particolare fascino e sono una particolare responsabilità in questa stagione che prepara le elezioni europee e registra una povertà preoccupante di contenuti”.

 

IL TESTO INTEGRALE DELL’INTERVENTO DI SE MONS DELPINI

Consiglio Comunale di Milano
11 febbraio 2019.

Intervento di Del Pini al Consiglio Comune di Milano

delpini
Premesse
a) Un articolo della Costituzione della Repubblica Italiana
Art. 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
b) L’occasione e la gratitudine
L’invito rivolto al Vescovo a partecipare e a rivolgere la sua parola al Consiglio Comunale di Milano è un modo con cui l’amministrazione comunale riconosce la rilevanza per il bene di Milano della Chiesa cattolica nella sua capillare presenza sul territorio. La coincidenza di questa data con il ricordo dei Patti Lateranensi, per quanto casuale, è però significativa e consente di riconoscere che entro i rapporti non privi di complessità tra lo Stato Italiano e la Chiesa cattolica, la tradizione e l’attualità milanese scrivono pratiche di eccellenza, anche in questo campo. D’altronde l’art. 1 dell’Accordo di revisione del Concordato lateranense, siglato il 18 febbraio del 1984, impegna “la Repubblica italiana e la Chiesa cattolica alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese”.

Il vescovo esprime gratitudine per questo apprezzamento che riconosce l’incalcolabile patrimonio di cultura, di solidarietà, di assistenza, di dedizione educativa. Naturalmente il vescovo esprime anche l’auspicio che le persone che pensano e riflettono con spirito critico e autocritico non si confrontino con la Chiesa cattolica solo per riconoscere il servizio che ha reso e rende in molti ambiti della vita della città e per l’“utilità” che rappresenta, ma anche per lasciarsi interrogare dalla parola e dalle intenzioni che muovono la Chiesa a questa presenza, a questo servizio, a questa disponibilità a farsi carico delle persone e delle problematiche. Infatti quello che di più proprio la Chiesa cattolica ha da offrire è la persuasione che la vita abbia un senso, che abbia una direzione, che sia risposta alla promessa di Dio della vita eterna e che la via sia buona in obbedienza al comandamento di Gesù che indica la strada dell’amore fraterno e del servizio ai poveri quale frutto della vita di Dio donata agli uomini, cioè della vita eterna, alla quale guarda la nostra speranza.
1. Il linguaggio comune come condizione del pensiero costruttivo.
Nel riproporre quanto è stato indicato con l’intenzione di formulare un augurio, sia pure con una espressione un po’ provocatoria, nel discorso intitolato “Autorizzati a pensare”, mi permetto di condividere una riflessione sulle condizioni per l’esercizio del pensiero che abbia come oggetto la vita della città e le prospettive per cui possiamo impegnarci.
Credo che per un pensiero che renda vivo il dialogo, audace e lungimirante la progettualità, rispettoso il confronto tra le diverse posizioni e i diversi punti di vista, corretta la sfida per conquistarsi il consenso dei cittadini, la condizione sia di condividere un linguaggio, cioè di avere come punti di riferimento condivisi alcuni valori, di praticare come procedure comuni alcune regole di comportamento.
La riproposizione di alcune di queste componenti di un “linguaggio comune” può suonare come una ripetizione dell’ovvio; può anche essere, però, un ritrovare le radici da cui viene il vigore per portare frutto, la fierezza di una appartenenza e la persuasione della legittimità delle differenze e delle contrapposizioni.
Infatti, sul presupposto della condivisa opzione democratica e nella legittimità delle diverse anime che abitano la città, risulta costruttiva quella dialettica democratica che lascia emergere anche decisioni alternative che cercano poi nel voto dei cittadini la verifica della corrispondenza tra le scelte compiute e le attese della popolazione.
Tra gli elementi che compongono il “linguaggio comune” è doveroso riconoscere la Costituzione della Repubblica italiana. Si riconosce che la nostra Costituzione è un testo che conserva il suo valore e nella prima parte raccoglie il convergere di principi condivisi dai padri costituenti, che pure esprimevano culture, punti di vista, ideologie diverse e anche contrastanti. Il riferimento alla costituzione non può essere solo un appello retorico, deve piuttosto essere un criterio per orientare e giudicare le scelte, con l’inevitabile impegno di interpretazione e di mediazione nel contesto attuale. Per esempio l’art 3 che ho citato in premessa indica impegni e orientamenti che possono essere molto incisivi nelle scelte ordinarie dell’Amministrazione comunale.
Mi permetto di sottolineare che tra i fattori determinanti del “linguaggio comune” deve essere iscritta una nozione condivisa di “bene comune”, supponendo che sia condiviso il principio che l’Amministrazione comunale deve farsi carico del bene comune. Se questo sta, è determinante chiarire che cosa si intende per “bene comune”.
Mi permetto di suggerire che il “bene comune” debba essere inteso come il convivere sereno e solidale dei cittadini. Promuovere il bene comune significa quindi promuovere la appartenenza consapevole alla comunità cittadina.
Ancora mi permetto di mettere in evidenza che tra i fattori determinanti del “linguaggio comune” dovrebbe essere incluso un tema che può essere controverso, ma che io ritengo irrinunciabile e che merita di essere oggetto del pensare costruttivo, critico, saggio al quale ci sentiamo autorizzati. E’ il tema della centralità della famiglia: ritengo infatti che la famiglia sia la risorsa determinante per favorire il convivere sereno e solidale. La considerazione della famiglia e la sua centralità per il benessere della città si scontra con la tendenza diffusa a dare enfasi ai diritti individuali, nel costume, nella mentalità e nella legislazione nazionale come nelle delibere comunali. A me sembra però che sia ragionevole, in vista della promozione del bene comune, che si promuova la famiglia come forma stabile di convivenza, di responsabilità degli uni per gli altri, di luogo generativo di futuro. Il preoccupante calo demografico, la desolata solitudine degli anziani, i fenomeni allarmanti della dispersione scolastica, delle dipendenze in giovanissima età, dell’indifferenza individualistica devono dare molto da pensare a chi ha a cuore il bene comune. Ribadisco la mia persuasione, espressa anche nel discorso di sant’Ambrogio, che sia onesto riconoscere che le problematiche nominate e anche altre connesse suggeriscono che la famiglia è la risorsa determinante, è la cellula vivente … certo la famiglia non da sola: pertanto mi sembra opportuno invitare le istituzioni e impegnare la Chiesa diocesana a convergere nel propiziare le condizioni perché si possano formare famiglie e siano aiutate ad essere stabili, a vivere i loro desideri, a praticare le loro responsabilità (Autorizzati a pensare, 27).
2. Percorsi di pensiero costruttivo.
Per quanto io posso vedere questa finalità comprensiva suggerisce almeno due percorsi che mi sento di raccomandare e di riproporre.
Il primo percorso si può riassumere nell’arte del buon vicinato. È un percorso che invita e responsabilizza tutti i cittadini e tutti gli abitanti che convivono nella città e che propone l’atteggiamento della cittadinanza attiva, vigile, intraprendente. Il buon vicinato, infatti, non si può decidere con una delibera comunale eppure non si deve neppure lasciare alla buona volontà dei singoli. Si tratta di una promozione culturale che grazie alla mediazione di molte presenze territoriali diffonde un modo di intendere il vicino, i vicini di casa come potenziali alleati e non come potenziali minacce. Le presenze territoriali che possono favorire e praticare questo atteggiamento e le attività che ne possono conseguire sono molteplici e devono trovare sostegno, incoraggiamento per rendere incisiva la loro azione. Tali presenze si possono nominare in modo solo allusivo, dato il loro numero e la loro diffusione nel territorio: nomino quindi le parrocchie e gli oratori, le scuole e i centri culturali, le associazioni di volontariato e di solidarietà, i centri di ascolto e i consultori familiari, le associazioni dei commercianti, degli inquilini, i presidi sanitari, ecc.
Ritengo che l’Amministrazione comunale possa fare molto per sostenere le buone pratiche e bonificare i territori esposti al pericolo di diventare incubatori di violenza, risentimento, illegalità. La cura per i servizi sul territorio e il coinvolgimento dei cittadini per il buon funzionamento dei servizi (dalla Nettezza urbana ai trasporti pubblici, dalla manutenzione del verde pubblico al contenimento dei vandalismi, ecc), la cura per le condizioni abitative e il patrimonio immobiliare, la cura per il trasporto pubblico, la presenza capillare della Polizia Locale, la promozione di iniziative di animazione, di festa nei quartieri, e chi sa quante altre cose che si fanno, che si potrebbero fare, sono aiuti concreti e incoraggianti per molti cittadini e abitanti che desiderano contribuire a un convivere sereno e solidale.
Il secondo percorso si può riassumere nell’alleanza delle istituzioni. Si deve riconoscere che nella tradizione milanese le istituzioni hanno coltivato rapporti di stima reciproca, di abituale collaborazione, di molteplicità di confronti. Credo che la stagione sia propizia e incoraggiante per intensificare questa dinamica positiva. L’alleanza tra le istituzioni deve essere intesa come uno stile di rapporti, di incontri, di confronto che diventa il contesto favorevole a rispondere alle domande imposte dal presente e dal futuro.
Tali domande sono domande di orizzonte e di prospettiva: che cosa intendiamo per “città”? come descriverne il “funzionamento”, le sue dinamiche interne, le pressioni e i condizionamenti del contesto nazionale, europeo, planetario? quale città vorremmo costruire? Quali risorse abbiamo per dare un volto desiderabile alla città? Affrontare queste domande richiede non solo competenza ed esperienza, ma anche una visione di prospettiva. La prospettiva di Milano deve essere Europea e Mediterranea, per essere fedele alla sua vocazione. Questi orizzonti irrinunciabili acquistano particolare fascino e sono una particolare responsabilità in questa stagione che prepara le elezioni europee e registra una povertà preoccupante di contenuti.
Ma le domande sorgono anche dalla “cronaca spicciola”, cioè dalla vita vissuta nei diversi territori della città, così articolata e differenziata. In ogni territorio ci si deve domandare: quali sono le risorse? Quali sono le presenze promettenti? Quali le presenze preoccupanti? Quali i servizi necessari? Quali i luoghi di promozione dell’incontro, del “buon vicinato”? Quali le problematiche più acute e da affrontare con urgenza?
In città vivono e operano istituzioni prestigiose, efficienti, dotate di risorse, di idee, di esperienza. Tra le istituzioni si devono nominare l’Amministrazione comunale, le università e la scuola, le forze dell’ordine, le parrocchie e la chiesa diocesana, le comunità cristiane e di altre religioni.
La mia presenza in questa sede e in questa occasione è per ribadire la disponibilità della Chiesa diocesana nelle sue varie articolazioni centrali e territoriali per essere partecipe di questa alleanza, per farsi promotrice attiva di quanto può consolidarla e renderla operativa nell’affrontare le domande di più ampio orizzonte e le domande che sorgono dalla cronaca spicciola. La Chiesa ambrosiana può offrire il servizio disinteressato per coniugare sviluppo ed equità, sicurezza e inclusione con la sua presenza capillare in tutta la città e la sua riserva di sapienza e di speranza che le ha consentito di attraversare i secoli e di guardare con fiducia al futuro.

SI PARLA DI NOI : MOSTRA LA GRANDE GUERRA

Nelle ultime settimane la mostra è stata esposta a San Giovanni Bianco (BG) e a Pogliano Milanese-Vanzago (MI) presso la Scuola Secondaria di 1° grado, “A. Ronchetti” de l’Istituto Comprensivo Vanzago-Pogliano Milanese. Ecco di seguito e in allegato alcune recensioni pubblicate.

Grande Guerra Il ruolo dei cattolici di Silvia Salvi L’ECO_DI_BERGAMO_13_11_2018-2 

 

La recensione di Domenico Bonvegna UNO STUDIO PEDAGOGICO E INFORMATIVO SULLA GRANDE GUERRA si trova anche sul sito

Ambrogio Gervaso Protaso confermate su basi scientifiche le notizie della tradizione

Tratto dal sito https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/ambrogio-gervaso-e-protaso-ricostruite-le-loro-fisionomie-e-le-loro-storie-236417.html

I primi esiti della ricognizione dei corpi dei santi maggiori della Diocesi confermano su basi scientifiche le notizie della tradizione: il volto di Ambrogio è quello ritratto nella cappella di San Vittore, confermato il martirio dei fratelli Gervaso e Protaso.

Come afferma la tradizione, Sant’Ambrogio si era procurato una brutta frattura alla spalla destra in seguito a un incidente e il suo volto doveva essere molto simile a quello raffigurato nel ritratto che compare nel mosaico della cappella di San Vittore in Ciel d’oro, all’interno della Basilica fatta costruire dal santo durante il suo episcopato milanese. Gervaso e Protaso, invocati da Ambrogio “tales ambio defensores”, avevano una ragguardevole statura, furono martirizzati in giovane età ed erano certamente fratelli.

Questi sono i primi esiti della ricognizione eseguita sui resti dei corpi dei tre santi maggiori della Chiesa ambrosiana, nell’ambito di una campagna di studi multi-disciplinare coordinata dalla professoressa Cristina Cattaneo, Ordinario di Medicina Legale e direttrice del Centro LabAnOf dell’Università Statale dio Milano.

Dall’esame radiologico e anatomico eseguito risulta, infatti, che i resti di Ambrogio sono quelli di un uomo sano di circa sessant’anni, alto circa 170 cm, con una brutta frattura alla clavicola destra che gli doveva procurare dolori e difficoltà nei movimenti, come lo stesso Ambrogio lamenta nei sui scritti alla sorella Marcellina. Inoltre lo studio della fisionomia del cranio mostra sotto le orbite una marcata asimmetria, dovuta a un evento traumatico sulla cui natura si sta ancora indagando. Tale conformazione conferma, per la prima volta su basi scientifiche, la verosimiglianza attribuita dagli studiosi della storia dell’arte al ritratto del Santo presente nel mosaico della cappella di San Vittore in Ciel d’oro.

L’esame degli scheletri dei due martiri Gervaso e Protaso, invece, ha rilevato difetti congeniti alle vertebre tali da far suppore un forte legame di consanguineità tra i due. Inoltre entrambi risultano giovanissimi (tra i 23 e i 27 anni), alti oltre cm 180. Uno presenta segni di decapitazione e peculiari lesioni alle caviglie, forse da costrizione forzata. L’altro lesioni da difesa e fratture costali, oltre a segni sospetti di tubercolosi (ancora in corso di studio). Dati che proverebbero il martirio e che potrebbero dare anche indicazioni riguardo alla loro origine geografica. Le indagini microbiologiche sulle ossa mostrano il buono stato di conservazione e l’assenza di segni di degradazione attiva.

Promossa dalla Basilica di sant’Ambrogio sotto l’alto patrocinio della Diocesi di Milano, in occasione dei 150 anni dal rinvenimento dei tre scheletri (gennaio 1864) e da 50 anni dall’ultima apertura della teca in occasione della traslazione del corpo di Sant’Ambrogio in Duomo (1974), lo studio è stato condotto dall’Università degli Studi di Milano e dall’Istituto Ortopedico Galeazzi, con l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio.

Il gruppo di ricerca – coordinato dalla prof.ssa Cristina Cattaneo, Ordinario di Medicina Legale dell’Università Statale e direttrice del Centro LabAnOf dello stesso Ateneo – ha eseguito la ricognizione e l’esame antropologico dei resti di Ambrogio, Gervaso e Protaso; la valutazione dello stato di conservazione e le indagini radiografiche e Tac degli scheletri, un esame del sarcofago in porfido che ha contenuto i santi fino alla metà dell’Ottocento, ricerche di archivio e storiografiche.