QUALE FUTURO DOPO IL COVID-19 – LA SCUOLA

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Dallo smart working alla didattica a distanza come cambiano il mondo del lavoro e della scuola

Incontro organizzato dal Centro Culturale Cattolico San Benedetto, abbiamo affrontato il tema della scuola col Professore Giuseppe Bertagna Ordinario di pedagogia generale e sociale all’università di Bergamo, coordinatore del dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro e autore del libro “Reinventare la scuola: Un’agenda per cambiare il sistema di istruzione e formazione a partire dall’emergenza Covid-19”

ECCO il testo dell’INTERVENTO

Professore Giuseppe Bertagna

In un paese dove si chiama smart working (ovvero, in inglese, quel lavoro agile svolto in ambienti facilitati da una tecnologia molto avanzata) ciò che è semplicemente il trattamento di pratiche amministrative dal pc di casa e dove, in compenso, si sostiene che chi lavora in questo modo, se alzandosi dalla sedia di casa inciampa in uno spigolo e si fa male, l’Inail gli deve riconoscere l’infortunio sul lavoro è probabile che non si esca complessivamente migliori dall’emergenza che stiamo attraversando.

“Vedrai che cambierà”, purtroppo, è solo un ritornello musicale sedativo, non la garanzia di un programma riformatore. Forse, anzi, sarà peggio di prima. E la ripartenza sarà la ripresa intensificata di tutti quei difetti che hanno portato alla crisi politica, economica, sociale e civica già conclamata nel nostro paese ben prima di Covid-19: dalla diffidenza pregiudiziale delle istituzioni verso l’intelligenza, la libertà e la responsabilità dei cittadini sempre trattati da minori che devono essere guidati passo – passo da sé dicenti maggiori alla spaventosa, ingovernabile proliferazione di norme illeggibili spalmate su un’infinità di soggetti istituzionali e su 180 mila leggi che rendono impossibile non sbagliare sempre qualcosa e quindi espone chiunque ad una giustizia penale, civile, amministrativa e contabile più argomento di escatologia che di storia.

Non a caso è già in atto, per quanto riguarda la scuola, il tentativo della buropedagogia ministeriale e sindacale per far adattare a forza le misure richieste dall’emergenza al collo di bottiglia di quelle vigenti. Il contrario, ovvero cogliere l’occasione delle regole dell’emergenza per cominciare a cambiare un paradigma anacronistico ed inefficiente, buono ormai solo come falansterio occupazionale per laureati senza sbocchi, questa buropedagogia non è nemmeno in grado di pensarlo tanto resta mentalmente autoreferenziale e corporativa. Potenza del noto fenomeno psico-epistemologico del confirmation bias.

Per questo, ad esempio, ministeriali, commissioni ministeriali, sindacalisti della scuola e i massmedia che ne sono gli interpreti parlano sempre più di «classi» e «sezioni» che possano andare a scuola alcune al mattino e altre al pomeriggio. E magari per sei ore formali così da avere il «tempo pieno» e le conseguenti dotazioni organiche (si richiedono altri 60 mila docenti da assumere subito entro settembre!).

Può darsi che finisca perfino più o meno così. Con ogni probabilità, proprio per questo, non avremo nemmeno un conato di scholé estiva. Uccisa prima di essere concepita. Tanto meno si potrà sperare di passare dalla meritocrazia scolastica alla meritorietà personale e di incamminarci verso una riforma degli ordinamenti che tenga conto di questa “rivoluzionaria” transizione. Del resto sono processi lunghi, da pazienza quasi religiosa

Non è il caso tuttavia di rassegnarsi e di restare spettatori attoniti di un naufragio annunciato. Meglio prendere atto di alcuni punti fermi e aggrapparsi ad essi come possibili inizi di un percorso che sarà comunque disseminato dalle resistenze tipiche degli interessati difensori della morfologia strutturale dell’attuale statu quo di cui si denunciano con vibrata demagogia le inadeguatezze non, però, per la morfologia che lo sorregge ma al contrario perché non riceverebbe sufficienti risorse per consolidarlo.

La scoperta del digitale.

Dopo tante resistenze, l’emergenza covid-19 e il lockdown hanno introdotto in pochissimo tempo ciò che possiamo indicare come pax digitalis. La tecnologia via etere si è affrancata dalla moralistica condanna alla quale era spesso prima relegata dalle generazioni dei non nativi digitali. Le posizioni difensive dei docenti che, con il pretesto di non avere l’hardware o di non saper usare il software, si sono dichiarati impossibilitati a prendere confidenza con i nuovi strumenti digitali sono apparse per quello che sono e che erano già vent’anni fa quando bloccarono la prima delle tre I della riforma Moratti: pretesti.

Gli strumenti del digitale sono diventati per necessità di tutti, infatti, e finalmente, un po’ più amici. Quasi tutti coloro che potevano contare su adeguati device hanno così imparato ad usare l’email, a scannerizzare documenti da inoltrare, a videochiamare, a chattare, a convocare o partecipare a riunioni su Zoom, Skype, Microsoft Teams, ad entrare in autonomia nel registro elettronico, a stampare, ad adoperare software di videoscrittura e disegno, a festeggiare compleanni da remoto con escape rooms virtuali.

La scoperta della differenza complementare tra presenza e distanza.

L’emergenza covid-19 e il lockdown hanno, tuttavia, anche insegnato con chiarezza a tutti che un conto è usare il digitale per la comunicazione e l’informazione, un altro per il lavoro manifatturiero in generale e un altro ancora per quel particolare tipo di lavoro che è l’educazione e la didattica scolastica, con i setting, le esigenze e i fini che le contraddistingue.

Chi vagheggiava, per esempio, una scuola sostituita dal digitale diffuso ha dovuto del tutto ricredersi. Tutti hanno imparato per esperienza che la scuola, se intende restare un ambiente educativo e formativo, ha bisogno della presenza di persone tutte intere. Presenza dei docenti, degli studenti, dei genitori, anche di tantissimi altri testimoni sociali da coinvolgere in modo attivo. Una scuola senza relazioni interpersonali e sociali vissute in maniera significativa tra esempi e testimonianze, a partire da quella fondamentale tra ”magister” e studente, non esiste: è altro. Qualcosa a cui guardare con sospetto se si intendono promuovere apprendimenti autentici, significativi e, soprattutto, criticamente riflessi, quali sono chiamati ad essere quelli “scolastici”.

Se la cifra dei lavori educativi e didattici in presenza è quella dei lavori e degli interventi con il focus centrato sui singoli studenti e sulla qualità delle loro relazioni interpersonali, quella dei lavori a distanza (dai “compiti a casa” per i ragazzi del primo ciclo agli incarichi per le flipped classroom soprattutto per gli studenti del secondo ciclo; dalla risoluzione di problemi complessi alla elaborazione di progetti e della loro pianificazione operativa che, a livelli diversi di ampiezza, possono interessare tutti gli studenti del primo e secondo ciclo)   non potrà, dunque, che essere quella dei lavori e degli interventi da predisporre in gruppo, in maniera cooperativa tra studenti e allo stesso tempo tra studenti e testimoni esperti del territorio. Sicuri di poter contare just in time su una consulenza in itinere da parte dei docenti in generale e del docente tutor.

Usare la rete, e le attività in presenza, per le prestazioni (magari pure competitive) nelle quali “non si copia” o nelle quali si è chiamati ad esercizi soltanto individuali è un ossimoro. Un ossimoro perché la rete è relazione, aiuto, collaborazione, intelligenza distribuita, disruption, prodotto collettivo, ri-creazione da “copiatura” armonica intertestuale e multimediale. Scoperta che non si potrà mai fare bene da soli se non si è in grado di fare bene con quanti più altri è possibile

La scoperta della necessità di una diversa organizzazione.

Questo non significa, tuttavia, dover appiattire la presenza alle modalità a cui siamo abituati e che restano tuttora il modo ministeriale di pensare e gestire le nostre scuole: studenti ordinati per le leve di età, poi in classi, quindi in sezioni, dentro gli stessi luoghi per l’intera durata del percorso di studi.

Non è chi non veda dietro questa formula organizzativa che poi è anche didattica (libri di testo e docenti di classe e di sezione) i due paradigmi storici da cui proviene.

Il paradigma dell’addestramento militare, da antico CAR della leva obbligatoria: la classe è più o meno un plotone senza mai purtroppo riuscire a costituirsi (forse perché mancano le esercitazioni di guerra) una squadra in azione con un caporale, mentre le sezioni corrispondono a compagnie, i plessi a battaglioni e le istituzioni scolastiche autonome a reggimenti.

Quello basato sull’organizzazione scientifica del lavoro fordista (il taylorismo) tipico del novecento che ha vissuto e, purtroppo, continua a vivere anche oggi come se niente fosse di rigide separazioni tra classi, docenti, discipline, sezioni, tempi della scuola, della casa, del quartiere, del lavoro.

Il covid-19 in pochi mesi ha costretto a confrontarsi con questi retaggi che si sono razionalizzati a vicenda e a vederne tutti i limiti. Se infatti si volesse continuare a tener ferme le classi attuali, i vincoli edilizi, sanitari, logistici e sociali da rispettare sono tali che anche immaginare la frequenza di metà classe a giorni alterni risulta oltre che comico impossibile. Che facciamo, costringiamo il docente di quella classe a raddoppiare il suo orario di servizio? A parte, in questo caso, che si dovrebbe avere anche la durata dell’anno scolastico raddoppiato, sarebbe comunque una soluzione pedagogicamente insensata. Per restare nei 200 giorni di scuola, proiettiamo allora in streaming alla metà classe che resta a casa la lezione che il docente tiene alla rimanente metà classe in presenza? A parte che una soluzione del genere è inconcepibile con bambini e ragazzi che hanno i genitori al lavoro, si danneggia in modo irreparabile, in questo caso, il senso epistemologico e metodologico non solo dalla scuola in presenza, ma anche di quella a distanza. E si finisce per tradire le potenzialità della prima e della seconda. Moltiplicazione dei danni, insomma.

Bisogna, quindi, avere il coraggio di usare l’occasione covid-19 per iniziare a fuoriuscire dal paradigma militar-fordista da cui proveniamo e in cui ancora stiamo ben piantati. Marco Bentivogli, l’ex segretario generale della Fim Cisl, ha recentemente sostenuto che “le categorie no­vecentesche del lavoro e delle produzioni sono una zavorra. Non spiegano più nulla e ci fanno solo sbagliare politiche”. Perché questo non dovrebbe valere anche per la scuola e l’università? Perché la Cisl-Scuola e Università non ne prendono atto e si comportano di conseguenza, proponendo una radicale revisione delle politiche formative e contrattuali? I metalmeccanici più avanzati dei docenti di scuola e università? La risposta non può che essere affermativa.

La sperimentazione della scholé estiva, sebbene senza speranze con la lungimiranza della classe dirigente che abbiamo, aiuterebbe questa auspicata fuoriuscita. E consentirebbe di verificare sul piano empirico se il modello organizzativo flessibile della scuola non possa anticipare soluzioni strategiche certo da perfezionare ma da percorrere con determinazione nel futuro, anche con precise scansioni temporali.

Passare dalla tradizionale durata dell’anno scolastico da settembre a giugno a quella da settembre a settembre, ovviamente al netto delle ferie per i docenti e dei giorni di sospensione delle attività scolastiche per le festività.

Costruire gli organici non più basandosi sulle classi (e sul numero dei ragazzi per classe) ma sulle teste. Di conseguenza lavorare non più per classi, ma per gruppi di teste affidate al docente tutor e per gruppi di livello, di compito, elettivi meno numerosi in presenza e anche molto numerosi a distanza, che si alternino nei LARSA (laboratori per l’approfondimento, il recupero e lo sviluppo degli apprendimenti).

Chiedere (e soprattutto formare) i docenti ad arricchire la propria professionalità apprendendo e svolgendo anche la funzione di tutor per gruppi di studenti (da 6 a 12) che essi possano seguire per l’intera durata del percorso. Sono loro, i docenti tutor, che, dopo aver esplorato con i colleghi e sulla base dei curricoli svolti le competenze degli studenti, li dovranno guidare nella costruzione dei piani di studio personalizzati annuali, alternando, nel quadro della programmazione di istituto, attività didattiche individuali e di gruppo, attività didattiche in presenza a piccoli gruppi e attività a distanza in e-learning, attività elettive interne alla scuola ma anche che si possono mutuare perfino con maggiore efficacia nell’extrascuola (nelle imprese, nel sociale, nei musei, nelle attività culturali ecc.).

Prevedere, inoltre, che per le scuole dell’infanzia e primaria tutti gli studenti siano ordinariamente coinvolti in attività in presenza (il che non esclude certamente l’uso degli strumenti digitali e le uscite didattiche), salvo il caso di malati o comunque di impossibilitati alla presenza; dosare, invece, una programmata integrazione tra progressive minori attività in presenza e maggiori attività a distanza ad iniziare dagli ultimi anni della scuola media per giungere, ad esempio, all’ultimo anno delle attuali secondarie con una maggioranza di attività in e-learning blended per attribuire alla presenza solo o soprattutto il tempo necessario all’accompagnamento ai piani di studio personalizzati da parte del docente tutor coordinatore in vista degli scrutini finali e degli esami di stato (l’indicazione non dovrebbe scandalizzare visto che già oggi oltre il 60% dei 19enni, tra assenze di giorni interi e di ore giunge a quasi tre mesi!).

La scoperta che solo chi inizia può essere già a metà dell’opera.

Ovvio che un‘organizzazione e una distribuzione delle attività scolastiche analoghe a quella indicate richiederà interventi riformatori coraggiosi, coerenti e sistematici su una nuova e molto diversa dall’attuale formazione iniziale dei docenti; su un nuovo e diverso sistema molto più radicato territorialmente di reclutamento degli insegnanti; su una formazione dei docenti in servizio che leghi in maniera stretta e circolare scuola, università e Smart Academy; su uno stato giuridico dei docenti che preveda una carriera del docente e che, ad esempio, riconosca assurdo ambire al ruolo di docente tutor se l’interessato intende anche partecipare ai trasferimenti l’anno o gli anni successivi; su una riforma degli ordinamenti che preveda la pari dignità dei percorsi formativi (licei, istituti tecnici e professionali), la loro riunione in un unico campus scolastico e infine la contrazione da 13 a 12 degli anni pre istruzione superiore (questa soluzione, fra l’altro, permetterebbe di mettere a disposizione della organizzazione flessibile prima menzionata oltre 60 mila docenti).

Già quest’anno, tuttavia, si hanno elementi che giustificano l’inizio serio e possibile di questo cammino.

Nell’anno scolastico 2019-2020, infatti, gli studenti sono diminuiti in totale di circa 80 mila. Tappa di un trend strutturale correlato al declino demografico iniziato in maniera vistosa nel 2008 e che continuerà con numeri più o meno simili ancora a lungo nei prossimi anni. Ciò nonostante, mentre è diminuito dal 2008 in maniera sempre più consistente il numero degli studenti, i contratti di docenza, tra tempo indeterminato, determinato e temporaneo, sono aumentati di molto. E la continuazione di questa proporzionalità inversa pare accomunare sia le scelte politiche del Ministero dell’Istruzione sia le richieste dei sindacati, viste le intenzioni di procedere, causa covid-19, addirittura a settembre al reclutamento di altri 50-60mila docenti (costo a regime di tre miliardi) per ricominciare le scuole rispettando le disposizioni sanitarie sul distanziamento fisico degli studenti.

Procedere in questa direzione però senza, da un lato, cambiare il paradigma organizzativo della nostra scuola e, dall’altro lato, senza istituire i LARSA e il docente tutor, selezionandolo su precisi criteri di competenza e di formazione, significa perdere un’occasione storica per il cambiamento di un sistema scolastico che mostra ormai da decenni le sue debolezze reali coperte solo da virtù fittizie.

QUALE FUTURO DOPO IL COVID-19 – Smart working

Dallo smart working alla didattica a distanza come cambiano il mondo del lavoro e della scuola, incontro organizzato dal Centro Culturale Cattolico San Benedetto, abbiamo affrontato il primo tema con Daniele Cerliani vice Presidente Confindustria Pavia e membro del Consiglio generale di Federmeccanica “Serve responsabilità per riportare l’uomo al centro dell’economia”.

GUARDA IL VIDEO DEL SUO INTERVENTO

 

INTRODUZIONE I dati dello smart working in Italia

Fonte Cgil: 8 milioni di italiani in smart working con epidemia Covid-19. Dall’analisi dell’indagine sullo smart working promossa dalla Cgil e dalla Fondazione Di Vittorio emerge anche che il 60% degli intervistati vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working una volta che l’emergenza sarà alle spalle

Dopo il primo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dello scorso 23 febbraio 2020 per contrastare l’epidemia di Coronavirus il numero dei lavoratori agili in Italia è raddoppiato superando il milione. E il trend è stato in continua crescita. Il Governo è intervenuto per rendere più immediato il ricorso al lavoro agile. Il Decreto consente infatti in via straordinaria, l’attivazione dello smart working anche in assenza dell’accordo individuale tra le parti.

Prima che in Italia esplodesse l’epidemia erano 570mila i lavoratori dipendenti che godevano di flessibilità e autonomia nella scelta dell’orario e del luogo di lavoro. I dati della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano descrivono infatti una crescita del 20% nel 2019 rispetto al 2018.

Anche tra le piccole e medie imprese si registra però un aumento della diffusione dello smart working: i progetti strutturati passano dall’8% del 2018 al 12% nel 2019, quelli informali dal 16% al 18%.

E la Pubblica Amministrazione? L’emergenza COVID-19 ha incentivato lo smart working per questo settore che prima, invece, lo sfruttava in minima parte (12%). In media nelle Regioni la percentuale dei dipendenti che ha lavorato in smart working è stata del 73,8% (Fonte Ministro per la Pubblica Amministrazione)

http://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/ministro/25-03-2020/pa-lo-smart-working-nelle-regioni-ecco-i-primi-dati

Dall’analisi dell’ indagine sullo smart working promossa dalla Cgil e dalla Fondazione Di Vittorio emerge anche che il 60% degli intervistati vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working una volta che l’emergenza sarà alle spalle

Sei intervistati su 10 vorrebbero continuare
L’indagine è stata condotta attraverso un questionario online al quale hanno risposto 6.170 persone, di cui il 94% lavoratrici e lavoratori dipendenti a tempo indeterminato. Dall’analisi emerge anche che il 60% degli intervistati vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working una volta che l’emergenza sarà alle spalle, mentre il 20% non vorrebbe continuare a lavorare in questa modalità. Tra i generi, sono più propensi gli uomini.

Smart working: come
Nel 37% dei casi il lavoro a distanza è stato attivato in modo concordato con il datore di lavoro. Nel 36% dei casi in modo unilaterale dal datore di lavoro; el 27% dei casi in modo negoziato attraverso intervento del sindacato.

Il 31% ha una stanza per sé
Nella maggior parte dei casi gli spazi per lavorare sono ricavati (50%) oppure si assiste a un nomadismo casalingo (19%). Il 31% ha una stanza per sé.

Le priorità
Nel lavorare da casa si presta poca o nessuna attenzione al diritto alla disconnessione (56%), al controllo a distanza (55% + le donne).

(https://www.ilsole24ore.com/art/lavoro-cgil-8-milioni-italiani-smart-working-epidemia-covid-19-AD7aAMR)

Milano e la Grande Guerra

Abbiamo presentato il Libro Milano e la Grande Guerra, sono intervenuti Suort Teresilla e Valerio Ercolani della casa editrice MIMEP – DOCETE e gli autori Luca e Paolo Tanduo

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La ricerca storica che abbiamo così condotto ci ha permesso di raccontare come la città di Milano nelle sue diverse componenti fu anche in questa tragica circostanza una città aperta all’accoglienza, dinamica, protagonista
nel dibattito politico e del mondo economico e del lavoro: una storia che continua ancora oggi.
Anche la Chiesa svolse un ruolo di mediazione politica importante, cercò di porre fine all’inutile strage e si adoperò per i prigionieri di guerra, per i profughi e per le popolazioni colpite dalla guerra.

 

 

Italia-Europa-Usa-Cina: Covid 19 e scenari economici

Il Centro Culturale Cattolico San Benedetto ha organizzato GIOVEDI 14 MAGGIO ORE 21 la conferenza

Italia-Europa-Usa-Cina: Covid 19 e scenari economici 

La crisi scaturita dalla pandemia coronavirus sta mettendo in ginocchio le economie occidentali. La risposta per ora in Europa è a dir poco insufficiente, dimostrando la disfunzionalità dei meccanismi comunitari; negli Stati Uniti, invece, pur con una situazione forse più drammatica, gli strumenti messi in campo dimostrano il vantaggio della sovranità monetaria. In questo contesto, si vedrà un’accelerazione dell’abbandono di certi elementi cardine della globalizzazione degli ultimi decenni.

E’ intervenuto Andrew Spannaus , giornalista e analista politico americano, autore di vari libri sulla politica americana ed europea e docente universitario.

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Due medici esemplari

 

Dicover_Milano e la Grande Guerra recente la CEI ha celebrato il Santo Rosario per l’Italia dalla cappella dedicata a San Giuseppe Moscati e a Milano il nuovo ospedale alla Fiera è stato dedicato a due santi, uno di questi è San Riccardo Pampuri. Riportiamo tratto dal nostro libro MILANO E LA GRANDE GUERRA il capitolo a loro dedicato DUE MEDICI ESEMPLARI  (Pag 159-162)

PAMPURI_MOSCATI

Del servizio sanitario dell’Esercito regio faceva parte anche uno studente di Medicina, Erminio Pampuri, 20 anni, originario di Trivolzio (Pavia), studente del liceo Manzoni a Milano e poi all’Università a Pavia. Era un soldato ma fin dal primo giorno si preoccupò più di salvare i soldati che di uccidere i nemici. I suoi superiori lo ammiravano, per la dedizione e il coraggio. Durante la “rotta” di Caporetto Pampuri si distinse con un’azione eroica: conducendo un carro tirato da una coppia di buoi, per 24 ore sotto la pioggia battente, per mettere in salvo il materiale sanitario che era stato abbandonato.

Sapeva quanto sarebbero state preziose quelle medicine, una volta finita sanguinosa ritirata. L’Esercito lo onorerà con la medaglia di bronzo. Un eroe, ma anche un santo. Visse con grande fede sia la professione medica (sarà “condotto” a Morimondo) sia quella religiosa: nel giugno 1927, a 30 anni, chiese di entrare nell’Ordine Ospedaliero fondato da San Giovanni di Dio nel 1537 per l’assistenza agli infermi e prese il nome di fra’ Riccardo. Il suo gesto suscitò enorme scalpore e venne riportato anche dai giornali: “Un medico si fa frate” titolava il Corriere della Sera il 20 agosto del 1927. “All’ospedale dei Fatebenefratelli, venne chiamato ad essere anche medico. A 30 anni, già godeva fama di santità, ma era di salute cagionevole e, forse per un retaggio delle 24 ore di pioggia battente subite a Caporetto, si ammalò di pleurite. Morì il 1° maggio 1930, a 33 anni. Fu beatificato nel 1981 da Giovanni Paolo II e poi canonizzato”.

 

Anche un altro medico santo si mise in evidenza durante la guerra: Giuseppe Moscati. Nacque il 25 luglio 1880 a Benevento. Fin dalla più giovane età, Giuseppe dimostrò una sensibilità acuta per le sofferenze fisiche altrui ma il suo sguardo non si fermava ad esse: penetrava fino agli ultimi recessi del cuore umano. Voleva guarire o lenire le piaghe del corpo ma, al tempo stesso, era profondamente convinto che anima e corpo fossero tutt’uno e desiderava ardentemente preparare i suoi fratelli sofferenti all’opera salvifica del Medico Divino. Il 4 agosto 1903, conseguì la laurea in medicina con pieni voti all’Ateneo partenopeo. Celebre e ricercatissimo nell’ambiente partenopeo quando era ancora giovanissimo, il professor Moscati conquistò ben presto una fama di portata nazionale ed internazionale per le sue ricerche originali, i

risultati delle quali venivano da lui pubblicati in varie riviste scientifiche italiane ed estere. Queste ricerche di pioniere, che si concentravano specialmente sul glicogeno ed argomenti collegati, gli assicurarono un posto d’onore fra i medici ricercatori della prima metà del nostro secolo. Il Moscati fu uno scienziato di prim’ordine; ma per lui non esistevano contrasti tra la fede e la scienza: come ricercatore era al servizio della verità e la verità non è mai in contraddizione con se stessa né, tanto meno, con ciò che la Verità eterna ci ha rivelato.

Il Moscati vedeva nei suoi pazienti il Cristo sofferente, lo amava e lo serviva in essi. È questo slancio di amore generoso che lo spinse a prodigarsi senza sosta per chi soffriva, a non attendere che i malati andassero a lui, ma a cercarli nei quartieri più poveri ed abbandonati della città, a curarli gratuitamente, anzi, a soccorrerli con i suoi propri guadagni.

Nel 1906, durante l’eruzione del Vesuvio, il suo intervento nella struttura distaccata di Torre del Greco si rivelò provvidenziale, fu lui a farla evacuare tempestivamente. Nel 1911 durante l’epidemia di colera fu incaricato di effettuare ricerche sulle origini dell’epidemia e la sua relazione sulle opere necessarie per il risanamento della città limitarono i danni. Portava avanti in parallelo la sua professione e la libera docenza univeristaria.

Durante la prima guerra mondiale è direttore dei reparti militari negli Ospedali Riuniti, il Reparto medico militare che venne allestito nella stessa cittadella sanitaria dove si era formato da studente, e dove dirigeva un reparto come primario: quello degli “Incurabili”, sulla collina di Caponapoli. Lì si occupò personalmente di ben 2.524 soldati, salvando la vita a molti di essi sia con una giusta diagnosi (era uno dei suoi “doni”) sia evitando di farli tornare al fronte perché troppo compromessi fisicamente o psicologicamente. C’è da considerare anche che le autorità militari, sapendo di poter contare su un fuoriclasse della medicina, fecero inviare all’ospedale napoletano molti feriti gravi e con loro anche diversi soldati nemici (la lontananza dal fronte diminuiva le possibilità di spionaggio). Il Prof. Giuseppe Moscati fu beatificato da S. Paolo VI nel corso dell’Anno Santo, il 16 novembre 1975.

I nostri auguri di Pasqua 2020

Quest’anno i nostri auguri di buona Pasqua non possono non partire dalla situazione segnata dalla crisi dovuta all’epidemia di Corona Virus. Il primo pensiero va alle tantissime vittime di questa pandemia, molte di lroo sono morte nella solitudine della terapia intensiva lontano dai loro cari. Non possiamo non pensare a chi è solo nell’affrontare questa crisi, a chi teme per il proprio lavoro e vede un futuro segnato dall’incertezza e forse anche dalla povertà.  Ci vengono allora in mente le parole di SE Mons Delpini Arcivescovo di Milano che nella predica del 22 marzo si interrogava cosi «Perché questa epidemia? da dove viene? Come si diffonde? Potrò guarire? Ce la farà mia mamma? Che cosa ci dice questa situazione? Quando finirà? Che sarà di noi quando finirà? Domande e domande». Ma  citando il brano del cieco nato l’Arcivescovo metteva in luce che tutte queste sono domande sbagliate come chiedersi: “di chi è la colpa?” Perché? Perché è nato cieco? Chi ha peccato? È la domanda inevitabile, ma Gesù dice che è la domanda sbagliata. Gesù dice: se il mondo è sbagliato non chiederti chi ha sbagliato; non cercare una causa, non cercare un colpevole. Non incolpare Dio non sapendo chi altro incolpare. Non domandarti perché sia sbagliato il mondo, domandati invece se ci sia una via di salvezza, se si possa aggiustare il mondo e l’umanità». La domanda «decisiva» è l’ultima della pagina del cieco nato: «Tu credi nel Figlio dell’uomo“

Papa Francesco venerdì 27 marzo, ha presieduto uno storico momento di preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro con la piazza vuota, il brano di Vangelo scelto per introdurre la riflessione di Francesco è stato quello dei discepoli che insieme a Gesù sulla barca vengono colti all’improvviso dalla tempesta ( Vangelo secondo Marco 4, 35-41). I discepoli si spaventano mentre Gesù dorme sereno, anche qui Papa Francesco sottolinea quale deve essere la domanda giusta difronte al pericolo, i discepoli spaventati chiedono a Gesù “Svegliati Signore!”, gli dicono «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» chissà come sarà rimasto ferito da questa domanda Gesù che ci ama infinitamente dice il Papa, e Gesù risponde ‘Perché avete paura? Non avete ancora fede?’. E’ cosi oggi anche per noi. Oggi rivolge la stessa frase a noi in questa tempesta che ci ha travolto. Ci rivolge un appello alla fede. Un appello dice il Papa a saper giudicare, è “il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri”.

Ha detto il Papa. «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme». Papa Francesco ha poi denunciato gli errori su cui abbiamo costruito al nostra vita e la nostra società e ci rendono oggi ancora più deboli e che proprio questa crisi sembra denunciare “”siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto”. “La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. “L’inizio della fede – ha sottolineato Francesco – è saperci bisognosi di salvezza”.

Nell’Omelia della Veglia Pasquale Papa Francesco ha anche invitato tutti a riscoprire il coraggio che è un dono di Dio “Il buio e la morte non hanno l’ultima parola. Coraggio, con Dio niente è perduto! Coraggio: è una parola che nei Vangeli esce sempre dalla bocca di Gesù. Una sola volta la pronunciano altri, per dire a un bisognoso: «Coraggio! Alzati, [Gesù] ti chiama!» (Mc 10,49). È Lui, il Risorto, che rialza noi bisognosi. Se sei debole e fragile nel cammino, se cadi, non temere, Dio ti tende la mano e ti dice: “Coraggio!”. Ma tu potresti dire, come don Abbondio: «Il coraggio, uno non se lo può dare» (I Promessi Sposi, XXV). Non te lo puoi dare, ma lo puoi ricevere, come un dono. Basta aprire il cuore nella preghiera, basta sollevare un poco quella pietra posta all’imboccatura del cuore per lasciare entrare la luce di Gesù. Basta invitarlo: “Vieni, Gesù, nelle mie paure e di’ anche a me: Coraggio!”.

E allora il nostro augurio per questa Pasqua è quella di trovare questo coraggio, coraggio per cambiare, coraggio per porre al centro della nostra vita non le nostre certezze, che inevitabilmente crollano, ma Gesù nostra salvezza. Un augurio a seguire l’invito col quale il Papa conclude la Veglia di Pasqua: “Che bello essere cristiani che consolano, che portano i pesi degli altri, che incoraggiano: annunciatori di vita in tempo di morte! In ogni Galilea, in ogni regione di quell’umanità a cui apparteniamo e che ci appartiene, perché tutti siamo fratelli e sorelle, portiamo il canto della vita! Mettiamo a tacere le grida di morte, basta guerre! Si fermino la produzione e il commercio delle armi, perché di pane e non di fucili abbiamo bisogno. Cessino gli aborti, che uccidono la vita innocente. Si aprano i cuori di chi ha, per riempire le mani vuote di chi è privo del necessario.”

Omelia Veglia Pasquale Papa Francesco

Pubblichiamo tratto dal sito del Vaticano OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

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VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA

Basilica di San Pietro – Altare della Cattedra
Sabato Santo, 11 aprile 2020

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«Dopo il sabato» (Mt 28,1) le donne andarono alla tomba. È iniziato così il Vangelo di questa Veglia santa, con il sabato. È il giorno del Triduo pasquale che più trascuriamo, presi dalla fremente attesa di passare dalla croce del venerdì all’alleluia della domenica. Quest’anno, però, avvertiamo più che mai il sabato santo, il giorno del grande silenzio. Possiamo specchiarci nei sentimenti delle donne in quel giorno. Come noi, avevano negli occhi il dramma della sofferenza, di una tragedia inattesa accaduta troppo in fretta. Avevano visto la morte e avevano la morte nel cuore. Al dolore si accompagnava la paura: avrebbero fatto anche loro la stessa fine del Maestro? E poi i timori per il futuro, tutto da ricostruire. La memoria ferita, la speranza soffocata. Per loro era l’ora più buia, come per noi.

Ma in questa situazione le donne non si lasciano paralizzare. Non cedono alle forze oscure del lamento e del rimpianto, non si rinchiudono nel pessimismo, non fuggono dalla realtà. Compiono qualcosa di semplice e straordinario: nelle loro case preparano i profumi per il corpo di Gesù. Non rinunciano all’amore: nel buio del cuore accendono la misericordia. La Madonna, di sabato, nel giorno che verrà a lei dedicato, prega e spera. Nella sfida del dolore, confida nel Signore. Queste donne, senza saperlo, preparavano nel buio di quel sabato «l’alba del primo giorno della settimana», il giorno che avrebbe cambiato la storia. Gesù, come seme nella terra, stava per far germogliare nel mondo una vita nuova; e le donne, con la preghiera e l’amore, aiutavano la speranza a sbocciare. Quante persone, nei giorni tristi che viviamo, hanno fatto e fanno come quelle donne, seminando germogli di speranza! Con piccoli gesti di cura, di affetto, di preghiera.

All’alba le donne vanno al sepolcro. Lì l’angelo dice loro: «Voi non abbiate paura. Non è qui, è risorto» (vv. 5-6). Davanti a una tomba sentono parole di vita… E poi incontrano Gesù, l’autore della speranza, che conferma l’annuncio e dice: «Non temete» (v. 10). Non abbiate paura, non temete: ecco l’annuncio di speranza. È per noi, oggi. Oggi. Sono le parole che Dio ci ripete nella notte che stiamo attraversando.

Stanotte conquistiamo un diritto fondamentale, che non ci sarà tolto: il diritto alla speranza. È una speranza nuova, viva, che viene da Dio. Non è mero ottimismo, non è una pacca sulle spalle o un incoraggiamento di circostanza, con un sorriso di passaggio. No. È un dono del Cielo, che non potevamo procurarci da soli. Tutto andrà bene, diciamo con tenacia in queste settimane, aggrappandoci alla bellezza della nostra umanità e facendo salire dal cuore parole di incoraggiamento. Ma, con l’andare dei giorni e il crescere dei timori, anche la speranza più audace può evaporare. La speranza di Gesù è diversa. Immette nel cuore la certezza che Dio sa volgere tutto al bene, perché persino dalla tomba fa uscire la vita.

La tomba è il luogo dove chi entra non esce. Ma Gesù è uscito per noi, è risorto per noi, per portare vita dove c’era morte, per avviare una storia nuova dove era stata messa una pietra sopra. Lui, che ha ribaltato il masso all’ingresso della tomba, può rimuovere i macigni che sigillano il cuore. Perciò non cediamo alla rassegnazione, non mettiamo una pietra sopra la speranza. Possiamo e dobbiamo sperare, perché Dio è fedele. Non ci ha lasciati soli, ci ha visitati: è venuto in ogni nostra situazione, nel dolore, nell’angoscia, nella morte. La sua luce ha illuminato l’oscurità del sepolcro: oggi vuole raggiungere gli angoli più bui della vita. Sorella, fratello, anche se nel cuore hai seppellito la speranza, non arrenderti: Dio è più grande. Il buio e la morte non hanno l’ultima parola. Coraggio, con Dio niente è perduto!

Coraggio: è una parola che nei Vangeli esce sempre dalla bocca di Gesù. Una sola volta la pronunciano altri, per dire a un bisognoso: «Coraggio! Alzati, [Gesù] ti chiama!» (Mc 10,49). È Lui, il Risorto, che rialza noi bisognosi. Se sei debole e fragile nel cammino, se cadi, non temere, Dio ti tende la mano e ti dice: “Coraggio!”. Ma tu potresti dire, come don Abbondio: «Il coraggio, uno non se lo può dare» (I Promessi Sposi, XXV). Non te lo puoi dare, ma lo puoi ricevere, come un dono. Basta aprire il cuore nella preghiera, basta sollevare un poco quella pietra posta all’imboccatura del cuore per lasciare entrare la luce di Gesù. Basta invitarlo: “Vieni, Gesù, nelle mie paure e di’ anche a me: Coraggio!”. Con Te, Signore, saremo provati, ma non turbati. E, qualunque tristezza abiti in noi, sentiremo di dover sperare, perché con Te la croce sfocia in risurrezione, perché Tu sei con noi nel buio delle nostre notti: sei certezza nelle nostre incertezze, Parola nei nostri silenzi, e niente potrà mai rubarci l’amore che nutri per noi.

Ecco l’annuncio pasquale, annuncio di speranza. Esso contiene una seconda parte, l’invio. «Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea» (Mt 28,10), dice Gesù. «Vi precede in Galilea» (v. 7), dice l’angelo. Il Signore ci precede, ci precede sempre. È bello sapere che cammina davanti a noi, che ha visitato la nostra vita e la nostra morte per precederci in Galilea, nel luogo, cioè, che per Lui e per i suoi discepoli richiamava la vita quotidiana, la famiglia, il lavoro. Gesù desidera che portiamo la speranza lì, nella vita di ogni giorno. Ma la Galilea per i discepoli era pure il luogo dei ricordi, soprattutto della prima chiamata. Ritornare in Galilea è ricordarsi di essere stati amati e chiamati da Dio. Ognuno di noi ha la propria Galilea. Abbiamo bisogno di riprendere il cammino, ricordandoci che nasciamo e rinasciamo da una chiamata gratuita d’amore, là, nella mia Galilea. Questo è il punto da cui ripartire sempre, soprattutto nelle crisi, nei tempi di prova. Nella memoria della mia Galilea.

Ma c’è di più. La Galilea era la regione più lontana da dove si trovavano, da Gerusalemme. E non solo geograficamente: la Galilea era il luogo più distante dalla sacralità della Città santa. Era una zona popolata da genti diverse che praticavano vari culti: era la «Galilea delle genti» (Mt 4,15). Gesù invia lì, chiede di ripartire da lì. Che cosa ci dice questo? Che l’annuncio di speranza non va confinato nei nostri recinti sacri, ma va portato a tutti. Perché tutti hanno bisogno di essere rincuorati e, se non lo facciamo noi, che abbiamo toccato con mano «il Verbo della vita» (1 Gv 1,1), chi lo farà? Che bello essere cristiani che consolano, che portano i pesi degli altri, che incoraggiano: annunciatori di vita in tempo di morte! In ogni Galilea, in ogni regione di quell’umanità a cui apparteniamo e che ci appartiene, perché tutti siamo fratelli e sorelle, portiamo il canto della vita! Mettiamo a tacere le grida di morte, basta guerre! Si fermino la produzione e il commercio delle armi, perché di pane e non di fucili abbiamo bisogno. Cessino gli aborti, che uccidono la vita innocente. Si aprano i cuori di chi ha, per riempire le mani vuote di chi è privo del necessario.

Le donne, alla fine, «abbracciarono i piedi» di Gesù (Mt 28,9), quei piedi che per venirci incontro avevano fatto un lungo cammino, fino ad entrare e uscire dalla tomba. Abbracciarono i piedi che avevano calpestato la morte e aperto la via della speranza. Noi, pellegrini in cerca di speranza, oggi ci stringiamo a Te, Gesù Risorto. Voltiamo le spalle alla morte e apriamo i cuori a Te, che sei la Vita.

Papa Francesco Momento di preghiera straordinario

Pubblichiamo tratto dal sito del Vaticano il testo della riflessione di Papa Francesco del 27 Marzo 2020

MOMENTO STRAORDINARIO DI PREGHIERA
IN TEMPO DI EPIDEMIA

PRESIEDUTO DAL SANTO PADRE

FRANCESCO

Sagrato della Basilica di San Pietro
Venerdì, 27 marzo 2020

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MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE

 

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

“L’inimmaginabile è accaduto”: a 30 anni dalla caduta del muro di Berlino

IMG_5505Centro Culturale San Benedetto – Centro Culturale San Protaso – Russia Cristiana hanno organizzato la serata per ricordate quanto avvenuto e le ragioni che portarono alla fine del comunismo. il ruolo dei cristiani, ma anche la deprivazione dell’umano portata dal comunismo, e le diversità regionali con cui è finito il socialismo reale. E’ intervenuto il prof. Adriano Dell’Asta professore di lingua e letteratura russa all’Università Cattolica di Milano.

 

Lettera pastorale di SE Mons Delpini “Situazione è occasione”.

 

Lunedi 23 Settembre 2019 presso la sala Parrocchiale della parrocchia Madonna dei poveri si è svolto l’incontro con don Gianluca Bernardini, responsabile del Servizio per il Coordinamento dei Centri Culturali Cattolici, per approfondire la Lettera pastorale dell’Arcivescovo Mons Delpini “Situazione è occasione”.

 

Guarda il video dell’intervento di don Gianluca Bernardini