Milano e la Grande Guerra

Abbiamo presentato il Libro Milano e la Grande Guerra, sono intervenuti Suort Teresilla e Valerio Ercolani della casa editrice MIMEP – DOCETE e gli autori Luca e Paolo Tanduo

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La ricerca storica che abbiamo così condotto ci ha permesso di raccontare come la città di Milano nelle sue diverse componenti fu anche in questa tragica circostanza una città aperta all’accoglienza, dinamica, protagonista
nel dibattito politico e del mondo economico e del lavoro: una storia che continua ancora oggi.
Anche la Chiesa svolse un ruolo di mediazione politica importante, cercò di porre fine all’inutile strage e si adoperò per i prigionieri di guerra, per i profughi e per le popolazioni colpite dalla guerra.

Italia-Europa-Usa-Cina: Covid 19 e scenari economici

Il Centro Culturale Cattolico San Benedetto ha organizzato GIOVEDI 14 MAGGIO ORE 21 la conferenza

Italia-Europa-Usa-Cina: Covid 19 e scenari economici 

La crisi scaturita dalla pandemia coronavirus sta mettendo in ginocchio le economie occidentali. La risposta per ora in Europa è a dir poco insufficiente, dimostrando la disfunzionalità dei meccanismi comunitari; negli Stati Uniti, invece, pur con una situazione forse più drammatica, gli strumenti messi in campo dimostrano il vantaggio della sovranità monetaria. In questo contesto, si vedrà un’accelerazione dell’abbandono di certi elementi cardine della globalizzazione degli ultimi decenni.

E’ intervenuto Andrew Spannaus , giornalista e analista politico americano, autore di vari libri sulla politica americana ed europea e docente universitario.

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Due medici esemplari

 

Dicover_Milano e la Grande Guerra recente la CEI ha celebrato il Santo Rosario per l’Italia dalla cappella dedicata a San Giuseppe Moscati e a Milano il nuovo ospedale alla Fiera è stato dedicato a due santi, uno di questi è San Riccardo Pampuri. Riportiamo tratto dal nostro libro MILANO E LA GRANDE GUERRA il capitolo a loro dedicato DUE MEDICI ESEMPLARI  (Pag 159-162)

PAMPURI_MOSCATI

Del servizio sanitario dell’Esercito regio faceva parte anche uno studente di Medicina, Erminio Pampuri, 20 anni, originario di Trivolzio (Pavia), studente del liceo Manzoni a Milano e poi all’Università a Pavia. Era un soldato ma fin dal primo giorno si preoccupò più di salvare i soldati che di uccidere i nemici. I suoi superiori lo ammiravano, per la dedizione e il coraggio. Durante la “rotta” di Caporetto Pampuri si distinse con un’azione eroica: conducendo un carro tirato da una coppia di buoi, per 24 ore sotto la pioggia battente, per mettere in salvo il materiale sanitario che era stato abbandonato.

Sapeva quanto sarebbero state preziose quelle medicine, una volta finita sanguinosa ritirata. L’Esercito lo onorerà con la medaglia di bronzo. Un eroe, ma anche un santo. Visse con grande fede sia la professione medica (sarà “condotto” a Morimondo) sia quella religiosa: nel giugno 1927, a 30 anni, chiese di entrare nell’Ordine Ospedaliero fondato da San Giovanni di Dio nel 1537 per l’assistenza agli infermi e prese il nome di fra’ Riccardo. Il suo gesto suscitò enorme scalpore e venne riportato anche dai giornali: “Un medico si fa frate” titolava il Corriere della Sera il 20 agosto del 1927. “All’ospedale dei Fatebenefratelli, venne chiamato ad essere anche medico. A 30 anni, già godeva fama di santità, ma era di salute cagionevole e, forse per un retaggio delle 24 ore di pioggia battente subite a Caporetto, si ammalò di pleurite. Morì il 1° maggio 1930, a 33 anni. Fu beatificato nel 1981 da Giovanni Paolo II e poi canonizzato”.

 

Anche un altro medico santo si mise in evidenza durante la guerra: Giuseppe Moscati. Nacque il 25 luglio 1880 a Benevento. Fin dalla più giovane età, Giuseppe dimostrò una sensibilità acuta per le sofferenze fisiche altrui ma il suo sguardo non si fermava ad esse: penetrava fino agli ultimi recessi del cuore umano. Voleva guarire o lenire le piaghe del corpo ma, al tempo stesso, era profondamente convinto che anima e corpo fossero tutt’uno e desiderava ardentemente preparare i suoi fratelli sofferenti all’opera salvifica del Medico Divino. Il 4 agosto 1903, conseguì la laurea in medicina con pieni voti all’Ateneo partenopeo. Celebre e ricercatissimo nell’ambiente partenopeo quando era ancora giovanissimo, il professor Moscati conquistò ben presto una fama di portata nazionale ed internazionale per le sue ricerche originali, i

risultati delle quali venivano da lui pubblicati in varie riviste scientifiche italiane ed estere. Queste ricerche di pioniere, che si concentravano specialmente sul glicogeno ed argomenti collegati, gli assicurarono un posto d’onore fra i medici ricercatori della prima metà del nostro secolo. Il Moscati fu uno scienziato di prim’ordine; ma per lui non esistevano contrasti tra la fede e la scienza: come ricercatore era al servizio della verità e la verità non è mai in contraddizione con se stessa né, tanto meno, con ciò che la Verità eterna ci ha rivelato.

Il Moscati vedeva nei suoi pazienti il Cristo sofferente, lo amava e lo serviva in essi. È questo slancio di amore generoso che lo spinse a prodigarsi senza sosta per chi soffriva, a non attendere che i malati andassero a lui, ma a cercarli nei quartieri più poveri ed abbandonati della città, a curarli gratuitamente, anzi, a soccorrerli con i suoi propri guadagni.

Nel 1906, durante l’eruzione del Vesuvio, il suo intervento nella struttura distaccata di Torre del Greco si rivelò provvidenziale, fu lui a farla evacuare tempestivamente. Nel 1911 durante l’epidemia di colera fu incaricato di effettuare ricerche sulle origini dell’epidemia e la sua relazione sulle opere necessarie per il risanamento della città limitarono i danni. Portava avanti in parallelo la sua professione e la libera docenza univeristaria.

Durante la prima guerra mondiale è direttore dei reparti militari negli Ospedali Riuniti, il Reparto medico militare che venne allestito nella stessa cittadella sanitaria dove si era formato da studente, e dove dirigeva un reparto come primario: quello degli “Incurabili”, sulla collina di Caponapoli. Lì si occupò personalmente di ben 2.524 soldati, salvando la vita a molti di essi sia con una giusta diagnosi (era uno dei suoi “doni”) sia evitando di farli tornare al fronte perché troppo compromessi fisicamente o psicologicamente. C’è da considerare anche che le autorità militari, sapendo di poter contare su un fuoriclasse della medicina, fecero inviare all’ospedale napoletano molti feriti gravi e con loro anche diversi soldati nemici (la lontananza dal fronte diminuiva le possibilità di spionaggio). Il Prof. Giuseppe Moscati fu beatificato da S. Paolo VI nel corso dell’Anno Santo, il 16 novembre 1975.

I nostri auguri di Pasqua 2020

Quest’anno i nostri auguri di buona Pasqua non possono non partire dalla situazione segnata dalla crisi dovuta all’epidemia di Corona Virus. Il primo pensiero va alle tantissime vittime di questa pandemia, molte di lroo sono morte nella solitudine della terapia intensiva lontano dai loro cari. Non possiamo non pensare a chi è solo nell’affrontare questa crisi, a chi teme per il proprio lavoro e vede un futuro segnato dall’incertezza e forse anche dalla povertà.  Ci vengono allora in mente le parole di SE Mons Delpini Arcivescovo di Milano che nella predica del 22 marzo si interrogava cosi «Perché questa epidemia? da dove viene? Come si diffonde? Potrò guarire? Ce la farà mia mamma? Che cosa ci dice questa situazione? Quando finirà? Che sarà di noi quando finirà? Domande e domande». Ma  citando il brano del cieco nato l’Arcivescovo metteva in luce che tutte queste sono domande sbagliate come chiedersi: “di chi è la colpa?” Perché? Perché è nato cieco? Chi ha peccato? È la domanda inevitabile, ma Gesù dice che è la domanda sbagliata. Gesù dice: se il mondo è sbagliato non chiederti chi ha sbagliato; non cercare una causa, non cercare un colpevole. Non incolpare Dio non sapendo chi altro incolpare. Non domandarti perché sia sbagliato il mondo, domandati invece se ci sia una via di salvezza, se si possa aggiustare il mondo e l’umanità». La domanda «decisiva» è l’ultima della pagina del cieco nato: «Tu credi nel Figlio dell’uomo“

Papa Francesco venerdì 27 marzo, ha presieduto uno storico momento di preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro con la piazza vuota, il brano di Vangelo scelto per introdurre la riflessione di Francesco è stato quello dei discepoli che insieme a Gesù sulla barca vengono colti all’improvviso dalla tempesta ( Vangelo secondo Marco 4, 35-41). I discepoli si spaventano mentre Gesù dorme sereno, anche qui Papa Francesco sottolinea quale deve essere la domanda giusta difronte al pericolo, i discepoli spaventati chiedono a Gesù “Svegliati Signore!”, gli dicono «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» chissà come sarà rimasto ferito da questa domanda Gesù che ci ama infinitamente dice il Papa, e Gesù risponde ‘Perché avete paura? Non avete ancora fede?’. E’ cosi oggi anche per noi. Oggi rivolge la stessa frase a noi in questa tempesta che ci ha travolto. Ci rivolge un appello alla fede. Un appello dice il Papa a saper giudicare, è “il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri”.

Ha detto il Papa. «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme». Papa Francesco ha poi denunciato gli errori su cui abbiamo costruito al nostra vita e la nostra società e ci rendono oggi ancora più deboli e che proprio questa crisi sembra denunciare “”siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto”. “La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. “L’inizio della fede – ha sottolineato Francesco – è saperci bisognosi di salvezza”.

Nell’Omelia della Veglia Pasquale Papa Francesco ha anche invitato tutti a riscoprire il coraggio che è un dono di Dio “Il buio e la morte non hanno l’ultima parola. Coraggio, con Dio niente è perduto! Coraggio: è una parola che nei Vangeli esce sempre dalla bocca di Gesù. Una sola volta la pronunciano altri, per dire a un bisognoso: «Coraggio! Alzati, [Gesù] ti chiama!» (Mc 10,49). È Lui, il Risorto, che rialza noi bisognosi. Se sei debole e fragile nel cammino, se cadi, non temere, Dio ti tende la mano e ti dice: “Coraggio!”. Ma tu potresti dire, come don Abbondio: «Il coraggio, uno non se lo può dare» (I Promessi Sposi, XXV). Non te lo puoi dare, ma lo puoi ricevere, come un dono. Basta aprire il cuore nella preghiera, basta sollevare un poco quella pietra posta all’imboccatura del cuore per lasciare entrare la luce di Gesù. Basta invitarlo: “Vieni, Gesù, nelle mie paure e di’ anche a me: Coraggio!”.

E allora il nostro augurio per questa Pasqua è quella di trovare questo coraggio, coraggio per cambiare, coraggio per porre al centro della nostra vita non le nostre certezze, che inevitabilmente crollano, ma Gesù nostra salvezza. Un augurio a seguire l’invito col quale il Papa conclude la Veglia di Pasqua: “Che bello essere cristiani che consolano, che portano i pesi degli altri, che incoraggiano: annunciatori di vita in tempo di morte! In ogni Galilea, in ogni regione di quell’umanità a cui apparteniamo e che ci appartiene, perché tutti siamo fratelli e sorelle, portiamo il canto della vita! Mettiamo a tacere le grida di morte, basta guerre! Si fermino la produzione e il commercio delle armi, perché di pane e non di fucili abbiamo bisogno. Cessino gli aborti, che uccidono la vita innocente. Si aprano i cuori di chi ha, per riempire le mani vuote di chi è privo del necessario.”

Omelia Veglia Pasquale Papa Francesco

Pubblichiamo tratto dal sito del Vaticano OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

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VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA

Basilica di San Pietro – Altare della Cattedra
Sabato Santo, 11 aprile 2020

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«Dopo il sabato» (Mt 28,1) le donne andarono alla tomba. È iniziato così il Vangelo di questa Veglia santa, con il sabato. È il giorno del Triduo pasquale che più trascuriamo, presi dalla fremente attesa di passare dalla croce del venerdì all’alleluia della domenica. Quest’anno, però, avvertiamo più che mai il sabato santo, il giorno del grande silenzio. Possiamo specchiarci nei sentimenti delle donne in quel giorno. Come noi, avevano negli occhi il dramma della sofferenza, di una tragedia inattesa accaduta troppo in fretta. Avevano visto la morte e avevano la morte nel cuore. Al dolore si accompagnava la paura: avrebbero fatto anche loro la stessa fine del Maestro? E poi i timori per il futuro, tutto da ricostruire. La memoria ferita, la speranza soffocata. Per loro era l’ora più buia, come per noi.

Ma in questa situazione le donne non si lasciano paralizzare. Non cedono alle forze oscure del lamento e del rimpianto, non si rinchiudono nel pessimismo, non fuggono dalla realtà. Compiono qualcosa di semplice e straordinario: nelle loro case preparano i profumi per il corpo di Gesù. Non rinunciano all’amore: nel buio del cuore accendono la misericordia. La Madonna, di sabato, nel giorno che verrà a lei dedicato, prega e spera. Nella sfida del dolore, confida nel Signore. Queste donne, senza saperlo, preparavano nel buio di quel sabato «l’alba del primo giorno della settimana», il giorno che avrebbe cambiato la storia. Gesù, come seme nella terra, stava per far germogliare nel mondo una vita nuova; e le donne, con la preghiera e l’amore, aiutavano la speranza a sbocciare. Quante persone, nei giorni tristi che viviamo, hanno fatto e fanno come quelle donne, seminando germogli di speranza! Con piccoli gesti di cura, di affetto, di preghiera.

All’alba le donne vanno al sepolcro. Lì l’angelo dice loro: «Voi non abbiate paura. Non è qui, è risorto» (vv. 5-6). Davanti a una tomba sentono parole di vita… E poi incontrano Gesù, l’autore della speranza, che conferma l’annuncio e dice: «Non temete» (v. 10). Non abbiate paura, non temete: ecco l’annuncio di speranza. È per noi, oggi. Oggi. Sono le parole che Dio ci ripete nella notte che stiamo attraversando.

Stanotte conquistiamo un diritto fondamentale, che non ci sarà tolto: il diritto alla speranza. È una speranza nuova, viva, che viene da Dio. Non è mero ottimismo, non è una pacca sulle spalle o un incoraggiamento di circostanza, con un sorriso di passaggio. No. È un dono del Cielo, che non potevamo procurarci da soli. Tutto andrà bene, diciamo con tenacia in queste settimane, aggrappandoci alla bellezza della nostra umanità e facendo salire dal cuore parole di incoraggiamento. Ma, con l’andare dei giorni e il crescere dei timori, anche la speranza più audace può evaporare. La speranza di Gesù è diversa. Immette nel cuore la certezza che Dio sa volgere tutto al bene, perché persino dalla tomba fa uscire la vita.

La tomba è il luogo dove chi entra non esce. Ma Gesù è uscito per noi, è risorto per noi, per portare vita dove c’era morte, per avviare una storia nuova dove era stata messa una pietra sopra. Lui, che ha ribaltato il masso all’ingresso della tomba, può rimuovere i macigni che sigillano il cuore. Perciò non cediamo alla rassegnazione, non mettiamo una pietra sopra la speranza. Possiamo e dobbiamo sperare, perché Dio è fedele. Non ci ha lasciati soli, ci ha visitati: è venuto in ogni nostra situazione, nel dolore, nell’angoscia, nella morte. La sua luce ha illuminato l’oscurità del sepolcro: oggi vuole raggiungere gli angoli più bui della vita. Sorella, fratello, anche se nel cuore hai seppellito la speranza, non arrenderti: Dio è più grande. Il buio e la morte non hanno l’ultima parola. Coraggio, con Dio niente è perduto!

Coraggio: è una parola che nei Vangeli esce sempre dalla bocca di Gesù. Una sola volta la pronunciano altri, per dire a un bisognoso: «Coraggio! Alzati, [Gesù] ti chiama!» (Mc 10,49). È Lui, il Risorto, che rialza noi bisognosi. Se sei debole e fragile nel cammino, se cadi, non temere, Dio ti tende la mano e ti dice: “Coraggio!”. Ma tu potresti dire, come don Abbondio: «Il coraggio, uno non se lo può dare» (I Promessi Sposi, XXV). Non te lo puoi dare, ma lo puoi ricevere, come un dono. Basta aprire il cuore nella preghiera, basta sollevare un poco quella pietra posta all’imboccatura del cuore per lasciare entrare la luce di Gesù. Basta invitarlo: “Vieni, Gesù, nelle mie paure e di’ anche a me: Coraggio!”. Con Te, Signore, saremo provati, ma non turbati. E, qualunque tristezza abiti in noi, sentiremo di dover sperare, perché con Te la croce sfocia in risurrezione, perché Tu sei con noi nel buio delle nostre notti: sei certezza nelle nostre incertezze, Parola nei nostri silenzi, e niente potrà mai rubarci l’amore che nutri per noi.

Ecco l’annuncio pasquale, annuncio di speranza. Esso contiene una seconda parte, l’invio. «Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea» (Mt 28,10), dice Gesù. «Vi precede in Galilea» (v. 7), dice l’angelo. Il Signore ci precede, ci precede sempre. È bello sapere che cammina davanti a noi, che ha visitato la nostra vita e la nostra morte per precederci in Galilea, nel luogo, cioè, che per Lui e per i suoi discepoli richiamava la vita quotidiana, la famiglia, il lavoro. Gesù desidera che portiamo la speranza lì, nella vita di ogni giorno. Ma la Galilea per i discepoli era pure il luogo dei ricordi, soprattutto della prima chiamata. Ritornare in Galilea è ricordarsi di essere stati amati e chiamati da Dio. Ognuno di noi ha la propria Galilea. Abbiamo bisogno di riprendere il cammino, ricordandoci che nasciamo e rinasciamo da una chiamata gratuita d’amore, là, nella mia Galilea. Questo è il punto da cui ripartire sempre, soprattutto nelle crisi, nei tempi di prova. Nella memoria della mia Galilea.

Ma c’è di più. La Galilea era la regione più lontana da dove si trovavano, da Gerusalemme. E non solo geograficamente: la Galilea era il luogo più distante dalla sacralità della Città santa. Era una zona popolata da genti diverse che praticavano vari culti: era la «Galilea delle genti» (Mt 4,15). Gesù invia lì, chiede di ripartire da lì. Che cosa ci dice questo? Che l’annuncio di speranza non va confinato nei nostri recinti sacri, ma va portato a tutti. Perché tutti hanno bisogno di essere rincuorati e, se non lo facciamo noi, che abbiamo toccato con mano «il Verbo della vita» (1 Gv 1,1), chi lo farà? Che bello essere cristiani che consolano, che portano i pesi degli altri, che incoraggiano: annunciatori di vita in tempo di morte! In ogni Galilea, in ogni regione di quell’umanità a cui apparteniamo e che ci appartiene, perché tutti siamo fratelli e sorelle, portiamo il canto della vita! Mettiamo a tacere le grida di morte, basta guerre! Si fermino la produzione e il commercio delle armi, perché di pane e non di fucili abbiamo bisogno. Cessino gli aborti, che uccidono la vita innocente. Si aprano i cuori di chi ha, per riempire le mani vuote di chi è privo del necessario.

Le donne, alla fine, «abbracciarono i piedi» di Gesù (Mt 28,9), quei piedi che per venirci incontro avevano fatto un lungo cammino, fino ad entrare e uscire dalla tomba. Abbracciarono i piedi che avevano calpestato la morte e aperto la via della speranza. Noi, pellegrini in cerca di speranza, oggi ci stringiamo a Te, Gesù Risorto. Voltiamo le spalle alla morte e apriamo i cuori a Te, che sei la Vita.

Papa Francesco Momento di preghiera straordinario

Pubblichiamo tratto dal sito del Vaticano il testo della riflessione di Papa Francesco del 27 Marzo 2020

MOMENTO STRAORDINARIO DI PREGHIERA
IN TEMPO DI EPIDEMIA

PRESIEDUTO DAL SANTO PADRE

FRANCESCO

Sagrato della Basilica di San Pietro
Venerdì, 27 marzo 2020

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MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE

 

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

“L’inimmaginabile è accaduto”: a 30 anni dalla caduta del muro di Berlino

IMG_5505Centro Culturale San Benedetto – Centro Culturale San Protaso – Russia Cristiana hanno organizzato la serata per ricordate quanto avvenuto e le ragioni che portarono alla fine del comunismo. il ruolo dei cristiani, ma anche la deprivazione dell’umano portata dal comunismo, e le diversità regionali con cui è finito il socialismo reale. E’ intervenuto il prof. Adriano Dell’Asta professore di lingua e letteratura russa all’Università Cattolica di Milano.

 

Lettera pastorale di SE Mons Delpini “Situazione è occasione”.

 

Lunedi 23 Settembre 2019 presso la sala Parrocchiale della parrocchia Madonna dei poveri si è svolto l’incontro con don Gianluca Bernardini, responsabile del Servizio per il Coordinamento dei Centri Culturali Cattolici, per approfondire la Lettera pastorale dell’Arcivescovo Mons Delpini “Situazione è occasione”.

 

Guarda il video dell’intervento di don Gianluca Bernardini

 

La Milano di Leonardo e Ludovico

In occasione dei 500 anni della morte di Leonardo Da Vinci CCC San Benedetto, CSA Petrarca e Antica Credenza di Sant’Ambrogio
hanno presentato LA MILANO DI LEONARDO E LUDOVICO
Relatrice Adriana Scagliola, Membro dell’Antica Credenza di Sant’Ambrogio
Sabato 8 giugno 2019 presso Villa Linterno del Petrarca via Fratelli Zoia 194 Milano

 

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IL VIDEO DELLA CONFERENZA