SE Delpini e il suo primo Discorso alla città

https://youtu.be/LFM7o4W9moY

 

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IN VIAGGIO CON I MAGI

IN VIAGGIO CON I MAGI
Dalle Sacre Scritture alle leggende medievali, alla tradizione “ambrosiana”, una storia attraverso i capolavori dell’arte. E’ intervenuto Luca Frigerio scrittore, giornalista e critico d’arte, redattore dei media della Diocesi di Milano. Ha introdotto la serata Paolo Tanduo.

 

Luca Frigerio Parte 1

Luca Frigerio Parte 2

Cav 2017, S.E. Mons. Delpini al 37° Convegno Cav: date futuro all’umanità

dal sito https://www.vitanews.org/2017/11/12/cav-2017-s-e-mons-delpini-al-37-convegno-cav-date-futuro-allumanita/

“Tutto quello che avete fatto a un mio fratello piú Piccolo lo arete fatto a me”-l’omelia di mons. Delpini al Convegno Cav 2017 di Milano.

“Evita le favole profane, roba da donnicciole!”- Ha esordito il nuovo arcivescovo di Milano, ripetendo l’esortazione che san Paolo fa a Timoteo, suo figlio nella fede. Per monsignor Delpini le figure tristi che l’Europa va collezionando relativamente alle scelte politiche e culturali  legate alla difesa e alla promozione della vita, possono racchiudersi paradigmaticamente nell’immagine della donna anziana che si preoccupa “se il cane abbia fatto o no la sua passeggiatina. Una vecchia veneranda che porta avanti una crociata appassionata per la sopravvivenza dei panda. Contenta di sé”. Un’Europa  completamente impantanata in cose inessenziali, quindi, che per il successore di sant’Ambrogio manifesta un disagio di fronte al mondo. Disagio che a partire dalla lettura del testo paolino mons. Delpini riscontra nella forma del disprezzo del matrimonio, di cui soffre culturalmente e sociologicamente il nostro continente. Un disprezzo che nasconde l’incapacità “spirituale” di riconoscere la vita come “vocazione a generare vita”. Come itinerario di dono, e riconoscimento di un’alterità che ci porta ad uscire dalla trappola dell’ Io. L’essere ripiegati su se stessi, si manifesta anche, continuando il parallelismo con le raccomandazioni contenute nella lettera di Paolo, in una ossessiva fissazione sulla dieta, per cui un certo salutismo patologico, diventa il volto accettabile della cultura dell’efficentismo, dell’estetismo alienato, del dover apparire sempre belli, giovani ed appetibili. Elementi che dicono un disagio non irrilevante con la corporeità che investe giovani e adulti.

Di fronte a questa donnicciola il cristianesimo dispiega la possibilità di una vita altra, una vita che parte da un’altra prospettiva, non quella di chi vive accontentandosi del binocolo distorto del suo disagio, ma quella “contemplativa” di chi è capace  di guardare il  mondo, leggendovi, a fondamento, un’intenzione buona. Scorgendo, cioè, la bontà di Dio nel mondo. Il creato, che diventa creato solo agli occhi di chi sa contemplare, conserva per il cristiano la possibilità di comprendere la realtà nella sua essenza di bene, di verità. Purifica lo sguardo da ogni atteggiamento ideologico.” “Oggi si impone la menzogna ecologista  che l’umanità è un danno per il mondo-continua Delpini- che il mondo non é affatto un creato, ma una sorta di natura asettica per cui la specie umana non é altro che un elemento di disturbo.”

“Per reagire alle favole bisogna imparare la contemplazione”, é necessario cambiare nel profondo il nostro sguardo sul mondo , liberandolo da tanti schemi pre-confezionati. Perché da questa attitudine contemplativa possa scaturire un “senso di responsabilitá”. La responsabilitá infatti, non puó che nascere dalla consapevolezza che il creato,come  intenzione buona di Dio, non é soltanto una sorta di poesia da ascoltare, ma un evento concreto che ci rimanda alla consapevolezza del fatto che siamo qui per custodire la Vita ed il futuro dell’umanitá in cammino.

Nella festa di san Martino, il giorno in cui il movimento per la Vita ha accolto mons. Delpini, il presule ha sottolineato quanto in un oggi particolarissimo occorra riscoprire il valore di ciò che lui definisce “la possibilità del gesto minimo”. Il “gesto minimo”, per mons. Delpini, sta tutto in quell’immagine di Martino che divide il suo mantello con il povero. Risposta semplice ed immediata verso l’ultimo, ognuno secondo la sua disponibilità. E’ lo stile di chi contemplando diventa responsabile.

“La speranza di questa vecchia signora è questo popolo di gente semplice -ha detto l’arcivescovo guardando negli occhi i partecipanti al convegno-che sa riconoscere la bontà del mondo e non si sottrae alla sfida di dare un futuro all’umanità”.

Simone E. Tropea

Il papa l’Europa, i cristiani e San Benedetto

sanbenedettoPapa Francesco ha scelto il congresso  «Ripensare l’Europa: contributo cristiano al futuro della Ue» o rganizzato  dalla Commissione degli episcopati della Comunità Europea (Comece) per parlare di Europa e Cristianesimo. Ha detto che troppo spesso le persone sono ridotti a numeri , persone raccolte in statistiche, soglie di povertà o quote di ingresso.
Ha richiamato la figura e il messaggio di San Benedetto che rimette al centro l’uomo “ L’uomo non è più semplicemente un civis, un cittadino dotato di privilegi da consumarsi nell’ozio; non è più un miles, combattivo servitore del potere di turno; soprattutto non è più un servus, merce di scambio priva di libertà destinata unicamente al lavoro e alla fatica” Il papa ricorda che ” Per Benedetto non ci sono ruoli,  ci sono persone . È proprio questo uno dei valori fondamentali che il cristianesimo ha portato:  il senso della persona, costituita a immagine di Dio . A partire  da tale principio si costruiranno i monasteri , che diverranno nel tempo culla della rinascita umana, culturale, religiosa ed anche economica del continente”. Quindi papa Francesco dice che  ” Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all’Europa di oggi  è ricordarle che  essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone”
Il papa ha ricordato l’importanza della comunità :  ” I cristiani riconoscono che la loro identità è innanzitutto relazionale  – ha ribadito Bergoglio -. Essi sono inseriti come  membra di un corpo, la Chiesa  (cfr 1 Cor 12,12), nel quale ciascuno con la propria identità e peculiarità partecipa liberamente all’edificazione comune. Analogamente tale relazione si dà anche nell’ambito dei rapporti interpersonali e della società civile”. E per il papa la prima comunità è la famiglia ”  La famiglia è l’unione armonica delle differenze tra l’uomo e la donna, che è tanto più vera e profonda quanto più è generativa, capace di aprirsi alla vita e agli altri. Parimenti, una comunità civile è viva se sa essere aperta, se sa accogliere la diversità e le doti di ciascuno e nello stesso tempo se sa generare nuove vite, come pure sviluppo, lavoro, innovazione e cultura.  Persona e comunità sono dunque le fondamenta dell’Europa”.
Papa Francesco ricorda il ruolo pubblico della religione e ritiene un ” pregiudizio laicista”  il concetto oggi dominante in Europa di ridurre la religione a un fatto privato ” il  ruolo positivo e costruttivo che in generale la religione possiede nell’edificazione della società . “
Per questo il papa richiama  ” I cristiani sono chiamati a favorire il dialogo politico , specialmente laddove esso è minacciato e sembra prevalere lo scontro. I cristiani sono chiamati a ridare dignità alla politica, intesa come massimo servizio al bene comune e non come un’occupazione di potere”.
Il papa intende quindi ” un’Europa che sia una comunità inclusiva , libera da un fraintendimento di fondo:  inclusione non è sinonimo di appiattimento indifferenziato” . Per questo richiama all’apertura verso i migranti ” Non si può pensare che il fenomeno migratorio sia un processo indiscriminato e senza regole,  ma non si possono nemmeno ergere muri di indifferenza o di paura . Da parte loro,  gli stessi migranti non devono tralasciare l’onere grave di conoscere, rispettare e anche assimilare la cultura e le tradizioni della nazione che li accoglie ” . Papa Francesco ricorda per i cristiani il loro ruolo di essere operatori di pace e l’importanza dell’educazione . Conclude ricordando ancora San Benedetto ”  Egli, che fu «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà»”.      

LA PERSECUZIONE RELIGIOSA CHE IL MONDO NON VUOLE VEDERE

MILANO – VENERDÌ 13 OTTOBRE 2017 – Presso il TEATRO OSOPPO – VIA OSOPPO è stato presentato il più recente rapporto sulla libertà religiosa a cura di Aiuto alla Chiesa che soffre, quest’anno intitolato Perseguitati e Dimenticati e concentrato sulla situazione dei 13 paesi dove le condizioni dei cristiani sono più difficili: Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord, Egitto, Eritrea, India, Iran, Iraq, Nigeria, Pakistan, Siria, Sudan e Turchia. Era presente Ibrahim Isaac Sedrak, patriarca di Alessandria dei copti cattolici, che ci ha tenuto a presentarsi come «testimone non di una Chiesa vittima, ma di una Chiesa viva che testimonia la sua fede in un grande paese a maggioranza musulmana». Prima di lui hanno parlato Alessandro Montemuro Direttore di “Aiuto alla Chiesa che Soffre” e ha portato un salute da parte della Diocesi di Milano Mons Bressan Vicario dell’Arcidiocesi di Milano per la Cultura, Carità, Missione. Hanno moderato la serata Paolo Tanduo del Centro Culturale Cattolico San Benedetto e Paolo Rivera del Centro Culturale San Protaso.

Monteduro ha spiegato che il fondamentalismo islamico non è l’unico virus che diffonde la malattia della persecuzione anticristiana: ad esso vanno aggiunti quello del nazionalismo religioso, esploso in India negli ultimi anni sull’onda dell’ascesa al potere del partito nazionalista indù, e quello dell’ateismo di Stato derivante dall’ideologia comunista, virulento in Corea del Nord e in Cina. Ha poi ricordato il caso del Pakistan in cui tutte le minoranza compresa quella cattolica soffrono a causa della legge sulla blasfemia, il caso di Asia Bibi è solo quello più conosciuto. Ha ricordato come I rapport commerciali tra Europa e Pakistan che vedono un attivio da parte del Pakistan consentirebbero di far pressione sul governio perlomeno per una attenuazione dell’applicazione della legge. Da questo punto di vista ricorda l’inerzia dell’Occidente di fronte ai paesi che dfomentano la persecuzine Cristiana.

In 11 dei 13 paesi studiati dal Rapporto la situazione è peggiorata nel periodo 2015-2017 rispetto al biennio precedente, mentre quella di Arabia Saudita e Corea del Nord, già pessima, è rimasta identica. In India dopo la vittoria alle elezioni del Bharatiya Janata Party, il partito del primo ministro Narendra Modi, gli attacchi contro i cristiani si sono moltiplicati: 365 atti di violenza nel 2016 e ben 316 nei soli primi cinque mesi del 2017.

Il patriarca copto cattolico Sidrak ha spiegato che le violenze contro i cristiani sono in prevalenza opera di persone ignoranti manipolate da gruppi politico-religiosi salafiti e da paesi stranieri, e che la questione educativa a tutti i livelli è centrale per vincere gli atteggiamenti negativi verso i cristiani ancora presenti in Egitto.
«Il presidente al-Sisi sta facendo pressione su Al Azhar perché l’università modifichi il suo discorso religioso, ma è importante che cambi non solo il discorso ufficiale, ma il modo di pensare di chi insegna ad Al Azhar, e per questo ci vottà tempo e lo sforzo di tutti gli egiziani colti, musulmani e cristiani». Sidrak ha enfatizzato il contributo della piccola Chiesa copta cattolica (330 mila fedeli in un paese di 95 milioni di abitanti) che gestisce 170 scuole dove gli studenti musulmani sono leggermente in maggioranza e diversi ospedali specie nelle zone dove l’assistenza è più manchevole da parte dello Stato.

Mons Bressan ha ricordato il centenario del Pontificio Istituto Orientale e della Congregazione delle Chiese orientali, nati nel 1917, e il crescente rapport tra Chiesa d’Occidente e Chiese orientali, riconosciuto tra l’altro anche dal Patriarca Sidrak.

Mons bressan ha citato anche le parole di Papa Francesco in occasione di questo anniversario “vediamo tanti nostri fratelli e sorelle cristiani delle Chiese orientali sperimentare persecuzioni drammatiche e una diaspora sempre più inquietante. I cristiani delle Chiese orientali stanno sperimentando il dramma delle persecuzioni e una diaspora sempre più preoccupante. Su queste situazioni nessuno può chiudere gli occhi”

Ha inoltre ricordato al presenza di diverse confessioni cristiane cattoliche nella diocesi di Milano tra le quali in particolare quella ucraina, quella romena, quella etiope, quella egiziana copto Cristiana.

 

Milano, vescovo Delpini: “La società va costruita insieme”

tratta da Radiovaticana.va

delpini“Non è un’impresa solitaria fare il vescovo di Milano, è un’impresa corale”. Il 9 settembre Mons. Mario Delpini, prende possesso canonico della diocesi. Ai nostri microfoni, illustra le priorità pastorali e come metterà in pratica l’invito del Papa per una ‘Chiesa in uscita’.

“L’invito di Francesco a una Chiesa in uscita è un richiamo che ha avuto molta eco e forse il rischio è che diventi una espressione retorica poco comprensibile. La Chiesa di Milano è già capillarmente presente sul territorio. Credo che il richiamo del Papa in questo senso sia un richiamo alla conversione, a un atteggiamento che deve vincere le paure, le inerzie”. Tra le preoccupazioni dei milanesi oggi, sulle quali la Chiesa vuole adoperarsi in via prioritaria, c’è sicuramente il riferimento a Dio. “Mi pare che l’esito di questo indebolirsi del riferimento a Dio sia lo smarrimento riguardo alla speranza e la perdita di stima di sé, non sentirsi vivi per uno scopo, per una vocazione, per una missione. Altra sfida ineludibile è quella del lavoro”. Il presule spiega come Milano – da sempre luogo di grande laboriosità – non sia passata indenne con la crisi che ha segnato duramente tutto un sistema produttivo. “Infine – dice Delpini – metterei l’impegno a creare un tessuto di buon vicinato, che tutta la gente di un territorio impari a conoscersi, ad avere un sentimento solidale, vincendo l’anonimato e la solitudine, tra le malattie più diffuse in una metropoli”.

Una preziosa eredità da raccogliere

Nel ricordare i Pastori che lo hanno preceduto alla guida della diocesi ambrosiana, Delpini racconta di essere diventato prete con il cardinal Colombo, del quale vorrebbe custodire l’impostazione organizzativa della Chiesa di Milano, coerente con la tradizione ma anche capace di adeguarsi alle necessità alle esigenze di una popolazione che cresce, come all’epoca. Il cardinal Martini lo ha chiamato alle diverse responsabilità, con lui è diventato Rettore del Seminario di Milano: “Mi ha insegnato soprattutto quella intensità nel leggere la Parola di Dio e quella abitudine a vivere una dimensione spirituale profonda, di non essere mai reattivo in modo spontaneo, affrettato, ma sempre pronto a coltivare una capacità di meditazione, riflessione, di interazione con l’interlocutore. Mi ha insegnato anche quell’arte di far emergere dall’interlocutore il meglio che c’è. Del cardinal Tettamanzi ricordo quella cordialità che lo portava ad essere vicino alle persone e, nello stesso tempo, quella individuazione delle ferite particolarmente presenti nel territorio e quindi una lettura della situazione che spinge a un rilancio della missione mettendo in atto delle riforme, dei cantieri aperti. Il cardinal Scola, infine, è colui che ha avuto la consapevolezza di dover fare i conti con la modernità e di dover custodire il tesoro del Magistero ecclesiale con l’impegno ad argomentarne la bellezza”.

Come può rispondere Milano, la più grande diocesi del mondo e la più vicina al cuore geografico d’Europa, alla sfida dell’immigrazione?

“E’ una problematica complessa perché è in atto la tendenza a fare di ogni erba un fascio”, risponde il nuovo arcivescovo. “A Milano gli immigrati ci sono da decenni, lavorano, sono una presenza necessaria in alcuni settori, credo che non potremmo fare a meno di loro. Forse l’intera società milanese si sgonfierebbe se non ci fossero persone di altri Paesi. Il capitolo dell’immigrazione in questo momento mi pare estremamente confuso con l’altro capitolo che è quello dei profughi, sono sempre sulle prime pagine dei giornali come un pericolo, un problema. A me sembra che siano capitoli molto diversi. Milano ha accolto molti immigrati: negli anni sessanta dal Sud, dall’Est Europa poi, ora dall’Estremo Oriente e dal Sudamerica, dall’Africa. Mi pare che percorsi di integrazione significativi sono stati avviati e sono in atto. Il tema dei profughi è un problema diverso che effettivamente forse deve essere ripreso daccapo – sottolinea – bisognerebbe proprio trovare un altro modo di affrontare la questione rispetto a quella che si sta attuando adesso, senza l’animosità e le paure che, del resto, pure sono inevitabili. Bisogna trovare una modalità più pacata e anche delle soluzioni più persuasive. A me non sembrano tanto convincenti queste soluzioni di emergenza che lasciano troppe energie inutilizzate, che investono molti soldi in un’opera che non mi sembra sia capace di affrontare la questione in modo promettente”. E conclude: “Credo che al centro ci sia la riflessione sul tipo di società che l’Europa vuole essere domani. E’ questa la cosa più interessante a cui pensare. La democrazia continuerà a essere il modo di organizzare la società civile se si rivelerà capace di essere costruita insieme”.