IMMIGRAZIONE CAPIRLA, ACCOGLIERLA, REGOLARLA

immigrazione_ccc10 dicembre 2015 incontro “IMMIGRAZIONE CAPIRLA, ACCOGLIERLA, REGOLARLA” è intervenuto don Claudio Visconti Direttore della Caritas di Bergamo.

Articolo di Stefano Di Battista

ANSPI numero 1 gennaio – febbraio 2016 Rivista_1_2016_p6_7

‘Immigrazione: capirla, accoglierla, regolarla’ era il titolo dell’incontro organizzato il 10 dicembre a Milano dal Circolo culturale cattolico san Benedetto. Nella sua introduzione il presidente, Paolo Tanduo, ha ricordato i dati Eurostat a fine settembre: delle oltre 808 mila richieste d’asilo in corso d’esame nell’Unione europea (quasi il doppio rispetto al 2014), 366 mila riguardavano la Germania, che col 45 per cento vanta la quota di gran lunga più alta; a seguire Ungheria (107.500) e Svezia (85.700). Con 50.500 l’Italia assorbe appena il 6 per cento dei migranti.

immigrazione-don-claudio-cccUn esodo biblico

In Italia, spiega Gian Carlo Blangiardo, docente di demografia all’Università Milano Bicocca, vivono 5,8 milioni di stranieri, dei quali 5 milioni hanno residenza stabile. A fronte dei 213 mila immigrati sbarcati in Italia nel biennio 2013-14, se ne contano 231 mila che hanno ottenuto la cittadinanza italiana. In futuro crescerà la quota di immigrazione dall’Africa subsahariana, dove oggi vivono circa 962 milioni di persone, destinate però a superare 1,5 miliardi nel 2035

don Claudio Visconti Direttore della Caritas di Bergamo racconta «Prima del 2011 le persone che giungevano coi barconi erano tra l’uno e il due per cento: gli altri sceglievano la via di terra o quella aerea, magari sfruttando un permesso turistico. Era un’immigrazione massiccia e di tipo economico che, seppur destasse timori, ci trovava culturalmente disponibili ad accoglierla. Grazie ai ricongiungimenti familiari e al forte desiderio d’integrazione infatti, si è dimostrata una presenza stabile e significativa. Dopo la crisi del 2008 questo flusso si è progressivamente interrotto, mentre si è messo in moto quello dei richiedenti asilo: che hanno aspettative diverse, che vedono nell’Italia solo un luogo di transito, facile da raggiungere via mare ma da lasciare in fretta per proseguire verso il nord Europa».

Il traffico dei barconi

«Nel 2015 i Paesi in cui si sono registrate le maggiori richieste di asilo sono stati Svezia e Germania: in quest’ultima, ben 800 mila. L’Italia, così spaventata e in allarme, ne ha avute appena 40 mila».

La percezione del fenomeno rispetto all’emigrazione effettiva è distorta da alcuni fattori: in primo luogo dalla disparità di presenze. «Il nove per cento dei residenti è un dato complessivo, ma la Penisola è lunga: in Basilicata per esempio, gli stranieri sono solo il due per cento del totale; in provincia di Bergamo se ne contano 150 mila su un milione di abitanti, ma in alcuni comuni della bassa pianura si arriva a punte del 30 per cento, mentre nelle vallate prealpine sono un fenomeno minoratorio».

Altro elemento che contribuisce ad alimentare l’inquietudine è l’incapacità di governare il fenomeno. «Il 90 per cento di coloro che sono arrivati in Italia lo hanno fatto passando attraverso la clandestinità e la loro regolarizzazione è avvenuta solo con le sanatorie, come quella del 2002, che ha riguardato oltre 600 mila persone. A differenza di altri Paesi europei, da noi l’immigrazione viene subita, senza che si siano mai messe in cantiere politiche lungimiranti, capaci cioè di progettualità e di prospettiva».

Infine, le lungaggini burocratiche. «Dà fastidio anche a me vedere dei giovani che stanno in una struttura per anni senza fare nulla, ma i nostri tempi di riconoscimento sono i più lenti d’Europa. Solo al dieci per cento viene riconosciuto il diritto d’asilo e a un altro 20 per cento la protezione umanitaria o sussidiaria. Il 70 per cento invece fa ricorso, ma intanto resta irregolare. Metà di tali ricorsi finiscono poi negati una seconda volta e a quel punto, anziché essere riaccompagnati nel Paese di origine, queste persone sono lasciate libere di ingrossare le file di chi sta sulla strada».

Sogni di futuro. E si arriva al nodo dei 35 euro al giorno: quelli che ogni migrante costa allo Stato. «I soldi sono incassati dalla struttura che li accoglie, per garantire cibo, abbigliamento, igiene personale, scuola di italiano e preparazione delle memorie per la richiesta d’asilo. Ai migranti vanno due euro e mezzo per le spese personali, cioè 75 euro al mese. Non è granché, ma la stragrande maggioranza riesce a mandarne a casa una cinquantina. E in Mali, dove lo stipendio medio è di 20-30 dollari, significa più che raddoppiare le entrate. Ciò genera delle attese, che rischiano di andare deluse nel momento in cui il lavoro non c’è o è del tutto marginale».

Questa è l’immigrazione con cui fare i conti. «E questo mondo – conclude don Visconti – non può più essere pensato come dieci anni fa. Aiutiamoli a casa loro? Di fronte ai problemi dell’Africa, gli stanziamenti statali odierni sono una banalità. Quelli che non hanno ottenuto l’asilo stiamo cercando di riportarli nei loro Paesi, perché qui farebbero una brutta vita. Ma tornare indietro, per loro è un fallimento: significa infrangere il sogno, cancellare il futuro. E a questo, proprio non ci stanno».

 

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