IMMIGRAZIONE CAPIRLA, ACCOGLIERLA, REGOLARLA

immigrazione_ccc10 dicembre 2015 incontro “IMMIGRAZIONE CAPIRLA, ACCOGLIERLA, REGOLARLA” è intervenuto don Claudio Visconti Direttore della Caritas di Bergamo.

Articolo di Stefano Di Battista

ANSPI numero 1 gennaio – febbraio 2016 Rivista_1_2016_p6_7

‘Immigrazione: capirla, accoglierla, regolarla’ era il titolo dell’incontro organizzato il 10 dicembre a Milano dal Circolo culturale cattolico san Benedetto. Nella sua introduzione il presidente, Paolo Tanduo, ha ricordato i dati Eurostat a fine settembre: delle oltre 808 mila richieste d’asilo in corso d’esame nell’Unione europea (quasi il doppio rispetto al 2014), 366 mila riguardavano la Germania, che col 45 per cento vanta la quota di gran lunga più alta; a seguire Ungheria (107.500) e Svezia (85.700). Con 50.500 l’Italia assorbe appena il 6 per cento dei migranti.

immigrazione-don-claudio-cccUn esodo biblico

In Italia, spiega Gian Carlo Blangiardo, docente di demografia all’Università Milano Bicocca, vivono 5,8 milioni di stranieri, dei quali 5 milioni hanno residenza stabile. A fronte dei 213 mila immigrati sbarcati in Italia nel biennio 2013-14, se ne contano 231 mila che hanno ottenuto la cittadinanza italiana. In futuro crescerà la quota di immigrazione dall’Africa subsahariana, dove oggi vivono circa 962 milioni di persone, destinate però a superare 1,5 miliardi nel 2035

don Claudio Visconti Direttore della Caritas di Bergamo racconta «Prima del 2011 le persone che giungevano coi barconi erano tra l’uno e il due per cento: gli altri sceglievano la via di terra o quella aerea, magari sfruttando un permesso turistico. Era un’immigrazione massiccia e di tipo economico che, seppur destasse timori, ci trovava culturalmente disponibili ad accoglierla. Grazie ai ricongiungimenti familiari e al forte desiderio d’integrazione infatti, si è dimostrata una presenza stabile e significativa. Dopo la crisi del 2008 questo flusso si è progressivamente interrotto, mentre si è messo in moto quello dei richiedenti asilo: che hanno aspettative diverse, che vedono nell’Italia solo un luogo di transito, facile da raggiungere via mare ma da lasciare in fretta per proseguire verso il nord Europa».

Il traffico dei barconi

«Nel 2015 i Paesi in cui si sono registrate le maggiori richieste di asilo sono stati Svezia e Germania: in quest’ultima, ben 800 mila. L’Italia, così spaventata e in allarme, ne ha avute appena 40 mila».

La percezione del fenomeno rispetto all’emigrazione effettiva è distorta da alcuni fattori: in primo luogo dalla disparità di presenze. «Il nove per cento dei residenti è un dato complessivo, ma la Penisola è lunga: in Basilicata per esempio, gli stranieri sono solo il due per cento del totale; in provincia di Bergamo se ne contano 150 mila su un milione di abitanti, ma in alcuni comuni della bassa pianura si arriva a punte del 30 per cento, mentre nelle vallate prealpine sono un fenomeno minoratorio».

Altro elemento che contribuisce ad alimentare l’inquietudine è l’incapacità di governare il fenomeno. «Il 90 per cento di coloro che sono arrivati in Italia lo hanno fatto passando attraverso la clandestinità e la loro regolarizzazione è avvenuta solo con le sanatorie, come quella del 2002, che ha riguardato oltre 600 mila persone. A differenza di altri Paesi europei, da noi l’immigrazione viene subita, senza che si siano mai messe in cantiere politiche lungimiranti, capaci cioè di progettualità e di prospettiva».

Infine, le lungaggini burocratiche. «Dà fastidio anche a me vedere dei giovani che stanno in una struttura per anni senza fare nulla, ma i nostri tempi di riconoscimento sono i più lenti d’Europa. Solo al dieci per cento viene riconosciuto il diritto d’asilo e a un altro 20 per cento la protezione umanitaria o sussidiaria. Il 70 per cento invece fa ricorso, ma intanto resta irregolare. Metà di tali ricorsi finiscono poi negati una seconda volta e a quel punto, anziché essere riaccompagnati nel Paese di origine, queste persone sono lasciate libere di ingrossare le file di chi sta sulla strada».

Sogni di futuro. E si arriva al nodo dei 35 euro al giorno: quelli che ogni migrante costa allo Stato. «I soldi sono incassati dalla struttura che li accoglie, per garantire cibo, abbigliamento, igiene personale, scuola di italiano e preparazione delle memorie per la richiesta d’asilo. Ai migranti vanno due euro e mezzo per le spese personali, cioè 75 euro al mese. Non è granché, ma la stragrande maggioranza riesce a mandarne a casa una cinquantina. E in Mali, dove lo stipendio medio è di 20-30 dollari, significa più che raddoppiare le entrate. Ciò genera delle attese, che rischiano di andare deluse nel momento in cui il lavoro non c’è o è del tutto marginale».

Questa è l’immigrazione con cui fare i conti. «E questo mondo – conclude don Visconti – non può più essere pensato come dieci anni fa. Aiutiamoli a casa loro? Di fronte ai problemi dell’Africa, gli stanziamenti statali odierni sono una banalità. Quelli che non hanno ottenuto l’asilo stiamo cercando di riportarli nei loro Paesi, perché qui farebbero una brutta vita. Ma tornare indietro, per loro è un fallimento: significa infrangere il sogno, cancellare il futuro. E a questo, proprio non ci stanno».

 

Annunci

La Famiglia di fronte alle sfide di oggi

14 SETTEMBRE 2015 ORE 21 – LA FAMIGLIA DI FRONTE ALLE SFIDE DI OGGI

Oasi San Francesco Via Arzaga, 23 – MILANO

DSC_0030 DSC_0027 DSC_0025 IMG_1584IMG_20150914_221109480 IMG_20150914_212600072

Pubblichiamo di seguito l’intervento di S.E. Monsignor Mario Delpini – Vicario Generale Diocesi di Milano

La famiglia di fronte alle sfide di oggi

  1. La forza di una avversativa: ma dall’inizio …

La presa di posizione di Gesù si annuncia con una avversativa. Significa che Gesù non riconosce nella prassi che si è diffusa nel popolo di Dio l’intenzione originaria di Dio: quello che il Creatore aveva inteso, a proposito del rapporto tra uomo e donna, non si è realizzato nella storia di Israele. Leggendo la storia di popoli e la pratica giuridica o tradizione delle civiltà che hanno abitato e abitano la terra si deve riconoscere che il rapporto tra uomo e donna e, complessivamente, la vita di famiglia sono stati vissuti in modo  molto diversi. Tanto che ci si domanda : “esiste ancora la famiglia” (cfr relazione prof Belletti).

La parola di Gesù si annuncia come una avversativa: quello che si fa, sotto molti cieli, non è l’intenzione originaria del Creatore. L’avversativa, con la sua forza e la sua antipatia, può essere avvertita come un disturbo della prassi abituale, di quelli che si ritengono diritti acquisiti, conquiste di civiltà. L’avversativa rende avvertiti anche i discepoli di Gesù della qualità provocatoria dell’annuncio cristiano: l’intenzione di Dio a proposito del rapporto uomo-donna e della famiglia non è un’ovvietà naturale, un pensiero comune condiviso “da sempre”, ma una “novità”, richiede una conversione.

L’avversativa mette in evidenza anche la possibilità di essere “in pochi a crederci”. A parte che si deve ancora dimostrare quanto pochi siano coloro che apprezzano la famiglia nella sua precisa identità cristiana, non si può però negare che “l’aria che tira” non le sia favorevole, talora come indice di una rassegnazione all’inevitabile, talora come espressione di tolleranza, che per essere benevola deve essere accondiscendente.

Non si può però dimenticare che le immagini che Gesù usa per parlare della presenza dei suoi discepoli nel mondo non alludono mai a masse trionfali, ma a minoranze significative (lievito, sale, luce, seme)

  1. La rivelazione di Dio nella sua “immagine e somiglianza”.

E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio li creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi…”(Gn 27-28).

La creazione “ad immagine” realizza in “ciò che non è Dio” la vocazione ad “essere come Dio”. La rivelazione biblica apre inesauribili fonti di stupore e di riflessione a proposito della relazione con il Creatore da parte dell’uomo-donna, a proposito della possibilità di conoscere il Creatore a partire dalla sua immagine, a proposito della possibilità di conoscere la coppia umana e la sua vocazione a partire dalla parola di Dio.

Nei limiti di questa riflessione ci si dedica a indicare l’originalità della concezione cristiana dell’amore, che trova nel rapporto uomo-donna il paradigma.

  1. L’amore come condizione per vivere.

Per quanto sia confuso ciò che si intende per amore, anzi proprio per fare intuire i tratti caratteristici della concezione cristiana dell’amore, il rapporto uomo-donna e la vita familiare offrono un contributo decisivo. Si deve precisare che l’intenzione del Creatore, confermata nell’opera di Gesù e nella riflessione sul mistero di Cristo, non indica la relazione coniugale e parentale come unica forma dell’amore, ma vi riconosce un paradigma. Ciò significa che anche chi non vive una esperienza coniugale e parentale deve confrontarsi con tali esperienze per imparare ad amare in una condizione diversa (verginità consacrata).

La rivelazione biblica esplora il mistero della persona per rivelare solo nella relazione è possibile essere se stessi. La relazione è originaria, nel senso che non ci può essere origine se non da altro da sé e nel senso che non ci può essere identità se non nella relazione con altro da sé. In particolare, secondo la rivelazione biblica, il compimento di Adamo è reso possibile dalla presenza di Eva: la differenza nella comunione.

La rivelazione biblica sottolinea che l’implicazione irrinunciabile dell’amore è la fedeltà, cioè una forma di dedizione che risponde a una vocazione definitiva (per sempre). Tutta la storia biblica assume il paradigma coniugale per descrivere che il Signore è sposo fedele anche del popolo infedele, fino al compimento in Cristo (come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa Ef 5, 25).

La rivelazione biblica connette al rapporto uomo-donna la fecondità, come modalità di partecipazione all’opera del Creatore, come dimensione irrinunciabile dell’amore “ad immagine”. Infatti il rapporto nella sua verità io-tu comporta l’apertura e la trascendenza, una vocazione a un oltre, un altro, un Altro. In questa dinamica dell’amore vissuto nella sua verità la generazione è l’evento più evidentemente riconoscibile.

  1. Il sacramento del matrimonio: grazia per vivere secondo lo Spirito.

“Una visione coerente della sacramentalità del matrimonio richiede come condizioni minime per la sua sussistenza due elementi fondamentali: voler essere congiunti da Dio e inclusi nella fede della Chiesa.

La prima condizione si manifesterà come desiderio della benedizione divina, affidamento alla sua protezione, invocazione del suo aiuto; la seconda come disponibilità ad essere accompagnati dalla comunità ecclesiale a scoprire e a vivere il senso dell’amore cristiano” (A. BOZZOLO, Fede e matrimonio. Il rischio di una divaricazione pastorale, in RivClIt, 6 (2015)468).

  1. Il Sinodo dei Vescovi su “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo” (Ottobre 2015).

La celebrazione del Sinodo ordinario dei Vescovi è stata preparata da un lungo percorso, da una ampia consultazione, da una mole rilevante di materiale. Il contesto italiano (europeo? Nord-americano?) ha accompagnato questo percorso con attese, pressioni, sottolineature parziali, alimentando una specie di persuasione insuperabile che in sostanza la questione è se i divorziati risposati possano o non possano accedere alla comunione eucaristica.  Il condizionamento è così rilevante che non si riesce a parlare d’altro se non con la persuasione che tutto il resto sia marginale.

La persuasione, per quanto incorreggibile, è però sbagliata. L’”agenda del Sinodo” è molto più ampia e l’orizzonte del Sinodo è la Chiesa Cattolica, non solo le attese del contesto italiano: cfr G. DIANIN, Un’agenda per il Sinodo, in RivClIt 7/8(2015) 540-556.

  1. La famiglia soggetto di evangelizzazione

Cfr Card. A. SCOLA, Educarsi al Pensiero di Cristo, pp 60-65.

“Parlare di famiglia come soggetto di evangelizzazione non significa anzitutto coinvolgerne i membri  come attori di iniziative parrocchiali … ma mobilitare “la famiglia in quanto famiglia” (genitori, figli, nonni, parenti) alla testimonianza evangelica attraverso aspetti normali e costitutivi della vita quotidiana: gli affetti, il lavoro, il riposo, il dolore, il male fisico fino alla morte, il male morale, l’educazione, l’edificazione di comunità ecclesiali aperte (in uscita, ma dall’appartenenza forte), il contributo alla vita buona e giusta nella società plurale”.

EXPO MILANO 2015 e nuovo umanesimo

17 Aprile 2015 incontro su EXPO – MILANO 2015

sono intervenuti
Prof.ssa Simona Beretta
Insegna Economia internazionale, Università Cattolica di Milano
Dar da mangiare agli affamati.
Persone e opere per attuare il diritto al cibo e alla vita
Carlo Ruspantini
Direttore Associazione Africa Mission-Cooperazione e Sviluppo ong-onlus
L’impegno in Uganda e l’esperienza di ONG Cooperazione e Sviluppo,
cosa signifi ca fare progetti di cooperazione internazionale
anche alla luce della fede.
Prof. Giuseppe Bertoni
già Direttore dell’Istituto di Zootecnica, Università Cattolica S. Cuore, Piacenza
Nuove prospettive di intervento per migliorare la produzione di cibo
e lo stato nutrizionale nei paesi poveri

 

Leggi un nostro articolo su CulturaCattolica

GUARDA I VIDEO degli interventi

17aprile2015expoccc[1].jpg

Presentazione del Libro LA GRANDE GUERRA. POLITICA CHIESA NAZIONI

8 Febbraio presentata la nuova Mostra e il nuovo Libro

conversazione con
Giovanni Tassani, Storico, vincitore del XLV Premio Acqui Storia
Massimo de Leonardis, professore di Storia delle relazioni internazionali, Università Cattolica del Sacro Cuore

PRESENTAZIONE LIBRO 4 PRESENTAZIONE LIBRO 2 PRESENTAZIONE LIBRO 1cover-grandeguerra

GUARDA I VIDEO degli interventi

del Dott TASSANI

del Prof De Leonardis

24 maggio: 100 anni fa l’Italia entrava nella Grande Guerra

24 Maggio 1915: l’Italia entrava nella Grande Guerra. La guerra era iniziata già nell’agosto 1914, ma l’Italia fino ad allora legata alla Triplice Alleanza con l’Austria-Ungheria e la Germania, non aveva ancora deciso l’ingresso in guerra.
Come sosteneva Filippo Meda, politico cattolico di spicco: “Quanto al dovere internazionale, è chiaro che se la Triplice ha carattere difensivo, sinora non si può dire che Austria e Germania siano attaccate da alcuno […] la neutralità a questo punto del conflitto sembra non sia solo giustificata ma doverosa.” L’Italia era in gran parte favorevole alle posizioni neutraliste: lo erano i liberali giolittiani, lo erano i socialisti ufficiali e gran parte del mondo cattolico, anche se nel mondo cattolico in misura minoritaria c’erano posizioni filotripliciste e interventiste. Giolitti sosteneva la politica del «parecchio», quel parecchio che l’Italia avrebbe potuto ottenere dall’Austria tramite negoziati sulla questione delle terre irredente.
In Italia l’interventismo era appoggiato invece da varie forze politiche e culturali:
– i nazionalisti, che rappresentavano l’emergente classe borghese;
– i repubblicani d’ispirazione mazziniana e anti-austriaca;
– i liberali non giolittiani che facevano capo a Sonnino, ministro degli Esteri, e Salandra, che prenderà le redini del Governo proprio a partire dal 1914;
– molti giornali, fra cui in prima fila il «Corriere della Sera»;
– la massoneria italiana,
C’erano infine le ragioni dell’irredentismo, fenomeno legato agli italiani ancora sotto l’Impero austro-ungarico, che reclamavano come diritto chiedere il ritorno delle città di Trento, Trieste e Gorizia all’Italia.
Il ruolo della Chiesa e di Benedetto XV
Papa Benedetto XV fin da subito fu una delle personalità più impegnate nel cercare la pace e sempre contraria alla guerra che definì il “suicidio dell’Europa civile” e “un’inutile strage”. Il suo impegno non fu solo diplomatico ma si preoccupò di alleviare le sofferenze delle popolazioni europee più colpite dalla guerra. Il Vaticano organizzò operazioni per fornire generi alimentari: situazioni particolarmente critiche furono quella della Polonia e del Belgio e in seguito quella della Germania e dell’Austria-Ungheria che subirono il blocco navale. La forte carenza di cibo a causa del blocco segnò sia la popolazione tedesca sia i prigionieri detenuti in quei territori. Si è stimato che Benedetto XV abbia speso in opere caritatevoli 82 milioni di lire dell’epoca. Nella primavera del 1915 venne istituita l’Opera dei prigionieri: dall’Archivio Vaticano risulta che vi furono 700 mila richieste di informazione, 40 mila richieste di rimpatrio dei prigionieri malati, 500 mila comunicazioni alle famiglie. Alla fine della guerra il Vaticano avrà smistato 600 mila plichi di corrispondenza e predisposto la ricerca di 170 mila persone. Furono inviati i nunzi apostolici e i vescovi a visitare i prigionieri nei campi di prigionia.
Il Papa cerca di evitare ingresso dell’Italia in guerra
Nonostante i tentativi di trovare una soluzione diplomatica alla questione delle terre irredente che permettesse all’Italia di mantenere una posizione di neutralità, né l’Austria né il Governo italiano erano realmente interessati a evitare la guerra. Sonnino, allora ministro degli Esteri, era contrario a una risoluzione pacifica: «Ci metteremo forse in mano al Papa. L’Austria, che nel giorno in cui si risolvesse a fare concessioni, si studierebbe di farla nella forma più avvilente e fare le concessioni attraverso la Santa Sede» (Diario 1866-1912, Laterza, Bari 1972). L’imperatore Francesco Giuseppe non accettò nemmeno di ricevere il 1° marzo 1915 il cardinale di Vienna Friedrich Gustav Piffl, inviato dal Papa come estremo tentativo per favorire un accordo.
Come scrisse Von Bülow, ambasciatore tedesco in Vaticano, «Con saggezza e bontà papa Benedetto XV operava in pro della pace. Egli desiderava la conservazione dell’Impero austro-ungarico ma riconosceva che la guerra poteva essere evitata soltanto se l’Austria non indugiasse a sacrificare almeno il Trentino. Il Papa, che amava l’Italia, augurava l’adempimento delle aspirazioni nazionali italiane».
La Politica
Il 3 maggio 1915 l’Italia denunciava la Triplice Alleanza tramite una nota inviata al Governo di Vienna da Sonnino, il quale il 4 maggio firmava l’accordo segreto con le forze dell’Intesa: il cosiddetto «Patto di Londra». Il trattato, che rimarrà segreto fino al 1917, fissava i compensi territoriali per l’intervento dell’Italia a fianco di Inghilterra, Francia e Russia. Il 9 maggio 1915 Giolitti rientrò a Roma dopo tre mesi di assenza. Il 10 maggio propose a Salandra di liberare l’Italia dagli impegni con l’Intesa, chiedendo al Parlamento di votare per la ripresa delle trattative con l’Austria che aveva promesso un nuovo accordo. Il 12 maggio 1915, 320 deputati e un centinaio di senatori lasciarono a casa di Giolitti il proprio biglietto da visita per sottolineare pubblicamente la loro adesione alla linea neutralista. Il 13 maggio 1915 Salandra presentava al Re le dimissioni del Governo ma il 16 maggio, sull’onda delle violente dimostrazioni interventiste in molte città italiane, egli le respinse, senza che su di esse si fosse svolto un dibattito parlamentare. Giolitti lasciava Roma senza attendere il voto del Parlamento. I socialisti ribadivano la fedeltà al principio della neutralità (18 maggio 1915).
Il 20 maggio 1915, sotto la pressione delle dimostrazioni interventiste, la Camera approvava con 407 voti favorevoli, 74 contrari e un astenuto il disegno di legge Conferimento al Governo del Re di poteri straordinari in caso di guerra (n. 423). Approvato all’unanimità dal Senato il 21 maggio, divenne legge il 22 maggio 1915 (n. 671). A seguito dell’approvazione, la Camera prorogava i suoi lavori al dicembre 1915. Il Paese e un parlamento sostanzialmente favorevole alla neutralità furono spinti alla guerra loro malgrado.
I cattolici organizzati cercarono di far convivere l’adesione al messaggio di pace del Papa e la partecipazione allo sforzo dello Stato ormai in guerra. La linea era quella di appoggiare la guerra, tenendo chiara la distinzione sulle responsabilità dell’intervento.
Respingendo le accuse dei socialisti, Meda ricordava che i principi di fratellanza che stanno alla base del cristianesimo «condannano la violenza dell’uomo contro l’uomo, dei popoli contro i popoli, condannano l’odio fra le classi come tra le Nazioni: ma essi non impongono di subire la violenza quando si manifesta, di lasciare all’odio libero campo di espansione; invece conferiscono agli uomini, ai popoli, agli Stati, il diritto, che socialmente può tradursi in dovere, di rivendicare con forza la giustizia».

Le battaglie
Tra il maggio 1915 e l’ottobre 1917 ci furono dodici grandi battaglie contro l’esercito austro-ungarico che provocarono tra italiani e austro-tedeschi 410 mila vittime (senza contare il numero dei feriti). L’Italia fu impegnata anche nella cosiddetta Guerra Bianca. È stata chiamata così quella parte del conflitto che ebbe come teatro le cime e i ghiacciai dell’Ortles-Cevedale e dell’Adamello e che vide scontrarsi gli Alpini e i Kaiserjäger. La battaglia del Pasubio fu una delle più sanguinose: durò dal 1915 al 1918, la combatterono 100 mila soldati italiani e austriaci, di cui 10 mila morirono in combattimento, per malattie e incidenti o travolti da valanghe.

Le donne
Nelle parrocchie italiane ci s’impegnò a raccogliere e preparare coperte, lenzuola, maglie e calze di lana, viveri, denaro per i soldati al fronte e per quelli prigionieri. In quest’operazione si impegnarono particolarmente le organizzazioni delle Donne Cattoliche. Le donne furono anche protagoniste nell’assistenza ai soldati come crocerossine porgendo loro conforto e aiuto negli ospedali e nei reparti medici. Nell’inverno 1915-16 i soldati italiani avevano ancora i vestiti estivi e centinaia ebbero gli arti congelati.
Il ruolo sociale delle donne crebbe anche a seguito del fatto che furono chiamate a sostituire gli uomini nelle fabbriche, 430.000 in Francia, 800.000 in Gran Bretagna, 180.000 in Italia.

Il Trentino
Particolarmente tragica fu la sorte alle popolazioni del Trentino, Nel 1915, allo scoppio della guerra tra Italia e Impero asburgico, il fronte arrivava in Trentino: furono così molti gli abitanti dei paesi coinvolti a dover abbandonare le loro case. L’impero asburgico inoltre, temendo il loro tradimento, ne ordinò l’allontanamento forzato. Il provvedimento riguardò 75 mila trentini, ma anche le popolazioni dell’Isonzo e delle coste adriatiche, circa 120-140 mila tra italiani, friulani, sloveni, dalmati, croati e galiziani. In totale, 500 mila profughi vennero ricoverati in campi fatti di capanne di legno dislocati in diverse località dell’Impero. I parroci si opposero fortemente allo smembramento delle comunità, convincendo le autorità del luogo a costruire delle vere e proprie città di legno per gli sfollati trentini.

Caporetto
Un’altra popolazione italiana particolarmente colpita sarà dopo la ritirata di Caporetto quella Veneta che subì la rovinosa ritirata italiana e l’occupazione austriaca per più di un anno. Ci furono 487.311 profughi scappati senza niente; chi rimase subì bombardamenti, fame e violenza, sia durante la fuga dell’esercito italiano sia durante l’invasione austriaca. Solo i parroci e i Vescovi rimasero loro a fianco in questa prova.

La pace nella Chiesa
Nei secoli il ruolo del Pontefice è cambiato, assumendo sempre più quello di mediatore e facilitatore del dialogo. Così anche la lettura della guerra, da punizione per essersi allontanati da Dio, con carattere purificatore, a «inutile strage». «Il progresso delle armi scientifiche ha enormemente accresciuto l’atrocità della guerra. Le azioni militari possono produrre distruzioni immani e indiscriminate, che superano pertanto di gran lunga i limiti di una legittima difesa» e ha posto quindi la Chiesa «a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova». «Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione » (Gaudium et Spes, n. 80). Troppo forte appare la sproporzione tra mezzi e fini e il coinvolgimento dei civili pone il problema dell’uccisione o del ferimento di moltissimi innocenti.

Luca e Paolo Tanduo
Curatori del libro “La Grande Guerra. Politica Chiesa Nazioni” edizioni LINDAU

Il libro accompagna una mostra itinerante a cui hanno contribuito con immagini i più importanti musei italiani sulla Grande Guerra.