Rodolfo Casadei – Dalle Primavere arabe al Califfato – Perché i Cristiani soffrono

Mercoledì 26 novembre, ore 21.00

Rodolfo Casadei, giornalista di Tempi, illustra il quadro in Medio-Oriente.
«Noi cristiani d’Iraq, in quanto minoranza perennemente costretta alle difficoltà e al sacrificio, sappiamo bene cosa significhi essere perseguitati, sequestrati, uccisi. Sappiamo per certo cosa vuol dire sentirsi impotenti! Ho detto talvolta che coloro che vogliono vedere l’inferno devono venire in Iraq!» (Louis Raphael I Sako, Patriarca della Chiesa Caldea)

 

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G.B.Montini Paolo VI Da Milano a Roma con Andrea Tornielli

Il giornalista Tornielli, in occasione della beatificazione, ci presenta la figura di Paolo VI

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Fu il Papa che tenne unita la Chiesa

Paolo VI raccontato da Andrea Tornielli in un incontro organizzato a Milano dal Centro culturale cattolico San Benedetto e dal Centro culturale don Carlo Calori

Fu il Papa del dialogo, capace di tenere unita la Chiesa con la sofferenza e la testimonianza. Ma Paolo VI non sarebbe forse stato tale, se non fosse passato attraverso l’esperienza di arcivescovo. Lo ha spiegato il vaticanista Andrea Tornielli il 3 ottobre, in una serata organizzata dal Centro culturale cattolico san Benedetto e dal Centro culturale don Carlo Calori a Milano, in vista della beatificazione del 19 ottobre.

Ripercorrendo la parabola di monsignor Giovanni Battista Montini come sostituto alla Segreteria di Stato, Tornielli ha raccontato della fiducia che godeva da Pio XII e delle invidie in seno alla Curia romana: tanto che un gruppo di cardinali fece pressione affinché fosse allontanato, magari in una diocesi di media importanza. Nel 1954, Pio XII cedette, ma lo inviò a Milano. «Ora – ha proseguito Tornielli – Milano era la diocesi più importante d’Europa, una delle maggiori al mondo: ciò malgrado, monsignor Montini visse tutto ciò come un esilio. Gli costò molto, ma lo cambiò anche molto».

La Roma di Pio XII infatti «era ancora provinciale, non nell’accezione negativa del termine, ma nel senso che non viveva i fenomeni delle metropoli internazionali. Milano invece, rassomigliava alle città del nord Europa. Vista da Roma, la Chiesa dava l’idea di essere fortissima, perché radicata nel popolo e capace di muovere le masse, con le grandi adunate in piazza San Pietro. Ma a Milano, i primi segni della secolarizzazione erano evidenti, in un lento distacco dalla cultura cristiana».

Di tutto ciò, Montini si rese conto venendo a contatto con mondi che non erano contro il cattolicesimo, ma impermeabili a esso: quello degli operai che si ammassavano nella periferia, quello dell’alta finanza e dell’economia, che nel progetto di costruzione di nuove chiese per una città in espansione fu piuttosto sordo, e quello nascente dell’alta moda. «È in tale realtà che percepisce la necessità di trovare modi nuovi di annunciare Vangelo. La sua prima idea, è quella d’una grande missione, che per sua stessa ammissione non darà i frutti sperati».

Qui, si compie un’altra svolta: il ritorno all’evangelizzazione deve seguire un metodo diverso, perché la Chiesa non è più quella di matrice pacelliana. «E fu proprio questa domanda, quasi un’ansia nel definire i modi dell’annuncio all’uomo odierno, che diverrà fondamentale per il suo pontificato».

Questo programma sarà infatti delineato fin dalla sua prima enciclica, l’Ecclesiam suam (6 agosto 1964): «È la Chiesa che si fa dialogo, non come fine, ma come mezzo attraverso cui ci si rende vicini alle persone per annunciare il Vangelo. In questo modo, Paolo VI identifica il pontificato come totalmente missionario, inteso a far sì che la Chiesa possa entrare in contatto con mondi che si sono allontanati».

Un anelito missionario che lo porterà a essere il primo papa che viaggia all’estero, il primo successore di Pietro che torna in Terrasanta. Intanto, porta a compimento il Concilio «immaginando che sia l’inizio d’una grande apertura e rinascita alla fede: invece, lì inizia la burrasca anche dentro alla Chiesa, con la contestazione che dilaga su tutto e che determinerà una grande sofferenza nella seconda parte del suo pontificato».

Ciò malgrado, la coscienza del suo compito non verrà mai meno. Il 7 dicembre 1968, in piena contestazione, agli alunni del Seminario lombardo diceva: «Tanti si aspettano dal Papa gesti clamorosi, interventi energici e decisivi. Il Papa non ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza con Gesù Cristo. Sarà lui a sedare la tempesta».

Il totale affidamento alla Provvidenza deriva dalla certezza che a guidare la Chiesa non è il papa, ma Gesù. Il 1968 però, è anche anno in cui si trova più isolato, per via dell’Humanae vitae: «Aveva deciso di togliere dal dibattito conciliare, e di avocare a sé, il tema della pillola. L’enciclica però, non è semplicemente un no ai contraccettivi, ma un documento che dice anche tanti sì, che pensa alla dignità della donna. Venne tuttavia attaccato anche dai cardinali elettori, e con una forza dirompente, rimanendone tanto impressionato da decidere di non scrivere più encicliche».

Eppure Paolo VI, figura forse poco conosciuta perché schiacciata da quelle del suo predecessore e del successore, fu decisivo per gli sviluppi della Chiesa nel XXI secolo: «Mi piace ricordare una frase di Andrea Riccardi – ha detto Tornielli – secondo il quale Giovanni Paolo II ha suonato lo spartito scritto da Paolo VI».

E in modo analogo, come ha sottolineato Paolo Tanduo, presidente del Circolo culturale san Benedetto, tirando le conclusioni «fin dalla sua esperienza come arcivescovo di Milano, intuì la necessità di occuparsi delle periferie, indicando quella strada che oggi sta nel cuore di papa Francesco».

SE Mons Delpini: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II: santi per l’umanità del terzo millennio

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Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II: santi per l’umanità del terzo millennio

A Milano, conferenza organizzata da CCC San Bendetto e CCC San protaso di mons. Delpini sul messaggio delle Encicliche dei due Papi che saranno canonizzati domenica.
All’interno di un gremito Cine-Teatro della parrocchia di San Protaso, a Milano, si è tenuta il 23 aprile, in vista della canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, una conferenza dal titolo Due Papi Santi.

È intervenuto mons. Mario Delpini, Vicario generale della Diocesi di Milano, il quale ha tracciato un profilo dei due Pontefici approfondendo alcune loro Encicliche e spiegando il messaggio di speranza da esse divulgato all’umanità intera.
Il vescovo ha introdotto il suo intervento con l’Enciclica di Giovanni XXIII Pacem in terris, del 1963, definita “un appello urgente” e portatrice di “un’idea di pace che viene proposta come responsabilità da praticare”.

Mons. Delpini ha detto che la pace di cui scrive papa Roncalli non è “un equilibrio delle forze che garantisce che non ci sia la guerra e che quindi richiede una rincorsa agli armamenti per garantire tale equilibro”, bensì “un’armonia e ordine tra la gente e i popoli” che ha una dimensione spirituale in quanto “attuazione dell’ordine della Creazione di Dio”.

Armonia e ordine garantiti dalla consapevolezza che ogni essere umano è persona, “soggetto di diritti e di doveri”, che possono attuarsi soltanto attraverso una “mutua collaborazione, in atteggiamento di responsabilità; convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà; ordine morale che ha per fondamento oggettivo il vero Dio”.

“La convivenza fra gli esseri umani è quindi ordinata, feconda e rispondente alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità”, ha proseguito il presule citando l’Enciclica. Convivenza “vivificata e integrata dall’amore”, quell’atteggiamento d’animo “che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui”.

Giovanni XXIII spiega dunque che “la convivenza umana deve essere considerata anzitutto come un fatto spirituale”, quale “comunicazione di conoscenze nella luce del vero”. Inoltre, va interpretata come “esercizio di diritti e adempimento di doveri; impulso e richiamo al bene morale; e come nobile comune godimento del bello in tutte le sue legittime espressioni; permanente disposizione ad effondere gli uni negli altri il meglio di se stessi; anelito ad una mutua e sempre più ricca assimilazione di valori spirituali”.

Mons. Delpini ha poi posto l’accento sull’invito contenuto in Pacem in terris di arrestare la corsa agli armamenti.“Non si deve permettere – scrive Giovanni XXIII citando il suo predecessore Pio XII – che la sciagura di una guerra mondiale con le sue rovine economiche e sociali e le sue aberrazioni e perturbamenti morali si rovesci per la terza volta sull’umanità”.

Ma la pace, per attuarsi, deve essere fondata su quell’ordine che, aggiunge papa Roncalli, “il presente documento ha tracciato con fiduciosa speranza: ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità e posto in atto nella libertà”.

Il Vicario generale della Diocesi di Milano ha fatto notare come “le intuizioni della Pacem in terris” siano state riprese nel Concilio Vaticano II, nei documenti Gaudium et spes; Dignitatis Humanae, Gravissimum educationis.

Concilio Vaticano II che è stata, secondo mons. Dolpini, “occasione di arricchimento determinante” per la personalità di Karol Wojtyla. Nel dibattito conciliare, il suo contributo “si è segnalato particolarmente durante la redazione di Dignitatis Humanae e Gaudium et Spes. Un tema ricorrente nei suoi interventi è “la dignità della persona umana”.

Tema che ricorre pertanto lungo tutto il pontificato di Giovanni Paolo II. Nella sua prima Enciclica, Redemptor Hominis, del 1979, scrive il Papa: “La Chiesa non può abbandonare l’uomo, la cui ‘sorte’, cioè la scelta, la chiamata, la nascita e la morte, la salvezza o la perdizione, sono in modo così stretto ed indissolubile unite al Cristo”.

L’uomo, quindi, è “la prima e fondamentale via della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione”.

“È proprio all’interno dell’uomo – prosegue Giovanni Paolo II – che molti elementi si contrastano a vicenda. Da una parte, infatti, come creatura, egli sperimenta in mille modi i suoi limiti; d’altra parte, si accorge di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato ad una vita superiore”.

Il vescovo lombardo ha poi fatto notare come il Papa polacco si preoccupasse del fatto che “la genialità e l’iniziativa” dell’uomo possono però essere rivolti “in modo radicale contro lui stesso”.

“Questo progresso – si domandava infatti il Santo Padre -, il cui autore e fautore è l’uomo, rende la vita umana sulla terra, in ogni suo aspetto, ‘più umana’? La rende più ‘degna dell’uomo’?” Non ci può esser dubbio – proseguiva Giovanni Paolo II – che, sotto vari aspetti, la renda tale. Quest’interrogativo, però, ritorna ostinatamente per quanto riguarda ciò che è essenziale in sommo grado: se l’uomo, come uomo, nel contesto di questo progresso, diventi veramente migliore, cioè più maturo spiritualmente, più cosciente della dignità della sua umanità, più responsabile, più aperto agli altri, in particolare verso i più bisognosi e più deboli, più disponibile a dare e portare aiuto a tutti”.

Lo “sviluppo economico”, ha dunque concluso mons. Delpini parlando della Redemptor Hominis, può essere accolto soltanto una volta stabilito, accettato e approfondito “il senso della responsabilità morale, che l’uomo deve far suo”.