Cene Ultime – L’Eucaristia nei capolavori dell’arte

ultime_cene_frigerioL’Eucaristia nei capolavori dell’arte

Giovedì 15 Marzo presso lo Spazio Scopri-Coop Baggio
presentazione del libro “Le ultime cene. L’Eucaristia nei capolavori dell’arte” con l’autore Luca Frigerio

L’Ultima Cena, momento in cui Gesù ha istituito l’Eucarestia, è indubbiamente uno dei temi più rappresentati nella storia dell’arte cristiana; un mistero ai nostri occhi per il quale “Gesù ha scelto la più umana delle azioni – il mangiare – e la più umana delle relazioni: il mangiare insieme”.

Luca Frigerio, nel suo libro “Cene Ultime” (Edizioni Ancora) che ha presentato il 15 marzo, ci accompagna in un viaggio affascinante alla scoperta dei dipinti che lungo i secoli hanno raffigurato l’Ultima Cena di Gesù. Dalle catacombe di Priscilla a Roma ai mosaici di Ravenna, dagli affreschi di Giotto a dipinti del Beato Angelico, dal Perugino fino al capolavoro, senza pari, del Cenacolo di Leonardo.

Uno stesso soggetto ma rappresentato in modi diversi perché diversa è la prospettiva dell’artista o del committente dell’opera: qualcuno mette in risalto l’attimo dell’istituzione dell’eucarestia, per qualcun altro la “comunione” di Giuda, altri l’attimo dopo dell’annuncio del tradimento…

Sulle pareti delle chiese o delle cappelle o all’interno di refettori monastici questi dipinti erano sempre destinati ad una comunità perché “facesse memoria”, “una memoria che si attiva e si rinnova misteriosamente ogni volta che si partecipa al banchetto eucaristico.”

Proprio per l’altissimo senso di mistero che i primi cristiani percepivano davanti all’Eucarestia, nelle catacombe non ci sono raffigurazioni dell’Ultima Cena ma immagini che rimandano comunque ad essa in modo inequivocabile: lo spezzare il pane, i pesci sul tavolo, i commensali a tavola in modo fraterno…  Per vedere una delle prime rappresentazioni dell’Ultima Cena dobbiamo recarci in Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna.

Particolare è anche il basso rilievo sul pontile nel Duomo di Modena, “La comunione di Giuda”: l’attimo fissato è quello in cui Gesù mette in bocca a Giuda il pane eucaristico. Un gesto d’amore secondo il galateo orientale perché significa particolare premura nei confronti del commensale. Sembra un ultimo tentativo di Gesù di toccare il cuore dell’amico che sta per tradirlo.

Giuda è il protagonista anche del Cenacolo di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Lo riconosciamo perché, vestito di giallo, sta mettendo la  mano nel piatto insieme a quella di Gesù (“Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà – Mt. 26,23). Nel codice simbolico medievale infatti il giallo è il colore della falsità, del tradimento come se fosse una pallida imitazione dell’oro che rappresenta invece quanto di più importante e luminoso vi sia al mondo. Per questo spesso Giuda ha un abito giallo. Oppure ha l’aureola nera anziché dorata, come nella Comunione degli Apostoli del Beato Angelico.

Ma è nel Cenacolo di Leonardo che le rappresentazioni dell’Ultima cena trovano “uno dei vertici della pittura di tutti i tempi”. Fu Ludovico il Moro a commissionare quest’opera. Aveva deciso che la Chiesa di S. Maria delle Grazie sarebbe diventata il mausoleo di famiglia e per questo si rivolse ai migliori sul mercato: al Bramante per la parte architettonica e Leonardo quella pittorica.

Quello che Leonardo rappresenta nel suo Cenacolo è l’attimo che segue  l’annuncio del tradimento di Gesù, l’istante in cui si scatenano le reazioni dei Dodici. Una rappresentazione fedelissima al racconto dei Vangeli. La novità dell’opera non sta nel momento che viene rappresentato (già altri prima di lui lo avevano fatto) ma nell’intensità con cui Leonardo dipinge le reazioni degli Apostoli, diversissime a seconda del carattere di ciascuno, dei rapporti tra loro e con Gesù.

I Dodici sono disposti a gruppi di 3.

I primi sulla destra di Gesù sono Giovanni, Pietro e Giuda; Giovanni, l’apostolo prediletto, non a caso è dipinto proprio accanto a Gesù; il suo viso sembra sereno nonostante la situazione ma le sue mani intrecciate sulla tavola, rivelano il senso di tristezza ed impotenza davanti a quello che sta per accadere; a lui Pietro, impulsivo e risolutivo, si rivolge per cercare di saperne di più: “Dì, chi è colui a cui si riferisce?” leggiamo nel vangelo di Giovanni: pieno di rabbia lo afferra per la spalla quasi per scuoterlo e difendere il suo Signore.

Due discepoli molto uniti sebbene diversi: insieme Gesù li aveva mandati a preparare la Pasqua, insieme andranno al sepolcro. Giovanni, il discepolo che Gesù amava, Pietro il discepolo che amava Gesù: “Pietro mi ami tu? Certo Signore, tu sai che ti amo!”

Accanto a loro c’è Giuda, mentre stringe nelle mani il sacchetto di monete del tradimento, si ritrae con un gesto stizzito: sa che Gesù sta parlando di lui. È così agitato che rovescia la saliera: si vede poco nel dipinto ma sulla tavola c’è il sale sparso! Forse un accenno alla credenza popolare che vede nel sale rovesciato un segno di sfortuna ma anche un richiamo evangelico: “Se il sale perdesse sapore… a null’altro serve che a essere gettato via”.

Alla sinistra di Gesù ci sono Giacomo il maggiore, Tommaso e Filippo. Giacomo ha le braccia aperte: segno di sorpresa davanti all’annuncio di Gesù ma anche posizione della crocifissione… anticipando forse ciò che sarebbe da lì a poco successo a Gesù ma a lui stesso poiché Giacomo è il primo degli apostoli a morire martire. Accanto ci sono Tommaso riconoscibile dal dito rivolto verso l’alto che rimanda inequivocabilmente alla sua incredulità dopo l’apparizione di Gesù agli Apostoli (“Se non metto il dito nel posto dei chiodi …non crederò”) e Filippo, chino con le mani sul petto.

Alle spalle di Pietro ci sono poi Andrea, Giacomo il minore e Bartolomeo. Il primo alza le mani libere e vuote, quasi in contrapposizione a quelle di Giuda, strette intorno al sacchetto di monete, mentre Giacomo viene ritratto molto somigliante a Gesù (stessi capelli, stesso naso, stesso abito) perché  secondo la tradizione i due si assomigliavano molto. Infine c’è Bartolomeo che, in piedi, sembra sporgersi sulla tavola come se non avesse sentito bene: forse simbolo dello spingersi di questo Apostolo fino ai confini estremi della terra allora conosciuta (la tradizione vuole che abbia evangelizzato l’India e lì sia morto martire).

L’ultimo gruppetto invece è impegnato in un’accesa discussione. Matteo vestito con abiti “romani” che ricordano forse il suo passato di esattore delle imposte al loro servizio indica Gesù con le mani mentre Taddeo è perplesso e nervoso. A capo tavola c’è Simone lo Zelota: ha le mani con il palmo verso l’alto che sembrano allungarsi anch’esse verso Gesù

Sì, perché al centro del dipinto c’è Gesù. È lì che Leonardo vuole che guardiamo, è lì che l’onda di movimenti e gestualità degli Apostoli ci riportano: al centro. È lì dove il gioco prospettico del dipinto ci conduce: da qualsiasi punto lo si guardi la nostra attenzione viene catturata da Gesù.

Gesù è lì ed è solo, le braccia aperte, il viso reclinato. Colpisce la posizione asimmetrica delle mani:  una con il palmo verso la tavola, l’altra con il palmo verso l’alto. Segno dei due diversi momenti dell’Eucarestia: la consacrazione (Gesù prende il pane… il palmo è verso il basso) e la distribuzione (Gesù offre il suo corpo e sangue… il palmo è verso il basso).

Non ci resta che prenderci magari un po’ di tempo per andare a visitare il Cenacolo, così vicino a noi, gustando di persona il fascino e la bellezza di un’opera che – dopo 500 anni – ci porta ancora dentro il mistero di un Dio che si consuma nell’uomo facendolo per sempre a sua immagine e somiglianza.

Manuela Stelluti Scala

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