Il nuovo libro del Papa: L’Infanzia di Gesù

infanzia-di-gesuAbbiamo presentato il nuovo libro del Papa: L’Infanzia di Gesù, è intervenuto Andrea Tornielli. L’incontro si è svolto presso la Parrocchia del Corpus Domini.

Ecco alcuni passi del libro e un articolo sul libro.

(…) Gesù è nato in un’epoca determinabile con precisione. All’inizio dell’attività pubblica di Gesù, Luca offre ancora una volta una datazione dettagliata ed accurata di quel momento storico: è il quindicesimo anno dell’impero di Tiberio Cesare; vengono inoltre menzionati il governatore romano di quell’anno e i tetrarchi della Galilea, dell’Iturea e della Traconìtide, come anche dell’Abilene, e poi i capi dei sacerdoti (cfr. Lc 3,1 s).

Gesù non è nato e comparso in pubblico nell’imprecisato “una volta” del mito. Egli appartiene ad un tempo esattamente databile e ad un ambiente geografico esattamente indicato: l’universale e il concreto si toccano a vicenda. In Lui, il Logos, la Ragione creatrice di tutte le cose, è entrato nel mondo. Il Logos eterno si è fatto uomo, e di questo fa parte il contesto di luogo e tempo. La fede è legata a questa realtà concreta, anche se poi, in virtù della Risurrezione, lo spazio temporale e geografico viene superato e il “precedere in Galilea” (Mt 28,7) da parte del Signore introduce nella vastità aperta dell’intera umanità (cfr. Mt 28,16ss).

Da pagina 36 del manoscritto

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(…) Maria avvolse il bimbo in fasce. Senza alcun sentimentalismo, possiamo immaginare con quale amore Maria sarà andata incontro alla sua ora, avrà preparato la nascita del suo Figlio. La tradizione delle icone, in base alla teologia dei Padri, ha interpretato mangiatoia e fasce anche teologicamente. Il bimbo strettamente avvolto nelle fasce appare come un rimando anticipato all’ora della sua morte: Egli è fin dall’inizio l’Immolato, come vedremo ancora più dettagliatamente riflettendo sulla parola circa il primogenito. Così la mangiatoia veniva raffigurata come una sorta di altare.

Agostino ha interpretato il significato della mangiatoia con un pensiero che, in un primo momento, appare quasi sconveniente, ma, esaminato più attentamente, contiene invece una profonda verità. La mangiatoia è il luogo in cui gli animali trovano il loro nutrimento. Ora, però, giace nella mangiatoia Colui che ha indicato se stesso come il vero pane disceso dal cielo – come il vero nutrimento di cui l’uomo ha bisogno per il suo essere persona umana. È il nutrimento che dona all’uomo la vita vera, quella eterna. In questo modo, la mangiatoia diventa un rimando alla mensa di Dio a cui l’uomo è invitato, per ricevere il pane di Dio. Nella povertà della nascita di Gesù si delinea la grande realtà, in cui si attua in modo misterioso la redenzione degli uomini.

Da pagina 38 del manoscritto

 

ZI12112014 – 20/11/2012
http://www.zenit.org/article-33995?l=italian

Dalla penna di Ratzinger un “piccolo-grande libro”

“L’infanzia di Gesù”, ultimo volume di Benedetto XVI, è stato giudicato un’opera di notevole spessore storiografico e, al tempo stesso, di agevole lettura

di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 20 novembre 2012 (ZENIT.org) – Un libro “piccolo fisicamente” ma “non così piccolo come significato”. Con queste parole padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana, ha presentato ai giornalisti L’infanzia di Gesù (Rizzoli-LEV, 2012), terzo volume dedicato da papa Benedetto XVI alla vita di Gesù Cristo.

La conferenza stampa ha avuto luogo presso la Sala Pio X, a due passi da via della Conciliazione, alla presenza di vescovi, cardinali, rappresentanti della Curia Vaticana e del mondo della cultura.

Il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, ha commentato l’uscita del libro del Papa, facendo leva sulla sua lunga esperienza da biblista. L’ultimo volume di Joseph Ratzinger, ha spiegato il porporato, è sostanzialmente imperniato sui 180 versetti dei Vangeli di Matteo e Luca, dedicati all’infanzia di Gesù, sui quali è basata tutta l’esegesi.

I 180 versetti in oggetto “risultano tra i più ripresi a livello artistico insieme alla passione”, ha aggiunto Ravasi e rispondono ad una domanda fondamentale su Gesù, la stessa a cui intende rispondere il libro del Papa: “da dove vieni?”.

Il volume di Benedetto XVI si articola intorno al binomio storia-fede, ed è segnato in particolare dal “tentativo di ricerca della componente storica”. Gesù, quindi, “appartiene ad un tempo cronologicamente databile e a luoghi ben determinati”, ha proseguito il porporato.

Sulla scia del pensiero di Karl Barth, Ravasi ha poi ricordato che Dio incide nella storia in due modi: “nel pensiero e nello spirito” ma anche “nella materia”. L’irruzione materiale di Dio nella storia, a sua volta, avviene in due momenti specifici: nell’Incarnazione e nella Resurrezione.

Il cardinale biblista ha poi lodato l’assenza di qualsivoglia “autoreferenzialità” nella recente opera di Benedetto XVI e la sua estrema chiarezza lessicale che ne fa un libro alla portata di tutti, non solo degli addetti ai lavori.

La teologa brasiliana Maria Clara Lucchetti Bingemer, docente presso l’Università Cattolica di Rio de Janeiro, ha colto, tra i vari aspetti del libro, l’attenzione rivolta dal Papa alla figura di Maria, nella quale “la fedeltà alla fede del suo popolo e la novità radicale di cui è protagonista, si integrano e si completano”.

Grazie a Maria si manifesta “un nuovo inizio per l’umanità” e la nascita di suo Figlio diventa, dunque, “l’origine di ogni uomo e di ogni donna che viene al mondo”.

La figura della Madre di Gesù spicca per il suo “sì” all’invito di un “Dio che non si impone ma si espone rispettosamente alla libertà della sua creatura”. Pur non conoscendo il futuro, Maria “conosce il suo Dio e non ha paura”, avendo ascoltato l’angelo dirle: “non temere”.

Secondo la professoressa Lucchetti Bingemer, il Papa ci invita, con il suo libro ad “aprire uno spazio” a “Colui che è vero Dio e vero uomo”, affinché egli “possa nascere e manifestarsi, in un mondo come il nostro che ha tanto bisogno del suo Vangelo”.

È poi intervenuto don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana (LEV), che ha definito il volume di Ratzinger come “qualcosa di più importante” di un “piccolo libro”, come l’Autore lo definisce nella premessa.

L’infanzia di Gesù è un’opera in cui “troviamo con il ‘mattino’ di Gesù e Maria anche quello della nostra fede”, ha aggiunto il direttore della LEV.

Ad avviso di don Costa, il linguaggio di Ratzinger presenta un “discorso scorrevole, stimolante, mai debole e ovvio”, in grado di esaltare “la sua grande capacità di scrittura e di letteratura”.

In chiusura di conferenza stampa, ha preso la parola Paolo Mieli, direttore di RCS Libri, sottolineando anch’egli – da non cattolico – la centralità della figura di Maria e la sua libera scelta di obbedire ai piani del Signore.

“È singolare – ha detto Mieli – perché al centro c’è la figura di un bambino e di una donna. È un libro sulla donna: tutta la parte di Maria che riceve l’Annunciazione, la libertà di Maria, quello è un punto importantissimo di accettare, di partecipare, di farsi protagonista della nascita di Gesù”.

L’ultimo libro di Joseph Ratzinger, secondo il direttore di RCS Libri, “è destinato a lasciare un segno nella cultura europea”. Si tratta di un’opera, ha aggiunto Mieli, che può assumere un doppio valore: da un lato una “piacevole lettura” accessibile anche a fruitori non troppo colti, dall’altro un libro assai dotto che inciderà notevolmente sul dibattito storico-biblico.

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A 50 anni dal CONCILIO VATICANO II

Concilio_Vaticano_IIGiovedì 25 Ottobre 2012 nella SALA TEATRO di Via Osoppo 2 si è tenutà al conferenza A 50 anni dal CONCILIO VATICANO II organizzata dal Centro Culturale cattolico San benedetto e San Protaso. Sono intervenuti il dott.Paolo Sorbi Docente Sociologia Università Europea di Roma e Don Gabriele Mangiarotti responsabile del sito CulturaCattolica.it e del Servizio per l’Insegnamento della Religione Cattolica nella Diocesi di San Marino – Montefeltro

Ascolta L’intervento del Prof. Paolo Sorbi sul Concilio Vaticano II

Il rinnovamento cattolico del cardinale Schuster

Il rinnovamento cattolico del cardinale Schuster

schuster_1Presentato il volume della dott.ssa Elena Nobili sul periodo romano del beato arcivescovo di Milano

ROMA, sabato, 9 giugno 2012 (ZENIT.org) – “Uomo di mirabile sapienza e dottrina, che svolse con grande sollecitudine l’ufficio di pastore per il bene del suo popolo”. Così recita il martirologio del beato Alfredo Ildefonso Schuster, cardinale e arcivescovo cattolico italiano, abate del monastero benedettino di San Paolo fuori le Mura dal 1918 al 1929 e arcivescovo di Milano nel periodo del fascismo e del dopoguerra.

Proprio a Milano, il Centro culturale San Benedetto ha organizzato, presso il cinema-teatro Osoppo, una conferenza dedicata al beato, in conclusione dell’itinerario che ha visto la mostra “Unità d’Italia. Una storia di persone e di Idee”, esposta in 30 città per il 150° dell’Unità d’Italia.

Nell’ambito dell’incontro è stato presentato il libro Ildefonso Schuster tra storia e rinnovamento cattolico, di Elena Nobili, dott.ssa in Scienze storiche filologiche e letterarie dell’Europa e del Mediterraneo. Il volume, come dichiarato dall’autrice, è incentrato sul periodo romano del benedettino, in quanto, la storiografia a lui dedicata finora “si è occupata quasi esclusivamente del periodo fascista e della guerra”.

Tale storiografia – ha spiegato – ha dato vita a diverse interpretazioni che vedevano Schuster tra i “vescovi filofascisti”, o altre che lo giudicavano “ingenuo” per non aver colto pienamente le conseguenze politiche dei suoi gesti.

Orientando le ricerche sul periodo romano del beato – attraverso la documentazione relativa al periodo del II dopoguerra – emerge, invece, una particolare sensibilità di Schuster verso le chiese orientali, gli ebrei, la liturgia, e una serie di scelte accolte solo successivamente dalla Chiesa con il Concilio Vaticano II.

In particolare, le ricerche della dott.ssa Nobili presso numerosi archivi romani, ritraggono la figura di uno Schuster pienamente dedito al sostegno del movimento liurgico, ovvero quel movimento di rinnovamento cattolico che in Francia iniziò la sua attività nel mondo benedettino a fine ‘800, e che in Italia si affermò solo nel secolo successivo, a causa di alcune opposizioni.

Schuster fu “il vero protagonista delle idee del movimento”, ha dichiarato la Nobili, a partire dalla passione, alimentata fin da bambino, per l’archeologia, che “non consisteva solo nello scoprire luoghi o segni del passato, ma nella riscoperta dei siti in cui i primi cristiani avevano operato”.

“Questo suo percepire il passato come qualcosa di vivo – ha spiegato – lo portò a partecipare a celebrazioni che avvenivano nelle catacombe e nelle quali si leggevano gli antichi inni”. Mosso dal desiderio di ricostruire l’ambiente fisico ma anche liturgico dei primi cristiani, l’Arcivescovo incentrò i suoi studi “sugli elementi che avevano reso la liturgia antica così attiva e sentita nel passato”, in modo che i fedeli del XX secolo la rivivessero con la stessa profonda partecipazione.

Il beato benedettino, infatti, si fece tra i principali sostenitori della necessità di introdurre la messa dialogata, ritenendo necessario “che non fosse più solo il chierichetto a rispondere al sacerdote durante le funzioni, ma l’intero gruppo di fedeli aiutati da opuscoli bilingue distribuiti durante le celebrazioni”. Nonostante l’opposizione di numerosi ambienti, tra cui quelli gesuiti, Schuster portò avanti l’idea di fornire ai fedeli una traduzione con commento dei vari passi della celebrazione e pubblicò, nel 1915, un primo contributo dal titolo Le sacre stazioni quaresimali.

Uno degli aspetti più spinosi della vita del benedettino fu, tuttavia, il suo rapporto con le autorità. Schuster svolse, infatti, il ruolo di arcivescovo di Milano nel periodo fascista, durante e dopo la guerra, e fu, inoltre, il primo vescovo ad essere nominato dopo il Concordato del 1929, che prevedeva un duplice giuramento di fedeltà al Papa e al re e soprattutto al governo.

Egli, ha raccontato la Nobili, adottando “un differente approccio per il suo ministero a Roma e poi a Milano”, lottò chiaramente per i diritti della Chiesa nell’ambito dell’educazione e del matrimonio prima contro il governo liberale e poi contro quello fascista. Denunciò poi sia le violenze sulle associazioni cattoliche, sia il tentativo di limitare la presenza della Chiesa nella società. I suoi riferimenti alle Sacre Scritture – “un tentativo di dare una visione più spirituale agli eventi” – di fatto s’intrecciarono con il contesto storico e “provocarono numerosi fraintendimenti”.

L’azione pastorale di Schuster, ispirata a San Carlo Borromeo, si concentrò notevolmente sulle parrocchie: compì ispezioni minuziose sullo stato delle chiese, dei paramenti liturgici, ammonì i parroci e collocò ai vertici dell’Azione Cattolica lombarda persone non compromesse con il fascismo, invitandole a lavorare in silenzio per costruire un solido tessuto di relazioni e di fede.

Ciò testimonia che “il primo ed unico pensiero di Schuster fu il bene della Chiesa e dei cattolici italiani, tanto da credere fino all’ultimo di poter cristianizzare il fascismo” ha sottolineato la dottoressa.

Ne è conferma l’omelia Un’Eresia antiromana del ‘38, con la quale Schuster denunciò pubblicamente la dottrina antisemita da poco fatta propria dal governo italiano, provocando una profonda spaccatura sta Stato e Chiesa, oltre all’ira di Mussolini che da quel momento controllò costantemente l’opera dell’arcivescovo.

Nonostante ciò, il beato “non smise di prodigarsi a favore di quanti avevano bisogno”: sostenne i sacerdoti impegnati nella protezione degli ebrei, e intervenne a favore di quanti, come Indro Montanelli, furono rinchiusi dai nazifascisti nel carcere di San Vittore a Milano.

Anche durante il conflitto, si prodigò per la salvezza di Milano: non abbandonò i milanesi, rimanendo e dormendo in città durante i bombardamenti. Scrisse persino al re d’Inghilterra chiedendo di sospendere gli attacchi aerei sulla città, e trasformò l’arcivescovado in un centro di raccolta di abiti e scarpe per soccorrere i più bisognosi.

È rimasto alla storia, inoltre, il suo tentativo di convincere Mussolini, il 25 aprile 1945, a consegnarsi agli alleati. Questi, però, mal consigliato dai suoi fedelissimi, invece di tornare in arcivescovado decise di partire verso il confine svizzero, dove trovò la morte.

Numerosi elementi emersi nell’operato di Schuster a Roma e a Milano, hanno trovato poi la piena condivisione della Chiesa romana negli anni del Concilio Vaticano II, al quale però il benedettino, morto il 30 agosto 1954, non poté partecipare.

Il cardinale fu inoltre legato a Paolo VI da un’amicizia molto più profonda di quanto sinora la documentazione ha rivelato: ne è segno la decisione presa da Montini di chiedere l’apertura della causa di beatificazione a breve distanza dalla sua morte.

Il processo giunse a termine nel 1996, anno in cui il monaco di san Paolo fu elevato agli onori degli altari nel Duomo di Milano, alla presenza di migliaia di fedeli che accolsero l’evento con vera gioia, segno della devozione e dell’affettuoso ricordo che egli ha lasciato nel cuore dei milanesi e di chi l’ha conosciuto.

Cene Ultime – L’Eucaristia nei capolavori dell’arte

ultime_cene_frigerioL’Eucaristia nei capolavori dell’arte

Giovedì 15 Marzo presso lo Spazio Scopri-Coop Baggio
presentazione del libro “Le ultime cene. L’Eucaristia nei capolavori dell’arte” con l’autore Luca Frigerio

L’Ultima Cena, momento in cui Gesù ha istituito l’Eucarestia, è indubbiamente uno dei temi più rappresentati nella storia dell’arte cristiana; un mistero ai nostri occhi per il quale “Gesù ha scelto la più umana delle azioni – il mangiare – e la più umana delle relazioni: il mangiare insieme”.

Luca Frigerio, nel suo libro “Cene Ultime” (Edizioni Ancora) che ha presentato il 15 marzo, ci accompagna in un viaggio affascinante alla scoperta dei dipinti che lungo i secoli hanno raffigurato l’Ultima Cena di Gesù. Dalle catacombe di Priscilla a Roma ai mosaici di Ravenna, dagli affreschi di Giotto a dipinti del Beato Angelico, dal Perugino fino al capolavoro, senza pari, del Cenacolo di Leonardo.

Uno stesso soggetto ma rappresentato in modi diversi perché diversa è la prospettiva dell’artista o del committente dell’opera: qualcuno mette in risalto l’attimo dell’istituzione dell’eucarestia, per qualcun altro la “comunione” di Giuda, altri l’attimo dopo dell’annuncio del tradimento…

Sulle pareti delle chiese o delle cappelle o all’interno di refettori monastici questi dipinti erano sempre destinati ad una comunità perché “facesse memoria”, “una memoria che si attiva e si rinnova misteriosamente ogni volta che si partecipa al banchetto eucaristico.”

Proprio per l’altissimo senso di mistero che i primi cristiani percepivano davanti all’Eucarestia, nelle catacombe non ci sono raffigurazioni dell’Ultima Cena ma immagini che rimandano comunque ad essa in modo inequivocabile: lo spezzare il pane, i pesci sul tavolo, i commensali a tavola in modo fraterno…  Per vedere una delle prime rappresentazioni dell’Ultima Cena dobbiamo recarci in Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna.

Particolare è anche il basso rilievo sul pontile nel Duomo di Modena, “La comunione di Giuda”: l’attimo fissato è quello in cui Gesù mette in bocca a Giuda il pane eucaristico. Un gesto d’amore secondo il galateo orientale perché significa particolare premura nei confronti del commensale. Sembra un ultimo tentativo di Gesù di toccare il cuore dell’amico che sta per tradirlo.

Giuda è il protagonista anche del Cenacolo di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Lo riconosciamo perché, vestito di giallo, sta mettendo la  mano nel piatto insieme a quella di Gesù (“Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà – Mt. 26,23). Nel codice simbolico medievale infatti il giallo è il colore della falsità, del tradimento come se fosse una pallida imitazione dell’oro che rappresenta invece quanto di più importante e luminoso vi sia al mondo. Per questo spesso Giuda ha un abito giallo. Oppure ha l’aureola nera anziché dorata, come nella Comunione degli Apostoli del Beato Angelico.

Ma è nel Cenacolo di Leonardo che le rappresentazioni dell’Ultima cena trovano “uno dei vertici della pittura di tutti i tempi”. Fu Ludovico il Moro a commissionare quest’opera. Aveva deciso che la Chiesa di S. Maria delle Grazie sarebbe diventata il mausoleo di famiglia e per questo si rivolse ai migliori sul mercato: al Bramante per la parte architettonica e Leonardo quella pittorica.

Quello che Leonardo rappresenta nel suo Cenacolo è l’attimo che segue  l’annuncio del tradimento di Gesù, l’istante in cui si scatenano le reazioni dei Dodici. Una rappresentazione fedelissima al racconto dei Vangeli. La novità dell’opera non sta nel momento che viene rappresentato (già altri prima di lui lo avevano fatto) ma nell’intensità con cui Leonardo dipinge le reazioni degli Apostoli, diversissime a seconda del carattere di ciascuno, dei rapporti tra loro e con Gesù.

I Dodici sono disposti a gruppi di 3.

I primi sulla destra di Gesù sono Giovanni, Pietro e Giuda; Giovanni, l’apostolo prediletto, non a caso è dipinto proprio accanto a Gesù; il suo viso sembra sereno nonostante la situazione ma le sue mani intrecciate sulla tavola, rivelano il senso di tristezza ed impotenza davanti a quello che sta per accadere; a lui Pietro, impulsivo e risolutivo, si rivolge per cercare di saperne di più: “Dì, chi è colui a cui si riferisce?” leggiamo nel vangelo di Giovanni: pieno di rabbia lo afferra per la spalla quasi per scuoterlo e difendere il suo Signore.

Due discepoli molto uniti sebbene diversi: insieme Gesù li aveva mandati a preparare la Pasqua, insieme andranno al sepolcro. Giovanni, il discepolo che Gesù amava, Pietro il discepolo che amava Gesù: “Pietro mi ami tu? Certo Signore, tu sai che ti amo!”

Accanto a loro c’è Giuda, mentre stringe nelle mani il sacchetto di monete del tradimento, si ritrae con un gesto stizzito: sa che Gesù sta parlando di lui. È così agitato che rovescia la saliera: si vede poco nel dipinto ma sulla tavola c’è il sale sparso! Forse un accenno alla credenza popolare che vede nel sale rovesciato un segno di sfortuna ma anche un richiamo evangelico: “Se il sale perdesse sapore… a null’altro serve che a essere gettato via”.

Alla sinistra di Gesù ci sono Giacomo il maggiore, Tommaso e Filippo. Giacomo ha le braccia aperte: segno di sorpresa davanti all’annuncio di Gesù ma anche posizione della crocifissione… anticipando forse ciò che sarebbe da lì a poco successo a Gesù ma a lui stesso poiché Giacomo è il primo degli apostoli a morire martire. Accanto ci sono Tommaso riconoscibile dal dito rivolto verso l’alto che rimanda inequivocabilmente alla sua incredulità dopo l’apparizione di Gesù agli Apostoli (“Se non metto il dito nel posto dei chiodi …non crederò”) e Filippo, chino con le mani sul petto.

Alle spalle di Pietro ci sono poi Andrea, Giacomo il minore e Bartolomeo. Il primo alza le mani libere e vuote, quasi in contrapposizione a quelle di Giuda, strette intorno al sacchetto di monete, mentre Giacomo viene ritratto molto somigliante a Gesù (stessi capelli, stesso naso, stesso abito) perché  secondo la tradizione i due si assomigliavano molto. Infine c’è Bartolomeo che, in piedi, sembra sporgersi sulla tavola come se non avesse sentito bene: forse simbolo dello spingersi di questo Apostolo fino ai confini estremi della terra allora conosciuta (la tradizione vuole che abbia evangelizzato l’India e lì sia morto martire).

L’ultimo gruppetto invece è impegnato in un’accesa discussione. Matteo vestito con abiti “romani” che ricordano forse il suo passato di esattore delle imposte al loro servizio indica Gesù con le mani mentre Taddeo è perplesso e nervoso. A capo tavola c’è Simone lo Zelota: ha le mani con il palmo verso l’alto che sembrano allungarsi anch’esse verso Gesù

Sì, perché al centro del dipinto c’è Gesù. È lì che Leonardo vuole che guardiamo, è lì che l’onda di movimenti e gestualità degli Apostoli ci riportano: al centro. È lì dove il gioco prospettico del dipinto ci conduce: da qualsiasi punto lo si guardi la nostra attenzione viene catturata da Gesù.

Gesù è lì ed è solo, le braccia aperte, il viso reclinato. Colpisce la posizione asimmetrica delle mani:  una con il palmo verso la tavola, l’altra con il palmo verso l’alto. Segno dei due diversi momenti dell’Eucarestia: la consacrazione (Gesù prende il pane… il palmo è verso il basso) e la distribuzione (Gesù offre il suo corpo e sangue… il palmo è verso il basso).

Non ci resta che prenderci magari un po’ di tempo per andare a visitare il Cenacolo, così vicino a noi, gustando di persona il fascino e la bellezza di un’opera che – dopo 500 anni – ci porta ancora dentro il mistero di un Dio che si consuma nell’uomo facendolo per sempre a sua immagine e somiglianza.

Manuela Stelluti Scala

Tra demografia ed economia: proposte sul futuro dell’Italia

Il CCC San Benedetto ha invitato il dott Blangiardo per parlare del tema del cambiamento demografico in atto nel nostro apese e del suo impatto sull’economia e sul futuro dell’Italia.

Avvenire – Pubblicato il rapporto sul cambiamento demografico 5 ottobre 2011
l Rapporto-proposta del progetto culturale Cei

Quattro mosse per affrontare le insidie del declino demografico

Duecento pagine di dati e riflessioni per creare una «consapevolezza capace di indurre l’azione». È lo spirito che anima il Rapporto-proposta sul Cambiamento demografico, curato dal Comitato del Progetto Culturale della Cei e che viene presentato oggi a Roma. Un contributo per favorire un nuovo clima culturale per legittimare interventi che valgano, da un lato, a eliminare (o anche solo ad attenuare) gli effetti negativi delle tendenze in atto; dall’altro, a dare supporto tanto alle libere scelte e ai comportamenti individuali utili a garantire la tenuta degli equilibri sociali del Paese, quanto a quelle istituzioni, come la famiglia, che si prodigano da sempre per mantenere in vita la trasmissione di risorse – materiali, relazionali e valoriali – tra le generazioni.Il rapporto documenta come dietro alle “novità” dell’oggi e alle prospettive del domani siano identificabili importanti cambiamenti negli eventi che determinano il ciclo di vita individuale e familiare. Sia direttamente, attraverso i meccanismi del movimento naturale (natalità e mortalità) e della mobilità territoriale (immigrazioni ed emigrazioni), sia indirettamente, mediante l’azione di fenomeni intermedi quali i nuovi modelli di formazione e dissoluzione familiare, la diffusione delle convivenze extramatrimoniali, le novità in tema di comportamenti contraccettivi e di abortività, l’affermazione di importanti iniziative sul piano degli stili di vita e dell’educazione sanitaria in chiave preventiva.

Accanto alla diagnosi sulle modalità e la problematicità con cui si manifesta il cambiamento demografico, vengono offerte indicazioni di carattere operativo per governare le trasformazioni in atto. E questo avviene sia attraverso le analisi del sistema economico e delle relazioni che legano i comportamenti demografici alle variabili che influiscono sui bisogni e sulle risorse per soddisfarli, sia affrontando il tema delle politiche sociali, con un approccio che riconosce la centralità della famiglia e il suo ruolo strategico. Dato lo stretto intreccio fra vincoli economici e libertà di scelta delle famiglie, che in Italia colpisce in particolare le coppie giovani con figli e con un reddito medio, e tenuto conto che l’immigrazione non è che una soluzione temporanea alle carenze sul fronte delle nascite (oggi) e del potenziale produttivo (domani), diventa essenziale l’identificazione delle vie con cui evitare il rischio di un modello di sviluppo non più sostenibile.

In proposito, va preso immediatamente e pienamente atto che, almeno in Italia, la chiave di volta dei processi demografici sta tuttora largamente nella famiglia ed è nella famiglia che (piaccia o meno) si decide il futuro demografico del Paese. Diventa pertanto urgente fare in modo che il problema demografico non venga ridotto a una mera questione di risorse economiche, di scelte efficienti sotto certi vincoli, e così via, ma sia impostato sulla riconsiderazione del ruolo della famiglia quale mediatore fondamentale di decisioni individuali che incidono sul bene di tutta la comunità.

Per questo occorre dare forza a un Piano Nazionale per la famiglia, che abbia un carattere non dirigistico, ma sussidiario. Per questo, l’iniziativa di cui il Rapporto-proposta si fa promotore è l’adozione di un family mainstreaming che consiste in una strategia di sostegno alla famiglia in quanto tale, basata su quattro pilastri fondamentali: si va dall’equità nell’imposizione tributaria e nelle politiche tariffarie, alla conciliazione famiglia-lavoro, ai contratti relazionali sino alle politiche abitative a misura di famiglia. La speranza insita nel Rapporto-proposta è di poter contribuire a diffondere una nuova mentalità che renda più generativa ed equa la società italiana. Una società che alla legittima preoccupazione per l’ecologia centrata sul rispetto dell’ambiente naturale associ anche una doverosa attenzione all’ecologia umana. Rispettando quelle forme sociali di vita che rendono dignitosa la nascita dei figli e la possibilità di allevarli e educarli entro un contesto che, come l’esperienza ci insegna, non ha altri validi sostituti o equivalenti funzionali: la famiglia, per l’appunto.

Gian Carlo Blangiardo

 

ZI11122303 – 24/12/2011
Permalink: http://www.zenit.org/article-29092?l=italian

Tra demografia ed economia: proposte sul futuro dell’Italia

“Il Cambiamento Demografico” visto dal Progetto Culturale della CEI

di Antonio D’AngiòROMA, sabato, 24 dicembre 2011 (ZENIT.org).- Il Cardinale Joseph Ratzinger, nel 2004 nel libro “Senza radici”, così scriveva parlando della crisi della cultura europea: “C’è una strana mancanza di voglia di futuro. I figli, che sono il futuro, vengono visti come una minaccia per il presente. Ci portano via qualcosa della nostra vita, così si pensa. Non vengono sentiti come una speranza, bensì come una limitazione”. E sempre nello stesso anno, il sociologo Zygmunt Bauman, uno dei maggiori intellettuali europei, quasi a complemento della riflessione di Ratzinger, nel suo “Amore liquido” così rifletteva: ”La nostra è un’epoca nella quale i figli sono prima di ogni altra cosa e più di ogni altra cosa, oggetti di consumo emotivo”.

Partiamo da qui, da questi pensieri, come fotografia di un tempo non lontano e cornice ideale per presentare il lavoro curato dal Comitato per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana dal titolo “Il Cambiamento Demografico” edito da Laterza nel settembre 2011 e che trova nel sottotitolo “Rapporto-proposta sul futuro dell’Italia” la direzione di marcia e, soprattutto, nella parola “proposta” la meta cui dirigere gli interventi.

Il lavoro è stato elaborato tra gli altri dai demografi Giancarlo Blangiardo e Antonio Golini, dal giurista Francesco D’Agostino, ed ha visto la partecipazione all’interno del Comitato anche di Lorenzo Ornaghi e Andrea Riccardi, al tempo non ancora Ministri della Repubblica come attualmente, nonché dal presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi, ma soprattutto diremmo da un importante numero di docenti e ricercatori donne sia dell’Università Cattolica che Statale, come Eugenia Scabini, Giulia Rivellini, Graziella Caselli, Giovanna Rossi, Paola Ricci Sindoni, Gabriella Gambino, Elisa Barbiano di Belgiojoso.

La prefazione di Camillo Ruini introduce ai tre capitoli di cui è composta la pubblicazione: il primo si intitola “Ripercorrere il cambiamento demografico”; il secondo “Riflettere sul cambiamento demografico” ed il terzo “Per una demografia sostenibile”. Prima di approfondire il terzo capitolo, proveremo a fornire una panoramica necessariamente parziale sui primi due cercando di sintetizzare i numeri e i grafici più significativi trovando conferma con quanto ha ben sottolineato Maria Antonietta Calabrò sul Corriere della Sera: “Non si tratta di roba da preti né di prediche”.

Ripercorrere il Cambiamento Demografico

Numero di famiglie:nel 1971 erano quasi 16 milioni con un numero di componenti di 3,4 mentre nel 2011 il numero di famiglie è di poco superiore ai 25 milioni con numero medio di componenti pari a 2,4.

Numero medio di figli per 1000 donne:Nel 1952 il valore era di circa 2400. Nel 2004 il numero medio si attesta a circa 1400 (circa il 40 % in meno).

Numero medio di figli per donna nella popolazione straniera:Nel 2006 si attesta a 2,5 per scendere nel 2010 a 2,13.

Età media degli sposi al primo matrimonio in Italia:partendo dal punto più basso, ovvero la seconda metà degli anni settanta, si è passati dai 24-27 anni per spose e sposi ad un corrispondente 30 – 33 anni nel 2008.

Riflettere sul cambiamento demografico

Popolazione in Italia in alcune classi di età indicative di quattro successive generazioni:nel 1980 tra 0 e i 4 anni, vi sono circa 3 milioni e mezzo di bambini che diventano, però, meno di 3 milioni nel 2010, pari quindi ad una riduzione del 19%. Nello stesso periodo il numero di nonni (da 60 a 64 anni) passa da poco più di due milioni a poco meno di 4 milioni (con un incremento, quindi, del 70%).

Stranieri in Italia per tipologia di presenza:al 1° gennaio del 2003 i residenti stranieri risultano essere circa un milione e mezzo mentre sono circa cinquecentomila gli irregolari. Sette anni dopo, nel 2010, i residenti si attestano ad oltre 4 milioni (triplicando quasi la loro presenza) mentre gli irregolari si riducono di circa il 10%, perciò sostanzialmente stabili, attestandosi a circa 450-mila unità.

Percentuale di maschi 25-34enni per condizione familiare:nel 1993-1994 la percentuale di maschi in questa classe di età che viveva in famiglia come figlio era del 40%, mentre il 30% in coppia come genitore. In circa quindici anni, nel biennio 2008-2009, i giovani maschi ancora in famiglia sono circa il 50% mentre quelli in coppia come genitori sono circa il 20%.

Per una demografia sostenibile

Tutti questi dati scientifici, elaborati dopo averli acquisiti da Istat, Eurostat, Onu, Ocse, sono alla base della proposta elaborata nel volume e che proviamo così a sintetizzare partendo da un’assunzione importante, ovvero che l’espressione “Governare i cambiamenti demografici”va interpretata correttamente in quanto può avere sia significati positivi che negativi: “E’ positiva se significa che vengono create le condizioni affinchè le persone, le coppie, le famiglie possano fare scelte libere e responsabili. E’ negativa se significa che un qualche potere, politico, economico o altro, fa le scelte al posto delle persone, delle coppie delle famiglie”.

Viene introdotto, quindi, ilQuoziente familiare, cioèil metodo per tassare il reddito familiare nel suo insieme (anziché quelli individuali) dividendolo per un coefficiente che tiene conto del numero dei membri della famiglia, dell’età, della salute e di altre variabili o pesi che non producano redistribuzioni improprie.

Accanto al quoziente familiare, vi sono poi una serie di sostegni diretti alle famiglie che si possono sintetizzare insostegni monetari (cash)esostegni in servizi (kind).Tra i primi può essere annoverato, ad esempio, il Fondo di credito per i nuovi nati (già attivato nel 2009), consistente nell’erogazione di un mutuo agevolato sino a 5000 euro da restituirsi entro cinque anni. Tra i secondi, tutti quei servizi che possano supportare le gestanti in difficoltà oppure le madri sole, come l’assistenza domiciliare o la disponibilità di strutture residenziali disponibili all’accoglienza.

Inoltre, è stato ipotizzato il potenziamento dei servizi integrativi del nido pubblico, tramite l’adozione di alcuni provvedimenti qualil’educatrice familiare(assistenza a domicilio dei bambini sino a tre anni), ilnido in famiglia(predisposizione della propria abitazione per ospitare un’educatrice e massimo cinque bambini),altri servizi flessibilirealizzati in partnership con organizzazioni del terzo settore che si caratterizzano per una maggiore flessibilità oraria ed il cui accesso può avvenire anche tramite un sistema di voucher o buoni di servizio.

Ma, approfondimenti altrettanto dettagliati sono fatti anche per le politiche dell’immigrazione, e sull’equità intergenerazionale. In generale però, tutti questi temi possono essere sintetizzati sotto la voce dei tempi di cura, dove “una finalità fondamentale è quella di promuovere il coinvolgimento della figura paterna in una logica di condivisione e corresponsabilità con la figura materna”.

Ed è probabilmente qui, una delle chiavi per consentire il passaggio al family mainstreaming, cioè “all’elaborare e perseguire una strategia dinamica e di lunga durata che metta la famiglia al centro della società e sia considerata come una dimensione di tutte le politiche sociali, economiche, educative”.

Al netto, aggiungiamo noi, di quelle quattromila famiglie finte povere scoperte dalla Guardia di Finanza da gennaio ad ottobre 2011, le quali tramite autocertificazione non pagavano gli asili nido, erano esentate dai ticket sanitari, avevano agevolazioni sulle tasse scolastiche…