Unità d’Italia – Inaugurazione

Marzo 2011     Corso Matteotti 14 MILANO INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA PRESSO PARROCCHIA SAN CARLO

I cattolici liberali e l’idea di Risorgimento

di Gianni BORGO

1) Il cattolicesimo liberale modello di progresso civile e culturale

I cattolici liberali sono stati una generazione di eminenti personalità dell’800 (filosofi, letterati, scrittori, artisti, politici…) legati da un programma comune: dimostrare la piena compatibilità del cattolicesimo con le moderne idee moderna di libertà e di progresso (economico e politico), purificate dagli eccessi e dagli equivoci in esse contenuti. I più rilevanti esponenti del movimento sono stati Antonio Rosmini, Vincenzo Gioberti, Massimo D’Azeglio, Alessandro Manzoni, Cesare Cantù, Cesare Balbo, Niccolò Tommaseo. Essi sono stati protagonisti del risorgimento italiano sia a livello culturale che politico. Storicamente furono legati a Milano e tra loro da una condivisione di intenti e molto spesso da amicizia. Scriveva Cesare Cantù dell’ispirazione del gruppo cattolico liberale di Milano: “Non tessevamo combriccole, ma applicavamo a reali bisogni le forze vitali dell’intelligenza; formavamo un partito che s’inchinava alla chiesa per star ritto davanti alla reggia, praticando la libertà più che acclamarla, volendo quella del pensiero e delle credenze; dei libri e dei pochi giornali facendo un magistero che rimovesse l’anarchia degli spiriti e la servilità delle consorterie; sentivamo un’aspirazione interiore, più grande di quella che osassimo confessare, e volevamo arrivare o almeno avvicinarci al punto, ove il paese potesse governarsi da sé stesso mediante una democrazia, diretta a non sovvertire anzi a garantire l’ordine, assicurare gli interessi, le giovani speranze fondando sulla savia tradizione” (Cesare Cantù, Alessandro Manzoni. Reminiscenze, Vol. II, Milano, Fratelli Treves, 1882, p. 283). Il testo di Cantù dimostra in maniera sintetica che: a) il liberalismo cui si riferisce è analogo al modello di Tocqueville e della tradizione anglosassone, un liberalismo umanistico inclusivo dei valori religiosi radicati nel popolo e capace di valorizzare il ruolo pubblico della religione (“s’inchinava alla chiesa per star ritto davanti alla reggia”). b) ai cattolici liberali erano già noti con chiarezza i principi della moderna democrazia liberale e che loro auspicavano per l’Italia questa soluzione (una democrazia fondata sui valori tradizionali). c) la loro azione politica era di prospettiva: il raggiungimento dell’indipendenza nazionale e i nuovi ordinamenti politici dovevano connettersi al passato senza lacerazioni (autogoverno diretto “non a sovvertire anzi a garantire l’ordine”). d) Tra le libertà individuali trova il primo posto la libertà religiosa (“libertà delle credenze”), che implica la sicurezza per la libertà della chiesa (perdita o meno del potere temporale del pontefice: soluzioni diverse in Rosmini e Manzoni, accomunate tuttavia dalla richiesta di adeguate “guarentigie”).

Le prospettive dei cattolici liberali in merito all’unità d’Italia sono riassumibili nelle seguenti linee: a) Un modello di risorgimento nazionale alternativo al radicalismo giacobino e a soluzioni rivoluzionarie ed insurrezionali, che avrebbero travolto la continuità della storia e della cultura italiane. Costituivano pertanto un’alternativa all’ideologia mazziniana e garibaldina. b) Favorevoli ad un’iniziativa di popolo, perché il processo fosse graduale e più consensuale possibile. c) Nell’ottica del gradualismo si collocano le proposte federaliste di Rosmini e Gioberti. Soprattutto Rosmini elabora una prospettiva federalistica su base regionale che prova a realizzare in una missione diplomatica a Roma tra agosto e novembre 1848 (dopo aver dato la formulazione teorica al disegno federativo in diverse opere). Tale soluzione avrebbe comportato la nascita di una federazione degli stati italiani, con l’obiettivo di una progressiva integrazione di aree non omogenee per sviluppo economico, consuetudini politiche, stratificazione di ceto. L’assetto federale avrebbe salvaguardato le differenze regionali, guidando la trasformazione degli stati assoluti in stati costituzionali, entro una comune cornice di sovranità. Soprattutto il disegno avrebbe evitato lacerazioni di natura religiosa e culturale, favorendo un ampio consenso alla causa risorgimentale. Da quanto emerge dalla missione di Rosmini a Roma anche Pio IX guardava favorevolmente alla nascita della federazione italiana. L’ostilità al progetto federativo, informalmente raggiunto giunge imprevedibilmente dal Piemonte e ne sancisce l’impossibilità attuativa (cfr. A. Rosmini, Della missione a Roma di Antonio Rosmini Serbati negli anni 1848-1849, Edizioni Rosminiane, Stresa, 1998).

2) L’idea di risorgimento modello di elevazione popolare

  1. a) Il risorgimento come categoria dello spirito Essi non pensano pertanto alla realizzazione dell’unità o indipendenza nazionale in senso puramente tecnico e senza pensiero per possibili effetti collaterali. Non cadono pertanto nella trappola dello storicismo. Interpretano piuttosto il problema dell’unità in un senso più ampio, cioè l’unità come risorgimento. Non si tratta di una categoria storica. Il risorgimento è una categoria dello spirito, che non si risolve in un’epoca storica ma costituisce un compito rivolto al futuro. Commemorare i 150 anni non si può risolvere in mera rivisitazione storica, rivolta al passato. Ci invita invece a ripensare i valori profondi su cui si fonda l’appartenenza alla nazione italiana e la nostra identità. Interpretando acutamente il pensiero di questa generazione di cattolici, Augusto Del Noce ha ripreso la categoria di risorgimento come “restaurazione creatrice”: il Risorgimento non è solo conquista dell’unità e dell’indipendenza politica, ma, in analogia con il Rinascimento, è anche pensiero, filosofia, cultura. È il ritrovamento consapevole della storia italiana, in ciò che meglio essa ha prodotto. Che questo legame ideale tra epoche sia verificabile è dimostrato plasticamente dalla Galleria delle carte geografiche nei Musei Vaticani, opera eseguita per conto di papa Gregorio XIII nel 1581, alla fine dell’epoca rinascimentale. La consonanza con l’età risorgimentale di cui fu antesignana è dimostrata dai 120 metri di corridoio, le cui pareti mostrano in affresco tutte le regioni d’Italia; il visitatore può trovare la propria regione e, nei dettagli minuziosissimi di queste prime cartine giganti, i dintorni del paese in cui è nato. Già allora esisteva la rappresentazione e quindi l’idea di Italia, ed era riconosciuta da un papa, custode dell’identità religiosa del proprio paese convinto della sua unità (prova che smentisce, in modo definitivo, il luogo comune per cui il Papato era nemico dell’unità d’Italia). La coscienza unitaria che regge l’opera è visibile nei cartigli. Nella epigrafe inaugurale si legge: “Italia regio totius orbis nobilissima” (il posto più nobile della terra). Nel cartiglio che rappresenta l’intera penisola si legge: “Italia artium studiorumque plena semper est habita” (l’Italia si presenta sempre colma di arti e di scienze). Ben prima dell’impresa politica esiste un’Italia che è chiamata a risorgere, cioè a ritornare alle radici che la connotano e che ne hanno innervato la storia. Come glosserebbe Del Noce: “le nazioni possono risollevarsi soltanto per approfondimento della loro tradizione [le radici, i principi costitutivi, ndr], e criticando l’ordine storico dal punto di vista di un ordine ideale [la trama dell’ordine storico richiede sempre un criterio di verifica, ndr]. Se principio primo della “rivoluzione totale” è il “futuro” [indeterminato e utopistico, ndr], principio ideale del risorgimento (inteso in questo senso) è l’Eterno” (A. Del Noce, Rivoluzione, Risorgimento, Tradizione, Milano, Giuffrè, 1993, pp. 431-432).
  2. b) Il risorgimento è un compito per il futuro Se, come scriveva Del Noce, le nazioni possono sempre risorgere, come i popoli e gli individui, allora il risorgimento è in ogni tempo una missione e un compito. Non una semplice rivisitazione filologica dei secoli passati (necessaria ma non sufficiente) e non un evento da lasciare a periodiche commemorazioni (sempre preda di opposte retoriche). Tale è il significato di “unità d’Italia” oggetto della mostra che è stata allestita e che intende essere ben più di una semplice rivisitazione. Con essa si è voluto infatti proporre la conoscenza del passato nell’ottica di una più profonda opera di riconciliazione, consapevoli che non vi è cesura tra la nazione che si è risollevata ottenendo l’indipendenza rispetto alla nazione italiana prima dell’indipendenza e rispetto a quella successiva. Inteso così il risorgimento non può che essere alternativo a due ipotesi che condannerebbero l’unità ad essere ostaggio del passato e soggetta ad una insanabile fragilità di consenso. Queste due ipotesi sono quella della rivoluzione e quella della reazione, che non appartengono allo spirito risorgimentale come è stato pensato e vissuto dai cattolici liberali, e, in generale dai cattolici italiani senza distinzioni. Il risorgimento è distante dall’ipotesi di rivoluzione, che vuole una interrompere la continuità con la storia, la cultura e la tradizione di un popolo. È alternativo anche ad ogni iniziativa di parte (ideologia), di setta, che esclude per definizione il coinvolgimento popolare, declassato a “massa”, disprezzandone il radicamento in consuetudini e tradizioni, specie se religiose. È distante anche dalla reazione, intesa come mantenimento dello status quo, che vieta evoluzioni e rettifiche degli assetti storico politici contingenti, bloccando ogni possibile sviluppo. I cattolici liberali sono in tale senso il modello di ogni autentico riformismo, che distingue tra le strutture permanenti e irrinunciabili, che vanno mantenute, e gli ordinamenti che possono essere ragionevolmente aggiornati. In tal senso andrebbe oggi dibattuto quale cultura nazionale sia all’altezza delle sfide attuali e quanto il cattolicesimo liberale sia una risorsa nel pensare allo sviluppo dell’Italia come comunità nazionale. Dopo 150 anni gli eventi stanno dimostrando la totale inattualità di quella minoritaria ideologia italiana, pericolosa alchimia di spirito giacobino e volontarismo idealistico, che ha connotato parte della cultura unitaria e postunitaria. Tale riproposizione risulta impensabile come impensabili sarebbero tutte le fughe verso una riproposizione, altrettanto passatista, di vecchie formule di legalismo costituzionale, connotate anch’esse dal distacco elitistico rispetto alla vita concreta del paese e alla sua conformazione popolare.
  3. c) Il risorgimento come fatto di popolo I cattolici liberali valorizzano la storia dei popoli e rivolgono la loro attenzione alla elevazione del popolo. Sono convinti infatti che i protagonisti della storia siano i popoli, perché in essi si depositano grandi valori, culturali, politici, religiosi, e nei quali possono formarsi ed elevarsi gli individui. L’elevazione del popolo – per Rosmini e Manzoni – ha il significato di continuo ed qualificato approfondimento di questi valori profondi, di presa di coscienza della loro rilevanza ed implicanza per i singoli e per la comunità. Il recupero e il riconoscimento della rilevanza culturale e politica di tale vissuto rimane il contributo che la cultura italiana, specie cattolica, può dare al bene comune del proprio paese. In tal senso è apprezzabile che la mostra che oggi inauguriamo sia stata realizzata da un centro culturale che si richiama a S. Benedetto. S. Benedetto da Norcia, italiano, fondatore del monachesimo occidentale, ha di fatto realizzato un modello europeo di risorgimento (cfr. la Lectio di Benedetto XVI al “College de Bernardins”, 12/09/2008). È noto come il monachesimo benedettino sia stato levatore di popoli e di nazioni: il movimento benedettino, nel silenzio operoso, nel “quaerere Deum”, fatto di preghiera e di lavoro metodico, nei campi e nelle biblioteche, sparsi in ogni ambiente naturale, è stato ed è esempio di autentico spirito risorgimentale. È in questo modo che si pongono le premesse perché le persone si educhino, i popoli crescano e le nazioni si formino. Negli anni, certo, anche nei secoli. È così che tuttavia si è realizzato quel miracolo culturale che è l’Europa. I cattolici liberali dell’800, analogamente, prospettavano il risorgimento nel senso del riappropriarsi – da parte del popolo italiano – delle proprie radici storiche e culturali: ciò avrebbe conferito all’auspicata unità e allo stato nazionale un consenso più ampio di quanto in effetti avvenne, e, prima ancora, a partire da una basilare condivisione di valori comuni entro un’identità condivisa. La situazione odierna, in piena continuità storica, richiede ancora simile impegno, che come allora non ricade solo su individui sparsi ma riguarda essenzialmente la coscienza di un popolo.
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