Un figlio a tutti i costi?

Incontro con Luca Tanduo, Vice presidente del Movimento per la Vita Ambrosiano e il Dott. Andrea Natale, ginecologo alla Macedonio Melloni di Milano

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11 Settembre 2001-2011 cosa è cambiato

11 Settembre 2001-2011 cosa è cambiato

di Luca Tanduo

Giovedi 15 settembre si è svolto presso l’Auditorium san Carlo a Milano l’incontro 11 settembre 2001-2011 cosa è cambiato organizzato dal Centro Culturale san Benedetto (http://www.cccsanbenedetto.it/) e da Alleanza Cattolica. Introdotti da un filmato che ha ripercorso il decennio 2001-2011 sono intervenuti V.E.Parsi Professore ordinario di Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una relazione sul tema: “Il mediterraneo: un solo spazio geopolitico, comune a nord e a sud” e M.Introvigne sociologo, filosofo e scrittore italiano, direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni, con una relazione sul tema: “Dall’11 settembre alle rivolte arabe. Tre scenari per il mondo arabo” Ha moderato la serata Paolo Tanduo.

V.E.Parsi ha iniziato il suo intervento ricordando come oggi si possa ritenere che l’11 settembre ha avuto un effetto sistemico meno imponente di quello che avevamo pensato all’inizio, resta un fatto grave resta un fatto che ha prodotto conseguenze molto profonde nel decennio che è seguito ma il fatto più nuovo che si sta producendo nel mondo arabo non è una conseguenza dell’11 settembre. La vera novità sono state le rivoluzioni arabe. Le rivoluzioni arabe, ha continuato V.E.Parsi, segnano la sconfitta del jihadismo globale, quel fenomeno rappresentato da Bin Laden è stato sconfitto perche’ le rivoluzioni arabe hanno sottratto spazio politico al jihadismo e al terrorismo conseguendo risultati che il terrorismo non ha mai conseguito : cambiare le leadership, rovesciare i re­gimi, ridare fiducia e protagonismo agli esclusi. Le rivolte arabe sono il vero epitaffio sul sogno criminale di un nuovo califfato. Il loro successo ha anche riportato speranza alla possibilità che le società arabe e musul­mane possano conoscere una loro via gra­duale, non lineare, talvolta contraddittoria ver­so la costruzione della democrazia. Ma come mai si sono diffuse così velocemente? V.E.Parsi ha risposto a questo interrogativo evidenziando come il mondo arabo sta subendo un effetto di cambiamento endogeno che ne spiega la velocità del contagio in tutta la regione

V.E.Parsi  ha sottolineato come non possiamo sciupare  questa occasione: siamo di fronte ad una domanda politica da parte delle opinioni pubbliche basata su libertà, uguaglianza, rispetto, trasparenza, responsabilità dei governi : sono compatibili alle domande politiche presenti in occidente nelle quali non prevale l’elemento identitario e  che spiega come mai le rivoluzioni sono state rivolte verso i governanti. Se c’è stato fallimento nell’esportare democrazia è stato legato alla difficoltà di incontrare una domanda, è molto difficile esercitare influenza su una domanda politica che è fatta da centinaia di milioni di teste ognuna indipendente all’altra. Tra i vari aspetti di queste rivoluzione V.E.Parsi si è soffermato sul ruolo svolto dai giovani e dai network arabi. Internet ha anche avuto un ruolo. I giovani vivono una realtà dissociata, vivono in una società reale gerontocratica che non da loro possibilità e poi la sera si collegano ad internet e vivono un mondo virtuale reale con amici in tutto il mondo, per loro è un altra vita reale che li ha aperti alla possibilità di confronto.

La presenza dei partiti islamisti nell’offerta politica è un dato di fatto. La domanda che dobbiamo porci è secondo V.E.Parsi se i partiti islamisti con la loro piattaforma ideologica messi in un mercato più libero, nella competizione delle idee, non siano costretti a riformarsi, non vengano contagiati dal libero mercato delle idee. Nessuno di noi sa cosa succederà. Bisogna cercare degli interlocutori. L’altro elemento da considerare e da evitare, ha continuato V.E.Parsi, è la convergenza tra dinamiche interne e dinamiche esterne. Cosa bisogna fare? Bisogna fare dei passi in avanti nella questione arabo-israeliana.“Quel che è cambiato in questi mesi, l’elemento di grande novità, è la rapida, sorprendente perdita di influenza di Washington in Medio Oriente e nel mondo arabo più in generale: e a mano a mano che l’egemonia americana nella regione si indebolisce, sarà impossibile evitare la deflagrazione di una nuova guerra arabo-israeliana se non verrà risolta la questione palestinese. È un declino che, con buona pa­ce di chi vedeva nell’iperpotenza degli Stati U­niti una delle cause principale del nanismo politico dell’Europa, non vede riaffermare u­na centralità politica del vecchio continente. Solo l’egemonia americana in Medio Oriente ha finora impedito che un ordine senza equilibrio non degenerasse in disordine e caos”. Ma quei tempi stanno rapidamente finendo. L’attuale dirigenza israeliana è miope perché non sta vedendo cosa sta succedendo. I fatti del Cairo ci dicono che il tempo è breve, gran parte della popolazione egiziana, continua a ritenere che la «pace separata» siglata dall’allora presidente Sadat abbia rappresentato un tradimento della causa araba. Senza l’influenza determinante esercitata da un attore esterno, gli Stati Uniti, nessuno stato di quiete (non parlo di pace) è possibile nella regione. Gli unici che possono evitare il deteriorarsi della situazione sono gli israeliani facendo una politica più aperta. In simili circostanze, il rischio che la regione corra rapidamente verso un nuovo conflitto, ha continuato V.E.Parsi, è tutto fuorché aleatorio, anche a fronte del crescente isolamento di Israele, che in poco più di un anno ha perso i due soli (tiepidi) alleati che aveva nella regione: Turchia ed Egitto. Non c’è nessuna avvisaglia che si stiano facendo passi in avanti. USA stanno per porre il loro veto alla proclamazione all’ONU dello stato di Palestina che raccoglierà 130-150 voti su 193 paesi che appartengono all’ONU, palesando al cosa peggiore per gli occidentali, noi siamo contrari e tutto il resto del mondo è favorevole mettendoci in una posizione di minor influenza possibile sull’offerta politica araba, significa alleggerire i nostri strumenti di pressione sull’offerta politica araba. Gli Israeliani, ha concluso V.E.Parsi, non hanno capito che la soluzione militare da sola non è capace di risolvere i problemi. Il riconoscimento dello Stato Palestinese è una scelta audace che rimetterebbe la palla al centro disinnescando una situazione esplosiva. E’ il momento di scelte coraggiose e diverse anche a quelle del passato, se cambiano i venti bisogna cambiare.

Introvigne ha in particolare ripercorso i fatti dell’11 settembre e la storia dell’Islam e ha fatto un analisi sulle sue diverse componenti. L’11 settembre 2001 ha detto, è una data molto importante dal punto di vista culturale, per l’enorme impatto simbolico che ha avuto al di là del suo successo strategico. L’attentato fu fatto da terroristi islamici. Occorre precisare ha continuato M.Introvigne che Non tutti i musulmani sono fondamentalisti. Questa tesi sembra ovvia: la ripetono tutti, ha detto, dal presidente Barack Obama al mio barbiere.  M. Introvigne ha ha ricordato quali sono le 3 rivendicazioni del fondamentalismo islamico. Primo: l’applicazione della legge islamica (shari’a) in ogni Paese musulmano. Secondo: l’unificazione dei Paesi a maggioranza islamica in un’unica realtà politico-religiosa nuovamente guidata da un califfo. Terzo: la ripresa da parte del califfato restaurato del sogno originario di un’islamizzazione del mondo intero. Chi nel mondo islamico non condivide queste tesi non è fondamentalista.

M.Introvigne nell’introdurci le dinamiche nel mondo islamico ci ha fatto fare un salto nella storia tornando all’11 settembre 1683. La sconfitta del 1683 fu drammatica per l’islam e fece sorgere un profondo confronto al suo interneo. L’islam aveva perso perché era rimasto indietro rispetto all’Occidente o al contrario perché all’Occidente si era troppo avvicinato, dimenticando la purezza della fede dei padri? Le due risposte, ha continuato nella sua analisi M.Introvigne, rappresentano i tipi ideali di quelli che nel secolo XX sarebbero stati chiamati “modernismo” e “fondamentalismo”. Nel secolo XIX e nella prima parte del secolo XX è sembrata vincente la risposta modernista. La decolonizzazione ha portato al potere quasi ovunque regimi “nazionalisti”, cioè modernizzatori e ispirati a ideologie occidentali, anche se queste ideologie erano di rado democratiche e i dittatori guardavano con più entusiasmo al nazionalsocialismo o al socialcomunismo. Poi, le cose sono cambiate, ha ricordato M.Introvigne, a partire dalla rivoluzione iraniana del 1979, la risposta fondamentalista ha trovato nei secoli XX e XXI nuovo vigore, dal momento che l’altra risposta, quella modernista, in un certo senso era stata provata e aveva fallito. L’11 settembre, ha sottolineato M.Introvigne ben prima delle vicende del 2010 e 2011, ha costretto il mondo a prendere atto del fatto che il fondamentalismo islamico è una forza viva, potente e pericolosa. E’ importante secondo M.Introvigne tener presente due differenti dinamiche: Fra i fondamentalisti alcuni, pensano che sia importante impadronirsi subito della titolarità del governo, per procedere a una islamizzazione della società “dall’alto”: si tratta degli ultrafondamentalisti, che non escludono la violenza e il terrorismo. Altri invece considerano inutile andare al governo se prima la società non è stata islamizzata “dal basso”, conquistando le scuole, le università, i giornali, i tribunali e così via: si tratta dei fondamentalisti che alcuni sociologi chiamano neotradizionalisti. Al-Qaida è il frutto più maturo dell’ultrafondamentalismo, i Fratelli Musulmani del fondamentalismo neotradizionalista.Ma attenzione, dice M.Introvigne, “Non va confusa nozione di fondamentalismo con terrorismo, non tutti i fondamentalisti sono terroristi, dobbiamo distinguere tra ultra fondamentalismo e un fondamentalismo neo-tradizionalista della cui esistenza dobbiamo prendere atto”.

Poco prima di morire Oriana Fallaci (1929-2006) raccontò ad amici americani che, nel suo colloquio con Benedetto XVI, aveva chiesto al Papa perché mai s’impegnasse nel dialogo con l’islam, secondo la giornalista italiana impossibile. Il Pontefice avrebbe risposto sorridendo: «impossibile ma obbligatorio». In effetti, l’unica alternativa a un dialogo che sembra spesso quasi impossibile è la guerra atomica contro un miliardo e mezzo di musulmani ed allora ha continuato M.Introvigne, non ci sono alternative al dialogo. Bisogna trovare qualcuno con cui dialogare. Ma questo qualcuno non possiamo sceglierlo noi, ha giustamente sottolineato M.Introvigne, noi dobbiamo cercare interlocutori che devono avere 3 requisiti: devono essere disponibili a dialogare con noi, che abbiamo qualchecosa da dirci, ci sono forze cosi radicali con cui non abbiamo nulla da dirci e terzo che siano rappresentativi, non possono essere persone che non hanno alcun seguito nei loro paesi. Bisogna dialogare con quelle che ci sono. Durante e dopo le primavere arabe ci sono diverse linee, c’è chi dice che dobbiamo dialogare con i modernisti, questa è una linea vecchia che non è più un opzione perché i regimi arabi sono finiti perché hanno governato male e perché con le nuove comunicazioni non riescono a contenere il dissenso e anche perché non è possibile che delle minoranze governino e dominino sulla maggioranza. Non possono essere loro i nostri interlocutori perché sono finiti. A chi dobbiamo guardare si è chiesto M.Introvigne? Anche a me piacerebbe, ha risposto, che nascesse una nuova offerta politica che non sarà uguale ai partiti che troviamo in occidente ma che sarà radicata nelle tradizioni locali e sarà legata alla religione però se nasce dalle nuove imprenditorie saremmo tutti contenti. Nell’attesa dobbiamo prenderci una grande lente di ingrandimento e guardare dentro al mondo che nasce dal fondamentalismo e quindi riflettere sulla differenza tra fondamentalismo neo-tradizionalista e il fondamentalismo radicale e favorire dove possibile il dialogo. M. Introvigne ha concluso ricordando come Coi fondamentalisti neo-tradizionalisti dobbiamo tenere aperto il dialogo come faceva il vituperato governo Bush. Questo fa parte del dialogo impossibile ma obbligatorio. Il caso di Erdogan è significativo secondo M.Introvigne di come sia possibile partendo dal fondamentalismo fare una svolta moderatrice mettendosi sul mercato politico. Infatti, è l’analisi di M.Introvigne, riguardo il problema arabo-israeliano Erdogan indurisce la propaganda anti-israeliana perché porta voti, in questo momento vede l’occasione di emergere come potenza regionale nelle crisi di tutte le altre potenziali leadership regionali dei paesi a maggioranza mussulmana e anche in quella che è una grave carenza dell’iniziativa americana nella regione.

L’incontro si è concluso con un dibattito che ha coinvolto il numeroso pubblico.

A proposito di Unità d’Italia: il ruolo dei cattolici

A proposito di Unità d’Italia: il ruolo dei cattolici

Presentazione della mostra all’Urban Center in Galleria Vittorio Emanuele a Milano

svoltosi il 14 marzo 2011

di Luca e Paolo Tanduo

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L’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia è un’occasione per ripercorrere la storia con particolare attenzione al contributo dei cattolici, promuovendo anche la conoscenza della storia della Chiesa e dei suoi documenti in questo periodo storico, scoprendo quanto di positivo è stato espresso. È necessario far “riemergere il senso positivo dell’essere italiani: servono visioni grandi, non per fare della retorica, ma per nutrire gli spiriti e seminare nuovo, ragionevole, ottimismo” come sottolineato dal card. Angelo Bagnasco nel suo intervento al Convegno per le Settimane Sociali della Cei a Genova.
Pensiamo che questo anniversario debba e possa essere anche l’occasione per interrogarsi sul contributo e sul ruolo dei cattolici nel loro rapporto con la società e le istituzioni. Abbiamo cercato di farlo ripercorrendo la storia dell’Unità d’Italia attraverso le diverse componenti del pensiero cattolico del tempo: personalità politiche, filosofi, economisti, giornalisti, sacerdoti, papi, beati e santi.

L’Unità d’Italia non può essere ridotta solo alle battaglie per l’unificazione territoriale. Significativo il concetto di Unità d’Italia che Alessandro Manzoni proclama nell’ode Marzo 1821 che introduce un nuovo e più alto concetto di “nazione”: «Una gente che libera tutta /o fia serva tra l’Alpe e il mare;/ una d’arme, di lingua, d’altare,/ di memorie, di sangue e di cor».
Particolarmente significativa nell’ambito cattolico fu la componente cattolico liberale, dove è presente l’idea che la fede cattolica e la Chiesa hanno svolto un ruolo civilizzatore della società. Nel sostenere e promuovere la causa nazionale i cattolici liberali ne sottolineano l’elemento popolare, intriso di religiosità cristiana, e per questo criticano soluzioni rivoluzionarie e mazziniane. Tommaseo scrive in Dell’Italia: “Chi vuol distruggere la credenza cattolica della quale l’Italia è centro si fa nemico della Patria”. Gioberti nel Primato morale e civile degli italiani teorizza il ruolo universale e di guida dell’Italia per la presenza da 18 secoli del Papa e quindi il suo primato tra le Nazioni. Gioberti e Rosmini sono i due grandi teorizzatori dell’Italia federale in una Lega di Stati. Ma questo pensiero era comune a molti altri cattolici che vedevano inscindibile il legame tra il cristianesimo e la libertà e la democrazia. Cantù disse : “Un comune e un Santo ecco gli elementi di cui si compone la nostra libertà”. Tommaseo in Dell’Italia scrive “politica senza moralità, moralità senza religione, riesce ipocrisia”. Balbo e Gioberti in Piemonte furono primi ministri ed ebbero fino al 1848 ruoli primari durante la prima guerra d’Indipendenza poi persa dai piemontesi e unica guerra combattuta solo dagli italiani. Tommaseo col Dizionario della lingua Italiana, Cantù con la Storia Universale, D’Azeglio con Ettore Fieramosca sono gli autori dei romanzi storici che fornirono le basi linguistiche e culturali del Risorgimento italiano. Manzoni “combatte” per l’unità dell’Italia con lo strumento che gli è più congeniale: la letteratura. Rosmini sottolinea la centralità del cristianesimo nella e per la società e rilancia il diritto naturale. Vuole restaurare la filosofia per metterla al servizio della fede e del progresso. La filosofia per Rosmini è strumento di carità, perché “il risorgimento dell’uomo è innanzitutto intellettuale e morale”. Rosmini chiede un nuovo slancio anche al clero e alla Chiesa ponendo a modello la chiesa dei primi secoli.

Una persona sicuramente centrale nelle vicende risorgimentali fu papa Pio IX che, in un periodo difficilissimo, difese la teologia cristiana e la Chiesa dal liberismo, dal naturalismo e dal razionalismo assoluto che volevano ridurre o eliminare il Cristianesimo e il legame tra fede e ragione. Pio IX proclamò due nuovi dogmi: l’Immacolata Concezione di Maria e l’Infallibilità del papa. Pio IX proponeva un patto doganale di libera circolazione delle merci come primo passo verso l’unità; se ci pensiamo è la stessa modalità usata per incominciare l’unificazione europea nel rispetto delle diversità. Ma il pericolo di scissione con la chiesa austriaca, il cambio del governo piemontese che passò dall’appoggio del progetto di Confederazione di Rosmini ad un progetto espansionistico, il pericolo che prevalesse l’ala più liberista anticattolica come nella insurrezione di Roma che portò alla repubblica Romana spinsero Pio IX a mettersi sulla difensiva. I contrasti aumentarono con le leggi di esproprio dei beni ecclesiastici e la chiusura degli ordini religiosi in Piemonte prima, e in tutto il regno d’Italia dopo. Pio IX è nominato venerabile da Paolo VI il 6 luglio 1975 e beato il 3 settembre 2000 da Giovanni Paolo II che così ricorda la sua figura: “Fedele in ogni circostanza agli impegni del suo ministero, seppe sempre dare il primato assoluto a Dio ed ai valori spirituali. Fu molto amato, ma anche odiato e calunniato. Ma fu proprio in mezzo a questi contrasti che brillò più vivida la luce delle sue virtù”. Pio IX non ebbe poi consiglieri capaci come Cavour, che invece si distinse per doti diplomatiche tanto da guadagnarsi l’appoggio della Francia che nella seconda e terza guerra d’Indipendenza fu determinante nelle campagne militari contro l’Austria, e degli inglesi che finanziarono l’impresa dei Mille. La sconfitta del 1848 aveva determinato l’impossibilità che l’unità avvenisse con il solo contributo degli italiani. Il Regno d’Italia è proclamato il 17 marzo 1861. La presa di Porta Pia nel 1870 col mancato riconoscimento del ruolo internazionale del papa e l’interruzione del Concilio Vaticano I provocano la rottura dei rapporti tra il regno d’Italia e il papa, creando la cosiddetta questione romana. Don Bosco assunse in questa fase un ruolo decisivo: oltre alla sua opera educativa e sociale fu un importante mediatore tra Pio IX e Vittorio Emanuele II per risolvere la crisi venutasi a creare in merito alla nomina dei vescovi che il nuovo Stato italiano aveva preteso di condizionare. I cattolici si divisero in transigenti il cui motto era Cattolici col Papa liberali con lo Stato , ma che furono minoritari e gli intransigenti il cui motto era Con il Papa e per il Papa, questi ultimi furono la corrente più numerosa e più attiva sul piano socio-economico e culturale. Leone XIII che succede a Pio IX rilancia il tomismo nella formazione del clero, il ruolo internazionale della Chiesa e sprona i cattolici all’impegno sociale, in particolare con l’enciclica Rerum Novarum. Con Paganuzzi i cattolici intransigenti si organizzano nell’Opera dei Congressi che diventa capillare e diffonde in tutta Italia le idee economiche di Toniolo, il progetto delle Casse rurali e delle cooperative cattoliche di don Cerruti, le istituzioni per l’educazione cattolica di Tovini che fonda anche il banco Ambrosiano e il banco San Paolo. I cattolici intransigenti costruiscono cosi uno stato sociale capace di aiutare contadini e operai abbandonati dal governo liberista. Dal punto di vista politico con la fine del non expedit proclamato da San Pio X ebbero un ruolo di primo piano Murri, Meda e don Sturzo. Meda, politico milanese, fu uno dei fautori dell’alleanza con i liberali moderati e divenne il primo cattolico ministro durante la prima guerra mondiale. Don Sturzo riuscì ad unificare le varie componenti cattoliche e a dar vita al partito popolare. L’idea di Stato di Sturzo è ancora oggi attuale: “Per noi lo Stato è la società organizzata politicamente per raggiungere i fini specifici; esso non sopprime non annulla non crea i diritti naturali dell’uomo, solo li tutela, li riconosce, li coordina nei limiti della propria funzione politica […] Lo Stato non crea l’etica, la traduce in leggi e vi dà forza sociale”.

In questo periodo i cattolici fecero opere culturali e sociali, ebbero come avversari prima il liberalismo e poi il socialismo. I cattolici difesero il ruolo dell’educazione cattolica nella scuola pubblica e il matrimonio cristiano di fronte all’istituzione del matrimonio civile. E’ questo il periodo nel quale nasce la stampa cattolica usata per diffondere il pensiero cattolico; alcuni dei personaggi principali in quest’opera furono Sacchetti, don Albertario e don Giovanni Bosco.

La vicenda dell’Unità d’Italia ci spinge a riflettere sul vero significato della parola laicità e sui rapporti tra Stato e Chiesa. Illuminanti su questo sono le parole di Benedetto XVI nella Deus Caritas Est: “Lo Stato non può imporre la religione, ma deve garantire la sua libertà […] La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l’adoperarsi per la giustizia lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente”.

Oggi è necessaria una riscoperta culturale della fede, della storia, e dei santi in questo periodo storico: Tovini, Toniolo, Don Bosco, Scalabrini (vescovo impegnato per gli emigranti italiani), Pio IX, Rosmini, Pio X, della dottrina sociale della Chiesa che nasce e si sviluppa in quegli anni. E’ importante far conoscere quanto di vero, di giusto, di bello sia stato fatto dall’uomo, nella convinzione che ogni autentico valore è sempre riverbero della verità, della santità della bellezza di Cristo; in una situazione difficile e contrastata i cristiani hanno contribuito con la loro cultura, le loro idee innovative e hanno dato vita all’impegno di molti per costruire una società migliore senza rinunciare alla propria specificità, dando un notevole contributo dal punto di vista politico, economico, culturale e sociale.

http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=27299

Unità d’Italia – Inaugurazione

Marzo 2011     Corso Matteotti 14 MILANO INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA PRESSO PARROCCHIA SAN CARLO

I cattolici liberali e l’idea di Risorgimento

di Gianni BORGO

1) Il cattolicesimo liberale modello di progresso civile e culturale

I cattolici liberali sono stati una generazione di eminenti personalità dell’800 (filosofi, letterati, scrittori, artisti, politici…) legati da un programma comune: dimostrare la piena compatibilità del cattolicesimo con le moderne idee moderna di libertà e di progresso (economico e politico), purificate dagli eccessi e dagli equivoci in esse contenuti. I più rilevanti esponenti del movimento sono stati Antonio Rosmini, Vincenzo Gioberti, Massimo D’Azeglio, Alessandro Manzoni, Cesare Cantù, Cesare Balbo, Niccolò Tommaseo. Essi sono stati protagonisti del risorgimento italiano sia a livello culturale che politico. Storicamente furono legati a Milano e tra loro da una condivisione di intenti e molto spesso da amicizia. Scriveva Cesare Cantù dell’ispirazione del gruppo cattolico liberale di Milano: “Non tessevamo combriccole, ma applicavamo a reali bisogni le forze vitali dell’intelligenza; formavamo un partito che s’inchinava alla chiesa per star ritto davanti alla reggia, praticando la libertà più che acclamarla, volendo quella del pensiero e delle credenze; dei libri e dei pochi giornali facendo un magistero che rimovesse l’anarchia degli spiriti e la servilità delle consorterie; sentivamo un’aspirazione interiore, più grande di quella che osassimo confessare, e volevamo arrivare o almeno avvicinarci al punto, ove il paese potesse governarsi da sé stesso mediante una democrazia, diretta a non sovvertire anzi a garantire l’ordine, assicurare gli interessi, le giovani speranze fondando sulla savia tradizione” (Cesare Cantù, Alessandro Manzoni. Reminiscenze, Vol. II, Milano, Fratelli Treves, 1882, p. 283). Il testo di Cantù dimostra in maniera sintetica che: a) il liberalismo cui si riferisce è analogo al modello di Tocqueville e della tradizione anglosassone, un liberalismo umanistico inclusivo dei valori religiosi radicati nel popolo e capace di valorizzare il ruolo pubblico della religione (“s’inchinava alla chiesa per star ritto davanti alla reggia”). b) ai cattolici liberali erano già noti con chiarezza i principi della moderna democrazia liberale e che loro auspicavano per l’Italia questa soluzione (una democrazia fondata sui valori tradizionali). c) la loro azione politica era di prospettiva: il raggiungimento dell’indipendenza nazionale e i nuovi ordinamenti politici dovevano connettersi al passato senza lacerazioni (autogoverno diretto “non a sovvertire anzi a garantire l’ordine”). d) Tra le libertà individuali trova il primo posto la libertà religiosa (“libertà delle credenze”), che implica la sicurezza per la libertà della chiesa (perdita o meno del potere temporale del pontefice: soluzioni diverse in Rosmini e Manzoni, accomunate tuttavia dalla richiesta di adeguate “guarentigie”).

Le prospettive dei cattolici liberali in merito all’unità d’Italia sono riassumibili nelle seguenti linee: a) Un modello di risorgimento nazionale alternativo al radicalismo giacobino e a soluzioni rivoluzionarie ed insurrezionali, che avrebbero travolto la continuità della storia e della cultura italiane. Costituivano pertanto un’alternativa all’ideologia mazziniana e garibaldina. b) Favorevoli ad un’iniziativa di popolo, perché il processo fosse graduale e più consensuale possibile. c) Nell’ottica del gradualismo si collocano le proposte federaliste di Rosmini e Gioberti. Soprattutto Rosmini elabora una prospettiva federalistica su base regionale che prova a realizzare in una missione diplomatica a Roma tra agosto e novembre 1848 (dopo aver dato la formulazione teorica al disegno federativo in diverse opere). Tale soluzione avrebbe comportato la nascita di una federazione degli stati italiani, con l’obiettivo di una progressiva integrazione di aree non omogenee per sviluppo economico, consuetudini politiche, stratificazione di ceto. L’assetto federale avrebbe salvaguardato le differenze regionali, guidando la trasformazione degli stati assoluti in stati costituzionali, entro una comune cornice di sovranità. Soprattutto il disegno avrebbe evitato lacerazioni di natura religiosa e culturale, favorendo un ampio consenso alla causa risorgimentale. Da quanto emerge dalla missione di Rosmini a Roma anche Pio IX guardava favorevolmente alla nascita della federazione italiana. L’ostilità al progetto federativo, informalmente raggiunto giunge imprevedibilmente dal Piemonte e ne sancisce l’impossibilità attuativa (cfr. A. Rosmini, Della missione a Roma di Antonio Rosmini Serbati negli anni 1848-1849, Edizioni Rosminiane, Stresa, 1998).

2) L’idea di risorgimento modello di elevazione popolare

  1. a) Il risorgimento come categoria dello spirito Essi non pensano pertanto alla realizzazione dell’unità o indipendenza nazionale in senso puramente tecnico e senza pensiero per possibili effetti collaterali. Non cadono pertanto nella trappola dello storicismo. Interpretano piuttosto il problema dell’unità in un senso più ampio, cioè l’unità come risorgimento. Non si tratta di una categoria storica. Il risorgimento è una categoria dello spirito, che non si risolve in un’epoca storica ma costituisce un compito rivolto al futuro. Commemorare i 150 anni non si può risolvere in mera rivisitazione storica, rivolta al passato. Ci invita invece a ripensare i valori profondi su cui si fonda l’appartenenza alla nazione italiana e la nostra identità. Interpretando acutamente il pensiero di questa generazione di cattolici, Augusto Del Noce ha ripreso la categoria di risorgimento come “restaurazione creatrice”: il Risorgimento non è solo conquista dell’unità e dell’indipendenza politica, ma, in analogia con il Rinascimento, è anche pensiero, filosofia, cultura. È il ritrovamento consapevole della storia italiana, in ciò che meglio essa ha prodotto. Che questo legame ideale tra epoche sia verificabile è dimostrato plasticamente dalla Galleria delle carte geografiche nei Musei Vaticani, opera eseguita per conto di papa Gregorio XIII nel 1581, alla fine dell’epoca rinascimentale. La consonanza con l’età risorgimentale di cui fu antesignana è dimostrata dai 120 metri di corridoio, le cui pareti mostrano in affresco tutte le regioni d’Italia; il visitatore può trovare la propria regione e, nei dettagli minuziosissimi di queste prime cartine giganti, i dintorni del paese in cui è nato. Già allora esisteva la rappresentazione e quindi l’idea di Italia, ed era riconosciuta da un papa, custode dell’identità religiosa del proprio paese convinto della sua unità (prova che smentisce, in modo definitivo, il luogo comune per cui il Papato era nemico dell’unità d’Italia). La coscienza unitaria che regge l’opera è visibile nei cartigli. Nella epigrafe inaugurale si legge: “Italia regio totius orbis nobilissima” (il posto più nobile della terra). Nel cartiglio che rappresenta l’intera penisola si legge: “Italia artium studiorumque plena semper est habita” (l’Italia si presenta sempre colma di arti e di scienze). Ben prima dell’impresa politica esiste un’Italia che è chiamata a risorgere, cioè a ritornare alle radici che la connotano e che ne hanno innervato la storia. Come glosserebbe Del Noce: “le nazioni possono risollevarsi soltanto per approfondimento della loro tradizione [le radici, i principi costitutivi, ndr], e criticando l’ordine storico dal punto di vista di un ordine ideale [la trama dell’ordine storico richiede sempre un criterio di verifica, ndr]. Se principio primo della “rivoluzione totale” è il “futuro” [indeterminato e utopistico, ndr], principio ideale del risorgimento (inteso in questo senso) è l’Eterno” (A. Del Noce, Rivoluzione, Risorgimento, Tradizione, Milano, Giuffrè, 1993, pp. 431-432).
  2. b) Il risorgimento è un compito per il futuro Se, come scriveva Del Noce, le nazioni possono sempre risorgere, come i popoli e gli individui, allora il risorgimento è in ogni tempo una missione e un compito. Non una semplice rivisitazione filologica dei secoli passati (necessaria ma non sufficiente) e non un evento da lasciare a periodiche commemorazioni (sempre preda di opposte retoriche). Tale è il significato di “unità d’Italia” oggetto della mostra che è stata allestita e che intende essere ben più di una semplice rivisitazione. Con essa si è voluto infatti proporre la conoscenza del passato nell’ottica di una più profonda opera di riconciliazione, consapevoli che non vi è cesura tra la nazione che si è risollevata ottenendo l’indipendenza rispetto alla nazione italiana prima dell’indipendenza e rispetto a quella successiva. Inteso così il risorgimento non può che essere alternativo a due ipotesi che condannerebbero l’unità ad essere ostaggio del passato e soggetta ad una insanabile fragilità di consenso. Queste due ipotesi sono quella della rivoluzione e quella della reazione, che non appartengono allo spirito risorgimentale come è stato pensato e vissuto dai cattolici liberali, e, in generale dai cattolici italiani senza distinzioni. Il risorgimento è distante dall’ipotesi di rivoluzione, che vuole una interrompere la continuità con la storia, la cultura e la tradizione di un popolo. È alternativo anche ad ogni iniziativa di parte (ideologia), di setta, che esclude per definizione il coinvolgimento popolare, declassato a “massa”, disprezzandone il radicamento in consuetudini e tradizioni, specie se religiose. È distante anche dalla reazione, intesa come mantenimento dello status quo, che vieta evoluzioni e rettifiche degli assetti storico politici contingenti, bloccando ogni possibile sviluppo. I cattolici liberali sono in tale senso il modello di ogni autentico riformismo, che distingue tra le strutture permanenti e irrinunciabili, che vanno mantenute, e gli ordinamenti che possono essere ragionevolmente aggiornati. In tal senso andrebbe oggi dibattuto quale cultura nazionale sia all’altezza delle sfide attuali e quanto il cattolicesimo liberale sia una risorsa nel pensare allo sviluppo dell’Italia come comunità nazionale. Dopo 150 anni gli eventi stanno dimostrando la totale inattualità di quella minoritaria ideologia italiana, pericolosa alchimia di spirito giacobino e volontarismo idealistico, che ha connotato parte della cultura unitaria e postunitaria. Tale riproposizione risulta impensabile come impensabili sarebbero tutte le fughe verso una riproposizione, altrettanto passatista, di vecchie formule di legalismo costituzionale, connotate anch’esse dal distacco elitistico rispetto alla vita concreta del paese e alla sua conformazione popolare.
  3. c) Il risorgimento come fatto di popolo I cattolici liberali valorizzano la storia dei popoli e rivolgono la loro attenzione alla elevazione del popolo. Sono convinti infatti che i protagonisti della storia siano i popoli, perché in essi si depositano grandi valori, culturali, politici, religiosi, e nei quali possono formarsi ed elevarsi gli individui. L’elevazione del popolo – per Rosmini e Manzoni – ha il significato di continuo ed qualificato approfondimento di questi valori profondi, di presa di coscienza della loro rilevanza ed implicanza per i singoli e per la comunità. Il recupero e il riconoscimento della rilevanza culturale e politica di tale vissuto rimane il contributo che la cultura italiana, specie cattolica, può dare al bene comune del proprio paese. In tal senso è apprezzabile che la mostra che oggi inauguriamo sia stata realizzata da un centro culturale che si richiama a S. Benedetto. S. Benedetto da Norcia, italiano, fondatore del monachesimo occidentale, ha di fatto realizzato un modello europeo di risorgimento (cfr. la Lectio di Benedetto XVI al “College de Bernardins”, 12/09/2008). È noto come il monachesimo benedettino sia stato levatore di popoli e di nazioni: il movimento benedettino, nel silenzio operoso, nel “quaerere Deum”, fatto di preghiera e di lavoro metodico, nei campi e nelle biblioteche, sparsi in ogni ambiente naturale, è stato ed è esempio di autentico spirito risorgimentale. È in questo modo che si pongono le premesse perché le persone si educhino, i popoli crescano e le nazioni si formino. Negli anni, certo, anche nei secoli. È così che tuttavia si è realizzato quel miracolo culturale che è l’Europa. I cattolici liberali dell’800, analogamente, prospettavano il risorgimento nel senso del riappropriarsi – da parte del popolo italiano – delle proprie radici storiche e culturali: ciò avrebbe conferito all’auspicata unità e allo stato nazionale un consenso più ampio di quanto in effetti avvenne, e, prima ancora, a partire da una basilare condivisione di valori comuni entro un’identità condivisa. La situazione odierna, in piena continuità storica, richiede ancora simile impegno, che come allora non ricade solo su individui sparsi ma riguarda essenzialmente la coscienza di un popolo.

Unità d’Italia e cattolici

5 Marzo 2011     Corso Matteotti 14 MILANO

Problemi politici successivi all’unità d’ITALIA

di Alberto TORRESANI

L’unità politica raggiunta dal popolo italiano nel marzo 1861 in larga misura risultò fortunosa, affrettata, poco apprezzata dalla stragrande maggioranza degli Italiani di allora che sicuramente non avevano molti motivi per rallegrarsi. Il d’Azeglio affermò che, dopo la poesia epica della formazione di un nuovo Stato, veniva la prosa della vita quotidiana piena di problemi: dopo aver fatto l’Italia occorreva fare gli Italiani.

Per equità, dobbiamo dire che se l’Italia ha conservato la sua unità, si deve concludere che nel complesso l’unificazione fu un bene, anche se nell’operare quel bene molti agirono male. Scalfari continua a ripetere che con l’unità ebbero il potere i competenti e gli onesti, ma questa affermazione viene smentita dai molti incompetenti e disonesti che sfruttarono il nuovo sistema. Si ripete che Garibaldi chiese due sacchi di sementi come compenso dei suoi meriti, dimenticando che gli fu regalata quasi metà dell’isola della Maddalena e che i suoi figli, piuttosto sprovveduti negli affari, furono salvati dal fallimento con denaro pubblico. Marcello Staglieno, per incitamento del Montanelli che era convinto sostenitore della sola epopea a nostra disposizione, quella del Risorgimento, scrisse una biografia di Nino Bixio, il garibaldino di ferro che morì di febbre gialla in Indonesia, mentre trasportava soldati da un’isola all’altra per stroncare le insurrezioni degli indigeni. Bixio si adattò a quei compiti dopo aver fatto fallire la sua società di navigazione, favorita in precedenza da investimenti statali. Agli eroici garibaldini della spedizione in Sicilia, alcuni dei quali avevano fatto una carriera folgorante da soldato semplice a colonnello nel giro di sei mesi, fu offerto l’inserimento nell’esercito regolare, una evidente sine cura dal momento che non conoscevano nulla di tattica o strategia. Nel 1862, quando fu bandito l’appalto per le Ferrovie Meridionali Italiane, la gara fu aggiudicata a un consorzio formato dal livornese Pietro Bastogi: su venti membri del Consiglio d’Amministrazione, tredici erano deputati al Parlamento: ciò significa che i conflitti d’interesse non sono una pratica di recente invenzione. A fine secolo esplose il caso del Banco di Roma, uno dei quattro istituti di emissione della moneta. È accertato che veniva stampata una certa quantità di moneta in più rispetto alla cifra stabilita e che quel denaro serviva a molti usi, per esempio finanziare la campagna elettorale di candidati filo-governativi: nello scandalo risultò coinvolta anche la famiglia dei Savoia. A questo proposito si consiglia la rilettura del romanzo di Luigi Pirandello I vecchi e i giovani perché nel nostro paese spesso la verità è stata raccontata dai romanzieri, pensando che essi scrivono cose inventate, non fatti reali; quando i fatti sono riferiti dagli storici essi scoprono di avere molti amici di riguardo tra i potenti e che si dimostra vero patriottismo quando si coprono certi pasticciacci brutti, che si fanno, ma non si devono raccontare. Da ultimo, fino al 1892 tutti i primi ministri arrivarono a quella carica per meriti risorgimentali. Il primo a non poter vantare tali meriti, perché nato nel 1840, fu il Giolitti. Qualcosa del genere è avvenuto nel secondo dopoguerra quando era necessaria la patente di partigiano per accedere a impieghi e uffici, ma sempre tacendo che oltre la metà delle bande partigiane si erano formate dopo il 25 aprile 1945, a guerra finita.

Burocrazia     Sappiamo che la cinghia di trasmissione dal centro alla periferia è formata dagli impiegati pubblici, costituenti ciò che si chiama “burocrazia”. I due Stati più importanti precedenti l’unità erano il Piemonte e il Regno delle Due Sicilie. Nel primo la burocrazia era considerata onesta, ma molto lenta; nel secondo gli impiegati apparivano venali ed essenzialmente al servizio di se stessi, ossia compito primario della burocrazia sembrava quello di perpetuare se stessa. Non è temerario affermare che la burocrazia italiana ha fatto propri i difetti dei due sistemi. Il modello esemplare fu quello francese, ma in Francia è sempre esistito un solo centro politico, Parigi, e per di più sono esistite Scuole Superiori di Amministrazione Pubblica, che formano un personale altamente competitivo: esso considera efficienza e tempestività il mezzo per fare carriera. Inoltre, a ogni livello c’è sempre un responsabile che paga in caso di inadempienza. In Italia prevaleva l’idea che una mano lava l’altra e che lo Stato può anche fallire purché le carte siano ordinate in modo tale da scagionare il burocrate. Da noi mai gli impiegati statali furono sfiorati dall’idea che il tempo è denaro e falsa l’affermazione che l’importanza di un ufficio dipende dal tempo di giacenza delle pratiche in esso.

Esercito     I Savoia hanno sempre conservato la mentalità di sovrani di uno Stato cuscinetto che separa due grandi potenze, ponendo all’asta l’alleanza in base a ciò che ciascuna di esse è disposta a concedere. Perciò i Savoia si sono sempre considerati comandanti dell’esercito col dovere di intraprendere almeno una guerra nel corso della propria carriera. L’esercito e la marina devono essere numerosi, anche a costo di prescindere se esiste un’industria e una capacità finanziaria in grado di ripristinare esercito e marina in caso di insuccesso: perciò tali strumenti sono importanti nei giorni di parata davanti al corpo diplomatico. Ossia sono strumenti da non impiegare, perché il costo per tenerli in efficienza è superiore alle possibilità di un piccolo paese. Ci fu un geniale disegnatore di navi da guerra, Benedetto Brin che progettò la corazzata Duilio, considerata, nel 1878, la più potente al mondo: la nave raramente fu fatta navigare perché consumava troppo carbone. La mentalità da Stato cuscinetto induceva a passare da uno schieramento all’altro senza tanti riguardi. Al contrario, un grande Stato deve farsi guidare da esigenze geopolitiche che non cambiano col mutare del vento. Per fare un solo esempio, nel 1882 venne decisa l’adesione al patto difensivo passato alla storia col nome di Triplice alleanza, perché Austria e Germania permettevano all’Italia l’espansione coloniale. A parte la considerazione che tale espansione avveniva quando in Africa i territori migliori erano già stati occupati da Francia e Inghilterra, bisognava tener presente che l’interscambio commerciale per l’80% avveniva con Francia, Inghilterra e Stati Uniti, e solo il residuo 20% avveniva con Austria e Germania: che cosa sarebbe avvenuto in caso di guerra? E infatti, nel 1914, nel corso di dieci mesi avvenne il passaggio dall’altra parte delle potenze in guerra. Ancora più clamorosa la decisione di Mussolini, dopo aver conquistato l’Africa Orientale Italiana, pur sapendo che la Gran Bretagna possedeva Gibilterra, Malta, Suez, ossia le chiavi del Mediterraneo, di stipulare il Patto d’acciaio con la Germania con la prospettiva di dover impiegare la flotta italiana in una guerra contro la Gran Bretagna, una circostanza giudicata dagli ammiragli come suicida, dal momento che la flotta era stata costruita nell’ipotesi di non doverla mai impiegare contro la potenza navale maggiore esistente al mondo. Occorre aggiungere che nella flotta e nell’esercito si faceva carriera acconsentendo alle proposte dei potenti di turno, anche quando proponevano follie. La mancanza di gradualismo espose la giovane nazione a nutrire aspirazioni possibili in altri paesi di ben altra consistenza: non si passa alla maturità senza passare attraverso adolescenza e giovinezza. Non si deve dimenticare che negli Stati precedenti l’unità non esisteva il servizio militare obbligatorio della durata di tre anni, da assolvere fuori della propria regione per timore di collusioni dei militari coi problemi locali. Il mantenimento di tanti giovani sotto le armi implicava costi proibitivi.

Fisco     La prosa più difficile da accettare è quella delle tasse e delle imposte, perché spesso i rapporti tra cittadino e Stato si limitano a questo aspetto cruciale. In luogo di adottare un prudente gradualismo, fu deciso di estendere a tutto il paese il sistema fiscale piemontese, in assoluto il più esoso. I Piemontesi avevano sempre sopportato questo stato di cose perché amavano la loro indipendenza ed erano sinceramente legati alla loro dinastia regale. Ma occorre sempre tener presente che, nel decennio di potere del Cavour, in Piemonte erano stati investiti gli importanti prestiti esteri per organizzare ferrovie, telegrafo, strade e il nuovo molo di Genova, opere pubbliche di gran lunga superiori a ciò che esisteva nel resto del paese. Perciò l’esazione fiscale era sopportata meglio in Piemonte che nel resto del paese, a eccezione della Lombardia che possedeva il migliore sistema economico e i talenti necessari all’imprenditoria. Le aspirazioni da grande potenza subito manifestate dal nuovo Stato unitario suggerivano di non schiacciare la nascente industria italiana perché potesse raggiungere la dimensione economica adeguata a quelle aspirazioni. Perciò non erano le tasse dirette le più importanti per lo Stato, bensì le tasse indirette che colpivano i consumi più diffusi. Quintino Sella istituì la tassa sul macinato, ossia la farina che usciva a sacchi dai mulini, facili da conteggiare e subito tradotti in aumento del prezzo del pane che spesso era il solo alimento dei poveri. Frequenti furono in Italia tumulti del pane come quello di Milano nel 1898, causato dall’aumento dei noli marittimi che trasportavano frumento in Italia in partenza da Chicago: in quel caso le navi erano state requisite per trasportare soldati americani nella guerra contro la Spagna per sottrarle Cuba e le Filippine.

Agricoltura     Occorre sempre tener presente che dopo l’unità la popolazione italiana viveva per almeno il 54% dispersa nelle campagne. Il rapporto dei contadini con lo Stato si limitava al servizio militare e alle tasse perché non esisteva alcuna previdenza sociale o protezione sanitaria. La condizione dei contadini era dura e per di più esisteva una gravissima ignoranza che induceva alcuni a non capire come mai nel sud del paese l’agricoltura aveva redditi così bassi rispetto all’agricoltura padana. Si ignorava che le terre settentrionali in genere non soffrono di siccità, al contrario delle terre del sud che possono dare un solo raccolto all’anno, quello estivo, perché manca l’acqua piovana o di irrigazione per un raccolto autunnale. Mancando di pascoli, manca anche il letame e il tempo dei concimi chimici era ancora lontano. I contadini nella pianura padana vivono in fattorie disperse, mentre nei paesi meridionali i contadini vivono in grossi paesi e impiegano, al tempo dei lavori agricoli, anche quattro ore di cammino a dorso di mulo. Non si capiva che risulta impossibile vivere senza aver nulla da fare in campagne coltivate a frumento con meno di settanta giornate lavorative l’anno, perché nelle altre non c’è nulla da fare. La conoscenza dell’agricoltura meridionale spesso risaliva al mondo classico quando era un luogo comune ripetere quanto fossero ubertose le campagne di Sicilia.

 

Istruzione     L’analfabetismo era la condizione normale nelle campagne più povere. In Lombardia era presente il maggiore tasso di persone capaci di scrivere perché fin dai tempi di Maria Teresa, nel XVIII secolo, esisteva un sistema scolastico obbligatorio. Ma anche qui gli abbandoni scolastici erano numerosi perché i bambini erano impiegati nei campi. Nel 1878, con la legge Coppino, fu istituita la scuola elementare obbligatoria di due anni, perché si giudicava indispensabile che tutti sapessero leggere, scrivere e far di conto, come si diceva allora. A Milano fu fondato il Politecnico perché esisteva un incipiente sistema industriale. Nel sud l’industria precedente l’unità politica aveva chiuso i battenti, perché incapace di reggere la concorrenza estera dovuta a tariffe doganali troppo basse. In Abruzzo esistevano milioni di pecore, ma la lana veniva bruciata perché il paese era invaso dalla lana inglese. Cavour aveva fatto i debiti, ora tutta l’Italia doveva pagare gli interessi. Al sud lo studio era un privilegio delle classi alte. Esistevano i seminari minori e maggiori delle diocesi, frequentati anche da giovani che non intendevano proseguire gli studi da sacerdote, ma molti seminari furono chiusi e gli edifici confiscati per farne caserme e tribunali, quando nel 1866 le leggi eversive della proprietà ecclesiastica furono estese al resto della penisola. Perciò ai giovani meridionali rimanevano accessibili le facoltà di giurisprudenza e di lettere classiche avendo come prospettiva l’avvocatura o l’impiego pubblico, ma esercitato con mentalità poco propensa all’efficienza.

Crisi dell’agricoltura europea               Generalmente non si tiene presente la grande crisi attraversata dall’agricoltura europea tra il 1876 e il 1894. Per quasi un quarto di secolo i prezzi agrari subirono un costante peggioramento: detto in altri termini, ogni anno chi portava il raccolto al mercato riceveva un prezzo inferiore a quello dell’anno precedente, mentre i costi agrari erano sempre maggiori. In larga misura il fenomeno si doveva alla messa a coltura delle grandi pianure centrali degli USA e della pampa di Argentina o Uruguay. Il bestiame di quei paesi non era mantenuto in stalla nei mesi invernali e perciò la carne costava molto di meno rispetto a quella europea. Infine, dopo il 1880, furono costruite le navi frigorifere che portavano la carne d’America e Australia direttamente in Europa, facendo crollare i prezzi di vendita. La conseguenza fu che da tutte le campagne europee partì un flusso di emigranti diretti all’estero. Particolarmente grave fu l’emigrazione dei braccianti italiani, perché non avevano in comune nemmeno la lingua, dal momento che ciascuno parlava un dialetto molto stretto, talora incomprensibile anche a chi abitava nella stessa regione. Il biglietto di viaggio era un investimento oneroso, talora pagato con anni di lavoro gratuito al servizio di chi l’aveva anticipato. L’industrializzazione rapida degli USA non si comprende se si dimentica questa abbondanza di mano d’opera giovanile a basso prezzo. Gli Stati europei dovettero affrettare la loro industrializzazione per offrire in cambio dei prodotti agricoli americani macchine e altri manufatti. In Italia la crisi agricola comportò il passaggio della guida del paese ai fautori degli interessi industriali, che sostituivano gli agrari ossia i proprietari terrieri con mentalità simile a quella del Cavour che proponeva un rispetto formale della Chiesa, ritenuta guida autorevole della popolazione contadina. La creazione della grande industria comportò nuovi assetti sociali, la creazione dei sindacati e dei partiti che si ispiravano al socialismo, allora estremamente ostile alla Chiesa cattolica, considerata un narcotico per la lotta di classe.

 

Chiesa e Stato in Italia               La Chiesa cattolica nell’Italia nel XIX secolo era il solo fattore di reale unità per tutto il paese. Fu un grave limite culturale il non aver compreso che il papato in Italia era un dato unico, da trattare con maggiore saggezza politica. Si volle emulare la Francia quanto al trattamento della religione e del papato, dimenticando il diverso peso specifico posseduto dal cattolicesimo in Italia. Anche in questo caso la posizione della Lombardia era molto più sfumata rispetto al resto d’Italia, perché esisteva un guelfismo cattolico, aperto al progresso, ma anche rispettoso della Chiesa, come si comprende dalle vicende di Rosmini e Manzoni. Nel 1876 andò al potere la cosiddetta sinistra storica caratterizzata da un anticlericalismo becero di personaggi come Crispi con aperture ai protestanti, ritenuti capaci di dividere sul piano religioso la compattezza degli Italiani di allora. Finché il voto fu riservato a una ristretta categoria di persone, ossia i contribuenti con un certo importo di tasse e gli alti funzionari pubblici, i governi liberali non avevano molto da temere, ma era in corso in Europa la tendenza a estendere il diritto di voto a più ampie categorie di cittadini e in certi casi a tutti. I cattolici avvertivano di possedere un futuro sul piano elettorale e perciò proclamarono il progetto di preparazione nell’astensione dal voto, accettando di partecipare alle elezioni solamente per l’amministrazione locale, che peraltro aveva poche competenze, essendo stato scelto il sistema amministrativo francese, che fa dipendere quasi tutti i provvedimenti dall’autorità centrale mediante il sistema prefettizio. I contadini rappresentavano il ceto dei cittadini più bisognosi di assistenza, ma la sinistra storica rappresentava soprattutto il nascente ceto industriale e perciò le risorse finanziarie venivano indirizzate in quel settore. I cattolici perciò dovettero creare una propria rete di assistenza nelle campagne con casse rurali, cooperative di consumo e di produzione, giornali e altra stampa, riunendo tutte queste attività nell’Opera dei Congressi che ad anni alterni potevano fare un bilancio della crescita conseguita. L’obiettivo era sempre quello di far risaltare il peso delle masse cattoliche quando si sarebbero recate alle elezioni politiche. Giovanni Spadolini, nel più noto dei suoi libri, L’opposizione cattolica, ha descritto le sottili schermaglie tra governi liberali e diplomazia della Santa Sede, con continue punture di spillo tra lo Stato e la maggior parte della popolazione che non era ostile allo Stato e che meglio di altri cittadini era disposta a obbedire, come si vide in occasione della Prima guerra mondiale quando i contadini si presentarono in modo ordinato agli uffici di reclutamento. Non fa onore ai governi liberali il fatto che l’accordo passato alla storia col titolo di Patti lateranensi sia stato firmato dal governo di Mussolini, il cui anticlericalismo risultò più intelligente di quello liberale.

La questione meridionale               Il problema più grave dopo l’unità rimane il mancato sviluppo del Mezzogiorno d’Italia, mai decollato e con un reddito che risulta il 45% di quello del Settentrione. Per circa un secolo si è sviluppata una pubblicistica di enorme interesse che ha analizzato i vari aspetti del problema. Un poco alla volta si comprese il dramma dell’agricoltura meridionale strutturalmente incapace di specializzazione; poi si comprese la struttura sociale del Mezzogiorno dove era assente un ceto medio di imprenditori in grado di mediare tra proprietari terrieri assenteisti e braccianti senza prospettiva. In una società a due classi senza ricambio si interpone un potere legato al controllo del territorio con esclusione delle forze dello Stato. Perciò dal Mezzogiorno d’Italia è avvenuta l’emigrazione delle forze migliori e il ristagno delle energie locali che conoscono perfettamente i problemi del sistema, ma sono incapaci di modificarlo.

Educare alla pienezza della vita

Martedì 8 Febbraio 2011 si è svolto l’incontro presso la Parrocchia Madonna dei Poveri con gli interventi di della Dott.ssa Foà collaboratrice del C.A.V Mangiagalli e Luigi Ferraro, marito di Danilela Gazzano colpita dalla locked-in syndrome. Hanno introdotto Luca e Paolo Tanduo e il Giornalista Fabio Cavallari autore del libro

Centro Culturale San Benedetto, il Centro Culturale padre Tedoldi e il Movimento per la Vita Ambrosiano martedì hanno organizzato la serata di testimonianza della dott.ssa Benedetta Foà del CAV Mangiagalli sul dramma della sindrome del post aborto, e del sig Ferraro che ha parlato della sua esperienza familiare con la moglie che dopo il parto ha sviluppato la sindrome Locked-in. Daniela, sua moglie comunca solo attraverso il movimento di una palpebra ma ha bisogno assoluto di esprimersi, di stare in contatto col mondo. Camilla la bambina più piccola ha imparato a mettersi di fronte a lei e mima quel metodo strano di dialogare che vede fare a suo padre. Il Sig Gazzan ha concluso la sua testimonianza dicendo “Sto cercando di dare a Daniela e ai miei figli la migliore vita possibile nonostante le circostanze. Spesso ho avuto la percezione di camminare alla cieca, costretto in un tunnel di buio, incapace e impaurito al cospetto diquanto stava accadendo, ma continuo a ripetere alle famiglie che incontrodi non smettere di amare le persone che soffrono di LIS, di non abbandonarle in strutture di cura inadeguate. Loro sono vive, completamente coscienti, proprio come noi. Tutto ciò di cui hanno bisogno è l’amore”.

La dott.ssa Benedetta F oà ha parlato della sua esperienza clinica come consulente familiare parlando dell’elaborazione del lutto nelle donne che hanno praticato l’aborto. Racconta “ho constatato che questo passaggio non avviene sempre, a volte mai. Quando il lutto viene vissuto in un modo particolarmente profondo dalla madre, questo dolore può facilmente bloccare le energie psichiche e focalizzarle su quel punto, la perdita del figlio, senza riuscire ad andare oltre. Le conseguenze dello Stress post-aborto si riperquoto sulla madre, sul padre e sui fratelli. Sulla donna si registrano 1)Depressione: umore nero, tristezza, angoscia,pianto continuo 2)Stati ansiogeni: necessità di calmanti, tranquillanti,sonniferi 3)Idee ossessive: non voler vedere donne gravide, stare lontano da ospedali, bambini, medici 4)Incubi notturni 5)Bassa autostima 6)Difficoltà cognitive e relazionali 7) Difficoltà sessuali 8) idee di suicidio.

Per aiutare la madre a fare un passo avanti rispetto a questa posizione di immobilità la Dott.ssa Foà ha elaborato un metodo che ha definito: “centrato sul bambino”. Dare un volto ad un bambino che non è mai nato. La maggior parte delle utenti non hanno mai visto il feto, o perchè era troppo piccolo o perchè era troppo doloroso per loro vederlo, e così non hanno nessuna immagine reale, nessun ricordo oggettivo.Questo è il punto che differenzia il loro lutto dagli altri lutti. Quando le mamme avranno un luogo preciso dove poter pianger il loro figlio perduto e finalmente ritrovato, allora riposeranno. Riposeranno nel vero senso della parola, perché lo stato d’ansia attivato dall’attesa di sapere chi è e dove è il figlio perduto, svanisce…”

La dott.ssa Foà ha citato il Dott.Philip Ney:”L’aborto ha effetti devastanti sulla donna e sui fratelli dei bambini abortiti”. Questi bambini che hanno la sindrome del sopravvissuto. L’aborto porta poi spesso alla rottura della coppia e incominciano ad esserci anche in Italia uomini che ricorrono alla dot.ssa Foà per affrontare il trauma dell’aborto eseguito su loro figlio.

La serata introdotta da Luca e Paolo Tanduo del MVA ha riscosso successo e commozione.

ATTACCO a RATZINGER

di Stefania Bertora

attacco_a_ratzinger13 gennaio 2011  serata con Andrea Tornielli

Giovedì 13 gennaio il Centro Culturale Cattolico San Benedetto in collaborazione col Centro Culturale La Cittadella ha invitato presso lo Spazio ScopriCoop di Baggio il giornalista e vaticanista de “Il Giornale” Andrea Tornielli per la presentazione del suo libro “Attacco a Ratzinger”.

Tornelli significativamente ricorda come il pontificato di Benedetto XVI inizi con l’enciclica Deus Carites Est e                     sia caratterizzato dalle parole Amore-Gioia-Bellezza più volte presenti nei messaggi del Papa.

Il libro – scritto assieme al vaticanista de “Il Foglio” Paolo Rodari – ripercorre e analizza le dinamiche degli attacchi condotti nei confronti di Papa Benedetto XVI dall’inizio del suo pontificato fino ad oggi. Chiedendosi in principio se dietro a tali offensive ci fosse una sorta di “regia”, i due giornalisti hanno ipotizzato che l’insieme dei nemici del Papa si schiera schematicamente su tre “fronti”.

Il primo, esterno al mondo cattolico, comprende partiti, lobbies, media laicisti e persone che attaccano direttamente il Papa e la Chiesa, nel nome del relativismo e dei propri interessi. Ad esempio – racconta Tornielli –                     negli Stati Uniti esistono centinaia di avvocati che, d’accordo con le famiglie, richiedono risarcimenti alle diocesi   per false denunce di pedofilia. Questi nemici del mondo cattolico spesso conducono vere e proprie campagne mediatiche contro il Papa, scatenando casi internazionali. Fra i casi più clamorosi Tornielli ricorda le aggressioni a Benedetto XVI sorte in seguito al discorso di Ratisbona nel 2006 e alle dichiarazioni sul preservativo durante il viaggio in Camerun nel 2009. In entrambi i casi le parole del Pontefice sono state estrapolate dal contesto e poste in prima pagina, travisando i reali contenuti dei suoi discorsi.

Il secondo “fronte” di oppositori del Pontefice – secondo i due giornalisti – è rappresentato da quei teologi e cattolici “progressisti” che supportano le critiche a Benedetto XVI provenienti dall’esterno del mondo cattolico e ne approfittano per contestarne l’autorità. Essi dipingono il Papa come un tradizionalista, eccessivamente legato al passato, per poter difendere la propria interpretazione del Concilio Vaticano II in termini di discontinuità rispetto alla tradizione. Un primo caso è apparso evidente in corrispondenza della pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum con cui il Papa “liberalizza” l’uso del messale tridentino nell’ultima edizione del 1962. Un chiaro esempio è stata poi l’enorme ondata di dissenso, proveniente dall’interno della Chiesa verso successiva alla revoca della scomunica dei vescovi “Lefebvriani” del 2009: un gesto di apertura e misericordia da parte del Pontefice che è stato ingiustamente ritenuto un rinnegamento dei valori del Concilio.

Tornielli prosegue dicendo che a queste due primi “fronti” di attacco se ne aggiunge un terzo, ancora più vicino al Papa, ovvero debolezza e lentezza di comunicazione da parte di alcuni funzionari della curia Vaticana che si contrappongono alla velocità di diffusione delle offensive, che avviene soprattutto attraverso Internet. A questo proposito, il giornalista cita lo scandalo sollevato in seguito ad alcune affermazioni di uno dei quattro vescovi Lefebvriani, mons. Richard Williamson, il quale ha messo in discussione l’esistenza e l’utilizzo delle camere a gas per l’Olocausto. Sebbene tali dichiarazioni siano avvenute prima della revoca della scomunica, a causa di errori di comunicazione la condanna di tale tesi da parte della Santa Sede è giunta in ritardo rispetto alla pubblicazione della revoca e ciò ha favorito il diffondersi delle accuse di antisemitismo e filo-nazismo. Un secono caso è avvenuto quando avviene il tentativo di coinvolgere e associare il nome del fratello del Papa Georg Ratzinger, direttore del coro di Ratisbona” a gravi casi di violenza e abusi. Agenzie di stampa e giornali tedeschi sono molto cauti e riferiscono correttamente i fatti che escludono ogni coinvolgimento del fratello del Papa, purtroppo lo stesso non avviene negli altri paesi. La diocesi di Ratisbona ricostruisce e rende disponibile in tedesco e on-line l’esatto svolgersi dei fatti, ma nessuno si preoccupa di tradurli in altre lingue e pubblicarli sul sito del Vaticano per farli conoscere correttamente.

Di fronte alla durezza di tutti questi attacchi – conclude Tornielli – Benedetto XVI appare sereno. Infatti, come osserva Monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo ausiliare dell’Aquila e collaboratore del Papa, «La Chiesa è sotto attacco perché è rimasta l’unica forza salda in un mondo che ha eletto come suo sistema di riferimento il relativismo… Ma noi oggi celebriamo la vittoria di Gesù sulla morte, sul peccato, sul nostro limite. E dunque […] abbiamo il cuore pieno di speranza e siamo certi che anche da questa prova la Chiesa uscirà più forte, più salda, più pura».

Nel dibattito che segue Tornelli ricorda come per Benedetto XVI sia centrale nella pastorale della Chiesa di oggi far risplendere la luce di Cristo come aveva detto nella sua omelia subito dopo l’elezione a Papa «Nell’intraprendere il suo ministero il nuovo Papa sa che suo compito è di far risplendere davanti agli uomini e alle donne di oggi la luce di Cristo: non la propria luce, ma quella di Cristo», (mercoledì 20 aprile 2005 – Messa nella Cappella Sistina con i cardinali). E’ necessario avere testiomoni autentici della fede, senza il chiodo della fede non si possono atrtaccare i valori cristiani conclude Andrea Tornelli.