Madre Teresa di Calcutta

19 Ottobre 2010 Parrochia S.Apollinare

Madre Teresa di Calcutta

“Facciamo della nostra vita qualcosa di bello per Dio”

Cento anni fa, il 26 agosto 1910, nasceva in Albania Madre Teresa di Calcutta. Prendendo spunto da questo anniversario la Parrocchia S. Apollinare, il Centro Culturale S. Benedetto e il Movimento per la Vita hanno pensato, per il 19 ottobre, ad una serata di riflessione sulla sua figura, alla quale sono intervenuti il giornalista Gerolamo Fazzini, codirettore della rivista “Mondo e Missione”, e una delle Suore Missionarie della Carità (la congregazione da lei fondata) presenti a Baggio.

Madre Teresa è conosciuta in tutto il mondo, da cattolici e non; è stimata anche in paesi non cristiani e in India ad esempio, negli ambulatori pubblici, la sua immagine si trova perfino appesa vicino a quella di Gandhi; il suo abito e quello delle “sue” suore – il sari indiano bianco e azzurro – è inconfondibile. Ma chi era Madre Teresa? Come ha saputo arrivare al cuore di induisti, buddisti e cristiani? Da dove arriva questo suo “fascino”?

Giovanni Paolo II nell’omelia della sua beatificazione, il 19 ottobre 2003, la immagina così, con un’intuizione molto bella: mentre stringe con una mano un bambino e con l’altra fa scorrere la corona del Rosario. Questo era Madre Teresa: una donna che ha saputo integrare un intenso amore per gli altri con un intenso legame con il Signore, la carità con la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio; non c’era l’uno senza l’altro. Attorno alla preghiera e all’attenzione ai poveri ruotava tutta la sua giornata, come accade oggi per le Suore della Carità. “Radicale” nella preghiera e “radicale” nella carità, in un cristianesimo senza calcoli, non fatto per le mezze misure: “Credeva a ciò che diceva e diceva ciò in cui credeva”. Una donna intensa, determinata, provocatoria, lontana dall’immagine un po’ “annacquata” con cui a volte viene ricordata.

Per amore del Signore è allora andata dove nessuno sarebbe mai andato, tra i più poveri dei poveri: negli slum dell’India, tra i lebbrosi, i denutriti, i malati e i moribondi; li prelevava dalle strade, li curava, li lavava, dava loro da mangiare, li accompagnava alla morte. Cristiana in un paese induista, era ed è amatissima dagli indiani, che la considerano “una di loro” anche se lei, con fatica, ha impiegato 20 anni per inserirsi nella cultura indù. Era convinta che ogni uomo fosse prezioso, che sia lebbroso, sporco, carcerato, che non sia ancora nato o sia morente, e per questo meritava cure, affetti, un sorriso, meritava di essere guardato con amore; e che nessuna situazione umana, nemmeno la più precaria e dolorosa, debba farci impedirci di vedere un “uomo” dietro.

Madre Teresa vedeva però nel mondo una povertà ben più grande e più pericolosa, quella interiore: il vuoto nel cuore, l’attaccamento ai beni, l’autosufficienza da Dio, il lasciare che le cose si impadroniscano di noi, la solitudine, la disperazione. E’ la povertà dei ricchi, difficile da sconfiggere, perchè è più semplice dare da mangiare ad un uomo o lavarlo invece che aiutarlo a dare un senso alla sua esistenza. Scriveva nel suo testamento: “In India c’è la fame e a volte qualcuno muore di fame. Ma nel mondo c’è una fame molto più grande, la fame di amore, una terribile solitudine”.

Per questo spesso ha invitato le istituzioni a salvaguardare la famiglia, convinta che l’amore cominci a casa: “La famiglia è un dono speciale perchè è nella famiglia che Dio dice a tutti che siamo stati creati per qualcosa di più grande: per amare ed essere amati. La famiglia è il luogo dove si impara l’amore”.

La carità cambia la storia. La situazione delle persone che Madre Teresa ha seguito ed aiutato probabilmente non è cambiata, non ha tolto loro la malattia o la povertà, forse nessuno si sarà avvicinato al cristianesimo, ma molti di loro non sono rimasti come prima: pur rimanendo poveri o malati, si sono riconosciuti “persone”, degne di ricevere affetto perché qualcuno si è preso cura di loro.

Manuela Stelluti Scala

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