UOMINI_di_DIO

15 Novembre 2010 UOMINI di DIO

uomini_di_DIOCinema Cristallo – Cesano Boscone

Il 15 Novembre 2010 il Centro Culturale Cattolico San Benedetto in collaborazione col Centro Culturale La Cittadella e il Centro CUlturale alle Grazie ha organizzato la proiezione del film UOMINI di DIO.

Il film racconta la drammatica e reale storia di otto monaci che vivono nel monastero di Thibirine sulle montagne in Algeria. Le loro giornate sono scandite da momenti di preghiera e di lavoro.

Vivono in armonia con la popolazione musulmana, sono un punto di riferimento per gli abitanti del villaggio circostante: partecipano alle loro attività lavorative, alle loro feste e si occupano gratuitamente delle loro necessità mediche senza distinzioni tra cattolici e musulmani.

Ad un certo punto però la vita dei monaci ha una svolta improvvisa quando la situazione politica del Paese si fa incandescente a causa di attriti tra movimenti terroristici e il governo.

L’esercito cerca di convincere i monaci ad accettare una protezione armata ma i confratelli la rifiutano e decidono all’unanimità, dopo ripensamenti, discussioni e divisioni di restare in Algeria nel loro monastero invece di tornare in Francia.

E’ molto bello il forte senso di fraternità che viene sottolineato nel difficile momento della decisione.

Non possono e non vogliono abbandonare la gente che li ama e che ha bisogno di loro, “Non andate” dice loro una donna algerina “noi siamo gli uccelli e voi i rami”.

Fa riflettere come, nel momento del dubbio e della paura, i monaci si affidano sempre alla preghiera.

E’ magnifica la scena dell’ultima cena: tutti i monaci sono riuniti intorno a un                     tavolo e il priore chiede ad ognuno di loro di esprimersi sul da farsi, restare o fuggire, con la colonna sonora della Morte del Cigno.

I sette monaci vengono infine  sequestrati da un gruppo di fondamentalisti islamici e poi barbaramente decapitati.

Annunci

Newman e Chesterton

Incontro su Newman e Chesterton

12 Novembre 2010      Aula Magna dell’Istituto Montini

In collaborazione con il Centro Culturale San Benedetto

Relatori dott. Paolo Gulisano, prof. Roberto Persico

Introduzione della prof.ssa Caccia coordinatrice del Centro culturale don Carlo Calori e del dott. Luca Tanduo  coordinatore Centro culturale S. Benedetto:

La collaborazione in atto tra i due centri culturali ha dato vita a questo incontro e continuerà a regalarci occasioni culturali di grande rilievo.

Il tema del rapporto tra fede e ragione, messo in luce ed analizzato dal cardinale Newman, non è stato importante solo per l’Inghilterra dell’epoca vittoriana, ma lo è tuttora, nell’epoca del relativismo intellettuale e morale dilagante (come richiamato da Benedetto XVI). Il dott. Gulisano  è autore di due importanti biografie: John Henry Newman profilo di un cercatore di verità ( ed.Ancora); Chesterton e Belloc Apologia e profezia (ed.Ancora).

Intervento del dott. Gulisano Newman e Chesterton due giganti del pensiero cristiano e umano. Newman una figura urgente da riprendere per il nostro tempo. Molti autorevoli personaggi si sono formati sul suo pensiero. Ricordiamo l’esperienza di amicizia e il movimento culturale di resistenza promosso dalla Rosa Bianca nella Germania del periodo nazista nati anche grazie alla seria meditazione del pensiero  di Newman.

“Veritatis  investigator” è la definizione   che Benedetto XVI dà di Newman.  Emerge un parallelismo: Chesterton, da scrittore,  crea il personaggio dell’investigatore che cerca la verità della cui esistenza è certo. Occorre solo farla emergere, la verità.  Se un certo modo di concepire  la ricerca scientifica pone  il dubbio come metodo, Newman pone invece la ricerca sotto la luce del vero (diecimila difficoltà non fanno un dubbio).

Il pensiero e la ricerca della verità, in particolare a riguardo della Chiesa (lui che nasce da madre ugonotta in ambiente anglicano) attraversano l’intera vita di Newman: qual è la vera Chiesa ? Tra l’individualismo del Calvinismo  e la rigidità istituzionale del Cattolicesimo  sceglie da principio la via media dell’Anglicanesimo. Dopo la laurea in lettere a Oxford studia i Padri della Chiesa e visita i luoghi della fede (tra cui l’Italia), intuendo che le radici cristiane sono conservate dal Cattolicesimo. Passeranno dodici anni prima della conversione , nel 1845 grazie a  un padre passionista: P. Domenico Barberi. E’ accusato di voler portare l’Anglicanesimo su posizioni cattoliche, mentre solo desidera per tutti il ritorno alle verità fondamentali della fede cristiana.

Dopo la conversione non potendo più insegnare a Oxford (secondo le leggi dell’epoca era vietato ai cattolici) lascia  l’Inghilterra e a Roma diviene sacerdote (entrando nell’ordine di S. Filippo Neri). Chiede e ottiene dal Papa di fondare un oratorio a Birmingham. In seguito, é richiesto dai vescovi irlandesi di fondare l’università cattolica a Dublino. Purtroppo l’esperienza si chiude in breve (lui voleva un’università che fosse lievito culturale nel mondo e non solo luogo di formazione di professionisti cattolici). Si “scontra” anche con il suo episcopato sulla necessità della preparazione dei laici  come testimoni con competenza e forza della fede. Di fatto non trova   aiuto contro Il liberalismo teologico, vale a dire la tendenza a sottovalutare la fede di fronte alle esigenze della ragione

Si potrebbe riassumere l’eredità lasciataci da Newman con il suo motto cardinalizio “Il cuore parla al cuore”  (ovvero:  il cristianesimo non è teoria ma esperienza:come  la bontà del pane che  si gusta solo mangiandolo).

Newman ha amato Milano (S. Ambrogio e la sua liturgia, A. Manzoni per la comunicazione del cristianesimo per mezzo del romanzo). Molti sono gli scrittori convertitisi grazie a Newman: Chesterton, Marshall, Tolkien, Benson, Greene).

Intervento del Prof.  Persico Detto che anche Chesterton nasce in una famiglia anglicana, facciamo parlare Chesterton di se stesso, tramite pagine dei suoi libri.  – Lettura di brani –

Chesterton sottolinea come la conoscenza di fatti di grandissima rilevanza per la nostra vita, quali la nostra nascita, sia di fondata sul metodo della fede: fede ragionevole nei confronti di coloro che hanno assistito a questi fatti e ce li raccontano o li hanno descritti in documenti cartacei. Senza il buon senso (senso comune) potremmo arrivare alla conclusione che noi stessi non siamo mai nati. L’uso dei paradossi da parte di  Chesterton è una modalità espressiva molto usata per attirare la nostra attenzione. Le stesse tesi sulla conoscenza le possiamo trovare negli scritti di Newman (La Grammatica dell’Assenso). Senza un credito ragionevole prestato a qualcun altro non vi è conoscenza.

Chesterton lasciato il Protestantesimo affronta due grandi temi del suo tempo: la scienza e il pessimismo nichilista. – Lettura di brani dall’opera Manalive (Uomo vivo) –

Romanzo in cui Innocent Smith viene creduto volta a volta ladro, bigamo, assassino per poi scoprire la sua assoluta innocenza e capacità di vedere la bellezza originaria delle cose. Dice il Cardinal Biffi di Chesterton che è un uomo dallo sguardo puro, un dono di Dio fatto  alla Chiesa.  Paragonato al nulla tutto è meraviglioso; è straordinario che le cose esistano. E benedetto sia colui che non si aspetta nulla. Ma ancora di più: “non si conosce nulla finché non si è conosciuto il nulla”.

Difende la Chiesa Cattolica prima ancora di farne parte (è battezzato nel 1923; muore solo undici anni dopo): scrive di aver conquistato a fatica ciò che il Cristianesimo aveva già detto. Il Cristianesimo rende liberi dal proprio tempo, ovvero ci rende liberi da ciò che non è verità ma moda. Ci è preziosa una religione che è nel giusto quando noi siamo nel torto. Per questo il Papa ci è prezioso, ed è attaccato da chi preferisce il relativismo alla verità.

Dibattito Sono state poste domande sulla libertà e sulla coscienza.

Non esistono cose cattive ma solo usi cattivi.

L’ingratitudine è all’origine del male e dell’infelicità. La gratitudine ci fa guardare al bene che c’è.

La coscienza è la voce di Dio che parla dentro di noi (Newman mette la coscienza al primo posto tra la fedeltà alla regina e al Papa). La coscienza va educata ad essere confronto con la verità e non con la mia opinione. La coscienza quindi salvaguarda la retta ragione.

Cosa ha lasciato Newman alla Chiesa Anglicana?

Newman è per gli anglicani che ancora credono un ponte per cercare la verità.

Di nuovo: il peccato originale è guardare a quello che non c’è e non a quello che c’è (perché è voler essere come Dio ma senza Dio: quindi se nego le cose nego la necessità della presenza di Dio; ma vivo nella menzogna; la filosofia della soggettività è sotto questo aspetto diabolica. Siamo fragili e per mantenere la via della verità dobbiamo aiutarci.

Madre Teresa di Calcutta

19 Ottobre 2010 Parrochia S.Apollinare

Madre Teresa di Calcutta

“Facciamo della nostra vita qualcosa di bello per Dio”

Cento anni fa, il 26 agosto 1910, nasceva in Albania Madre Teresa di Calcutta. Prendendo spunto da questo anniversario la Parrocchia S. Apollinare, il Centro Culturale S. Benedetto e il Movimento per la Vita hanno pensato, per il 19 ottobre, ad una serata di riflessione sulla sua figura, alla quale sono intervenuti il giornalista Gerolamo Fazzini, codirettore della rivista “Mondo e Missione”, e una delle Suore Missionarie della Carità (la congregazione da lei fondata) presenti a Baggio.

Madre Teresa è conosciuta in tutto il mondo, da cattolici e non; è stimata anche in paesi non cristiani e in India ad esempio, negli ambulatori pubblici, la sua immagine si trova perfino appesa vicino a quella di Gandhi; il suo abito e quello delle “sue” suore – il sari indiano bianco e azzurro – è inconfondibile. Ma chi era Madre Teresa? Come ha saputo arrivare al cuore di induisti, buddisti e cristiani? Da dove arriva questo suo “fascino”?

Giovanni Paolo II nell’omelia della sua beatificazione, il 19 ottobre 2003, la immagina così, con un’intuizione molto bella: mentre stringe con una mano un bambino e con l’altra fa scorrere la corona del Rosario. Questo era Madre Teresa: una donna che ha saputo integrare un intenso amore per gli altri con un intenso legame con il Signore, la carità con la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio; non c’era l’uno senza l’altro. Attorno alla preghiera e all’attenzione ai poveri ruotava tutta la sua giornata, come accade oggi per le Suore della Carità. “Radicale” nella preghiera e “radicale” nella carità, in un cristianesimo senza calcoli, non fatto per le mezze misure: “Credeva a ciò che diceva e diceva ciò in cui credeva”. Una donna intensa, determinata, provocatoria, lontana dall’immagine un po’ “annacquata” con cui a volte viene ricordata.

Per amore del Signore è allora andata dove nessuno sarebbe mai andato, tra i più poveri dei poveri: negli slum dell’India, tra i lebbrosi, i denutriti, i malati e i moribondi; li prelevava dalle strade, li curava, li lavava, dava loro da mangiare, li accompagnava alla morte. Cristiana in un paese induista, era ed è amatissima dagli indiani, che la considerano “una di loro” anche se lei, con fatica, ha impiegato 20 anni per inserirsi nella cultura indù. Era convinta che ogni uomo fosse prezioso, che sia lebbroso, sporco, carcerato, che non sia ancora nato o sia morente, e per questo meritava cure, affetti, un sorriso, meritava di essere guardato con amore; e che nessuna situazione umana, nemmeno la più precaria e dolorosa, debba farci impedirci di vedere un “uomo” dietro.

Madre Teresa vedeva però nel mondo una povertà ben più grande e più pericolosa, quella interiore: il vuoto nel cuore, l’attaccamento ai beni, l’autosufficienza da Dio, il lasciare che le cose si impadroniscano di noi, la solitudine, la disperazione. E’ la povertà dei ricchi, difficile da sconfiggere, perchè è più semplice dare da mangiare ad un uomo o lavarlo invece che aiutarlo a dare un senso alla sua esistenza. Scriveva nel suo testamento: “In India c’è la fame e a volte qualcuno muore di fame. Ma nel mondo c’è una fame molto più grande, la fame di amore, una terribile solitudine”.

Per questo spesso ha invitato le istituzioni a salvaguardare la famiglia, convinta che l’amore cominci a casa: “La famiglia è un dono speciale perchè è nella famiglia che Dio dice a tutti che siamo stati creati per qualcosa di più grande: per amare ed essere amati. La famiglia è il luogo dove si impara l’amore”.

La carità cambia la storia. La situazione delle persone che Madre Teresa ha seguito ed aiutato probabilmente non è cambiata, non ha tolto loro la malattia o la povertà, forse nessuno si sarà avvicinato al cristianesimo, ma molti di loro non sono rimasti come prima: pur rimanendo poveri o malati, si sono riconosciuti “persone”, degne di ricevere affetto perché qualcuno si è preso cura di loro.

Manuela Stelluti Scala

SUCCESSI e INSUCCESSI nell’EDUCARE

 

Parrocchia Madonna della Divina Provvidenza 12 maggio 2010

Il 12 Maggio presso la Parrocchia della Divina Misericordia a Quinto Romano-Milano si è svolto Successi e Insuccessi nell’educare, sono intervenuti Padre Erminio Antonello responsabile del Nord Italia dei missionari Vincenziani e Cesari don Elio Delegato Ispettoriale per la Pastorale Giovanile dei Salesiani. Alla serata erano presenti circa 70 persone.

 

Partendo dalle parole di Benedetto XVI nella Caritas in Veritate nell’educare oggi «va sottolineato un aspetto problematico: per educare bisogna sapere chi è la persona umana, conoscerne la natura. L’affermarsi di una visione relativistica di tale natura pone seri problemi all’educazione, soprattutto all’educazione morale, pregiudicandone l’estensione a livello universale». Certo oggi i ragazzi sono stimolati da tantissimi interessi e oggi più che mai la distanza generazionale sembra più ampia anche per lo sviluppo delle nuove tecnologie in particolare quelle virtuali e una velocità di cambiamento della società molto veloce. Anche la Chiesa in un convegno a Roma si è occupata delle nuove relazioni che oggi non sono solo quelle reali ma anche quelle virtuali. Un aspetto da non stigmatizzare che offre opportunità ma che pone anche nuove problematiche. Inoltre vogliamo porci la domanda dell’incontro con ragazzi difficili, il cosiddetto fenomeno del bullismo, delle esperienze di gruppo e di amicizia che oggi sembrano così condizionanti per i ragazzi e per questo aspetto partiamo da una delle esperienze educative quella Salesiana negli oratori, ad Arese e nei vari ambiti educativi. C’è però in fondo un’altra domanda che anche il papa Benedetto XVI ha ripreso a Viterbo sulla riuscita dell’educare “Ciò non potrà avvenire, però, senza l’opera paziente e qualificata di educatori credibili e autorevoli, capaci di “generare” in un contesto di fiducia, di libertà e di verità. Non ha torto chi sottolinea come l’attuale crisi educativa riguardi primariamente la generazione adulta” perchè a volte i ragazzi sono spiazzati da adulti che non sanno più educare e interagire con loro o che a loro volta sono in crisi.

Dopo questa introduzione di Luca Tanduo, Padre Antonello ha affrontato il tema dell’educazione proponendo una riflessione sui motivi per i quali oggi educare è difficile e la figura dell’educatore               ha perso di autorevolezza. C’è innanzitutto una ragione storica che si può ricondurre al pensiero illuminista che ha messo in crisi visione personalistica che nasce dalla visione cristiana dell’uomo. La domanda centrale è Chi è l’uomo? Per educare bisogna sapere chi è la persona umana, conoscerne la natura. Oggi invece la visione relativistica tende ad soggettivizzare anche il concetto di persona e lo scopo e il ruolo dell’educazione. Quali sono i desideri nel cuore dell’uomo. Come suscitare il desiderio della ricerca? La sfida educativa è e deve essere il coraggio di tornare a educare l’intelligenza e il desiderio verso il bene, il vero, il bello. L’elemento fondamentale è la credibilità dell’educatore sia che sia genitore sia che sia sacerdote sia che sia educatore. Quello di cui abbiamo bisogno è di educatori che sappiano vivere prima di tutto loro stessi il bene. Decisivo è chiedere ai giovani e ai ragazzi impegno ma per qualcosa che sappiamo prima di tutto noi stessi che vale ed è vero per noi. Alcune mamme presenti hanno detto “Ci ha particolarmente colpito l’intervento di Padre Erminio Antonello. E’ stato esplicito ed esaustivo nell’esaltare il rapporto che unisce i genitori ed i loro figli, sottolineando come gli insegnamenti siano vani se non seguiti da azioni e comportamenti che avvallino gli stessi. L’“aria” che si respira nelle nostre mura domestiche, gli scambi di opinione, gli atteggiamenti, le emozioni sono ossigeno che noi trasmettiamo ai nostri figli e che contribuiscono a formare il loro modo di essere. Questo dovrebbe far riflettere la nostra generazione (siamo mamme di circa 40 anni), ad utilizzare i comportamenti dei nostri ragazzi come uno specchio per analizzare in profondità il nostro cuore e la nostra mente. Dovremmo selezionare con attenzione, quali sono le reali priorità, le cose importanti, per le quali vale la pena vivere ogni giorno. Spesso siamo proprio noi genitori, distratti dalla quotidianità a scegliere la via più veloce e meno faticosa per educare i ragazzi glissando i problemi. Deleghiamo ad altri (media, scuola, società sportive, ecc) compiti che invece sono nostri o giustifichiamo le nostre scelte con la solita banale scusa “perché tutti fanno così”. Purtroppo queste nostre azioni sono molto dannose per i giovani. Loro invece sono molto attenti ai nostri comportamenti e decodificano all’istante i nostri atteggiamenti frettolosi, poco coerenti e superficiali”.E’ stato anche evidenziato che i doveri e la fatica per ottenere quello che si desidera, sono necessari ed inoltre non è corretto proteggere sempre i nostri figli, perché in questo modo si trasmette un messaggio di debolezza e di insicurezza. E’ importante che gli adolescenti vivano con la coscienza della nostra fiducia e del nostro rispetto nei loro confronti, e con la certezza che saremo sempre al loro fianco anche quando il cammino sarà faticoso. Padre Antonello ha poi sottolineato come noi dobbiamo mettere al centro del nostro educare e proporre Gesù come maestro di Vita. Come aiutare i ragazzi e i giovani a diventare uomini? Partendo dalla sua esperienza Salesiana don Elio ha presentato il modello educativo di don bosco ancora vero e valido oggi anche se i ragazzi vivono dinamiche diverse e con mezzi diversi, dalle nuove relazioni che oggi non rischiano di essere troppo virtuali. Il problema prioritario che le nostre società moderne devono affrontare è l’educazione. Questa fu l’intuizione di Don Bosco già nel diciannovesimo secolo. Ricordiamoci le parole che pronunciò a Parigi, durante il suo viaggio trionfale del 1883: «Non indugiate nell’occuparvi dei giovani, altrimenti loro non indugeranno ad occuparsi di voi!». Esistono, in estrema sintesi, alcune caratteristiche necessarie per un’opera che sia realmente educativa secondo il cuore di don Bosco:

  1. Creatività di artista per coniugare l’impulso pastorale con l’intelligenza educativa, intimamente uniti tra loro dalla grazia di unità. Un po’ di “santa” pazzia e tanto equilibrio, insieme.
  2. Il giovane è soggetto attivo nella prassi educativa e deve sentirsi veramente coinvolto come protagonista nell’opera che si vuole realizzare. Senza la sua libera collaborazione non si costruisce nulla. Don Bosco coi suoi ragazzi non agiva conquistandoli educativamente, ma condividendo con essi le responsabilità.
  3. Con lo sguardo fisso sull’Uomo nuovo. Il fine che si prefigge l’educazione salesiana è la configurazione all’Uomo nuovo (Cristo) in ogni giovane. Evidentemente ciò non è preso in considerazione dall’educazione laicista.
  4. Prevenire è l’arte di educare in positivo, proponendo il bene in modo attraente; è l’arte di far sì che i giovani crescano dal di dentro, con libertà interiore superando formalismi esteriori; è l’arte di guadagnarsi il cuore affinché camminino con allegria facendo il bene, correggendo deviazioni, preparandosi per l’avvenire
  5. Lo “‘speciale metodo educativo’ di Don Bosco si presenta sempre con tre poli di valori: la ragione, la religione, l’amorevolezza
  6. Con un impegno creativo nei confronti del tempo libero del giovane: “la vita di gruppo è un elemento fondamentale della tradizione pedagogica salesiana”.
  7. Verso il realismo della vita. Una delle caratteristiche della pedagogia di Don Bosco è il suo aspetto pratico, il voler abilitare i giovani alla vita sociale ed ecclesiale; aiutarli a trovare il posto che loro corrisponde nella Chiesa e nella società (dimensione vocazionale).

Paolo Tanduo

 

SUCCESSI e INSUCCESSI nell’EDUCARE

Parrocchia Madonna della Divina Provvidenza 12 maggio 2010

Don Bosco: un vero EvangEducatore

Diceva Jean Duvallet, anziano compagno dell’Abbè Pierre, ai Salesiani: “Voi avete opere, collegi, oratori per giovani, ma non avete che un solo tesoro: la pedagogia di Don Bosco. Rischiate tutto il resto, questi non sono che mezzi, ma salvate la pedagogia. Venti anni di ministero nella rieducazione mi obbligano a dirvi: siete responsabili di questo tesoro. In un mondo in cui gli uomini e i ragazzi sono frantumati, disseccati, triturati, classificati, psicanalizzati, in cui i bambini e gli uomini sono utilizzati come cavie e materie prime, il Signore vi ha affidato una pedagogia in cui trionfa il rispetto del ragazzo, della sua grandezza e della sua fragilità, della sua dignità di figlio di Dio. Conservatela, rinnovatela, ringiovanitela, arricchitela di tutte le scoperte moderne, adattatela ai vostra ragazzi strapazzati in un modo come Don Bosco non ne aveva visti mai… ma, per carità, conservatela. Cambiate tutto, perdete, se è il caso, le vostre case, che importa? Ma conservate per noi questo tesoro, il modo di Giovanni Bosco di amare e salvare i ragazzi, che batte in migliaia di cuori”.

Il problema prioritario che le nostre società moderne devono affrontare è l’educazione. Questa fu l’intuizione di Don Bosco nel diciannovesimo secolo. Ricordiamoci le parole che pronunciò a Parigi, durante il suo viaggio trionfale del 1883: «Non indugiate nell’occuparvi dei giovani, altrimenti loro non indugeranno ad occuparsi di voi!».

Evangelizzazione ed educazione agiscono, all’interno del Sistema Preventivo, in intima e armoniosa reciprocità. La prassi di Don Bosco è un’arte pedagogico-pastorale.

La pedagogia è un’arte che esige talento, come diceva quel “genio del cuore” che fu Don Bosco.

 

Esistono, in estrema sintesi, alcune caratteristiche necessarie per un’opera che sia realmente educativa secondo il cuore di don Bosco:

 

1            Creatività di artista per coniugare l’impulso pastorale con l’intelligenza educativa, intimamente uniti tra loro dalla grazia di unità. Un po’ di “santa” pazzia e tanto equilibrio, insieme. Si tratta di un tipo di passione apostolica che si sente chiamata in causa dall’attuale clima di secolarizzazione (per cui la stessa educazione viene frequentemente ideologizzata). In Don Bosco il principio metodologico che lo spinge ad agire da vero artista è il suo atteggiamento di amorevolezza: costruire fiducia, familiarità ed amicizia per mezzo dell’esigente ascesi del “farsi amare”. Il sistema preventivo ha molto di carismatico e quindi di “chiamata vocazionale”: “Non basta amare i giovani. Essi devono sentire che sono amati” (Lettera da Roma). Questo non significa né svendersi, né cedere, né transigere con quel che non va bene.

In altri termini, la cosa essenziale, la più importante è la percezione del bambino. Questo grande educatore, considerato nella tradizione ecclesiale come «Padre e Maestro della Gioventù » ci viene spesso presentato, nell’immaginario popolare, con i tratti di un funambolo. Mi ci è voluto un po’ di tempo per comprendere la portata di questa presentazione. Certamente, evoca il periodo dell’adolescenza, quando Giovannino giocava a fare il saltimbanco per riunire i suoi amici. Ma ha anche una rappresentazione simbolica: l’arte di educare, non è forse come l’arte del funambolo? Sapere dire di sì, ma anche saper dire di no; essere sufficientemente vicino ma anche sufficientemente distante, rassicurare, ma anche responsabilizzare. È sempre questione di equilibrio!

 

2          In rapporto di solidarietà coi giovani. Fare il primo passo, “andare ai giovani” è “la prima e fondamentale urgenza educativa”, realizzata in una convivenza che è espressione di solidarietà operativa/effettiva. Il giovane è soggetto attivo nella prassi educativa e deve sentirsi veramente coinvolto come protagonista nell’opera che si vuole realizzare. Senza la sua libera collaborazione non si costruisce nulla. E’ questa l’esperienza di Don Bosco coi suoi ragazzi; egli non agiva conquistandoli educativamente, ma condividendo con essi le responsabilità. Una tale solidarietà educativa è oggi più necessaria che mai, quando la famiglia, la scuola, la parrocchia, la società non sono sempre in sintonia con le esigenze formative del giovane.

L’esperienza insegna che la sfera affettiva è costitutiva di ogni relazione umana. Così, piuttosto che escluderla all’interno della relazione educativa, egli consiglia all’educatore di saperla gestire per instaurare un clima di fiducia. «Senza affetto non c’è fiducia. Senza fiducia non c’è educazione». Questa è, oggi come ieri, la migliore sintesi del pensiero educativo di Don Bosco.

Ci sono, così ci dice Don Bosco, due modi di educare un bambino:

– la dissuasione : questo è il metodo repressivo, fondato sulla paura di una punizione,

– la persuasione : questo è il metodo preventivo, interamente fondato sul rispetto dei diritti umani del bambino. Un’educazione fondata sulla fiducia si basa su una fede incrollabile nell’educabilità del bambino, qualunque siano le difficoltà che lo circondano. Credere nei giovani, significa, ritenere ogni giovane, qualunque possano essere le sue povertà, come un’opportunità di crescita per il gruppo e non come un peso. Infatti, a ben pensarci, è sempre il giovane in difficoltà che fa progredire l’educatore nella sua arte pedagogica: egli lo obbliga a porsi delle domande, a rimettersi continuamente in gioco.

 

3          Con lo sguardo fisso sull’Uomo nuovo. Il fine che si prefigge l’educazione salesiana è la configurazione all’Uomo nuovo (Cristo) in ogni giovane. Evidentemente ciò non è preso in considerazione dall’educazione laicista. Questo principio è frutto delle nostre convinzioni. Per un educatore salesiano Cristo è la migliore notizia che si può dare ad un giovane. Cristo è la pienezza della rivelazione: ci rivela come è Dio e ce lo presenta come Padre; ci manifesta la nostra natura più profonda e ci dice che in Cristo siamo figli di quel Dio-Padre. Non vi è dignità maggiore né miglior notizia da trasmettere. Per questo, Cristo per il salesiano non è una alternativa tra le altre, bensì la pienezza della vita che dev’essere comunicata. Solo Lui è la Via, la Verità e la Vita. L’evento di Cristo non è semplicemente espressione di una formulazione religiosa, ma un fatto obiettivo della storia umana. Ogni persona ha bisogno di Cristo e a Lui tende, anche se non lo sa. Tale tendenza è intrinseca alla natura umana, dato che l’uomo è stato creato obiettivamente nell’ordine soprannaturale, nel quale il ‘progetto uomo’ è pensato in vista del mistero di Cristo. La ricerca malsana di efficacia ed il relativismo religioso va a scapito della personalità dei giovani.

 

4            Mediante un lavoro di carattere preventivo. Prevenire è l’arte di educare in positivo, proponendo il bene in modo attraente; è l’arte di far sì che i giovani crescano dal di dentro, con libertà interiore superando formalismi esteriori; è l’arte di guadagnarsi il cuore affinché camminino con allegria facendo il bene, correggendo deviazioni, preparandosi per l’avvenire. Si tratta di arrivare al nucleo in cui si formano e si radicano i comportamenti.

Bisogna aprire i giovani alla bellezza della germinazione. È questa attenzione al processo di germinazione che caratterizza lo sguardo di Don Bosco verso i giovani. La storia del seme, chiamato a divenire un grande albero, è senza dubbio la più bella parabola sull’educazione.

Esistono tre categorie di uomini e donne paragonate al seme. Prima di tutto, c’è chi nel seme non vede altro che il seme (prospettiva limitata!). Poi, c’è chi vedendo il seme non fanno altro che sognare l’albero (ma questi grandi idealisti, sognando, rischiano fortemente di distruggere il seme). Infine, ci sono coloro che vedono la relazione tra il seme e l’albero. Costoro sono allora attenti al terreno. Educare secondo Don Bosco, significa offrire il miglior terreno per permettere al bambino di radicarsi nell’eredità familiare, sociale, culturale, al fine di schiudersi come nuovo soggetto.

 

5            Unendo in un solo fascio di luce ragione e religione. Lo “‘speciale metodo educativo’ di Don Bosco si presenta sempre con tre poli di valori: la ragione, la religione, l’amorevolezza. Si tratta di tre poli che entrano in tensione “insieme” e non ognuno per conto proprio. Non sono valori semplicemente umani (orizzontalismo) e nemmeno solo religiosi (spiritualismo) né solamente valori di amabilità (sentimentalismo), ma tutti e tre i poli insieme, in un clima di bontà, di lavoro, di allegria e di sincerità, che assicura il funzionamento della grazia di unità nell’azione educativa. Evidentemente la pratica del sistema preventivo diventa, per l’educatore, una spiritualità molto esigente. Non si può praticare senza una comprovata carità pastorale, senza una vera passione per darsi totalmente alla salvezza delle anime. Stiamo parlando di santità pedagogica, di santità attraente ma profonda, di santità che si identifica con l’allegria, ma ottenuta a base di servizio ai giovani, di sacrificio, di lavoro e di temperanza (coetera tolle).

 

6          Con un impegno creativo nei confronti del tempo libero del giovane. Il CG23 afferma che “la vita di gruppo è un elemento fondamentale della tradizione pedagogica salesiana”. A Chieri il giovane Giovanni Bosco fondò la “Società dell’Allegria”; Domenico Savio fondò la Compagnia dell’Immacolata; Michele Magone apparteneva alla Compagnia del Santissimo… Attraverso le associazioni si arriva agli ambienti e ad ogni persona all’interno del proprio gruppo. Naturalmente occorre essere sempre disposti ad offrire un competente accompagnamento personale, specialmente agli animatori e ai responsabili.

 

7          Verso il realismo della vita. Una delle caratteristiche della pedagogia di Don Bosco è il suo aspetto pratico, il voler abilitare i giovani alla vita sociale ed ecclesiale; aiutarli a trovare il posto che loro corrisponde nella Chiesa e nella società (dimensione vocazionale). A questo scopo non bastano le teorie. Occorre unire alla formazione della mente e del cuore l’acquisizione di abilità operative e relazionali : spirito di iniziativa, capacità sincera di sacrificio, inclinazione al lavoro con senso di responsabilità, apprendimento di servizi e di mestieri, ossia un addestramento al realismo dell’esistenza con senso di serietà e di collaborazione.

Una pedagogia della speranza, che vuole due atteggiamenti insieme: rassicurare ma anche responsabilizzare…in quanto solo esercitando responsabilità si impara a diventare responsabili… Molti adolescenti di oggi soffrono proprio per non avere la possibilità di esercitare alcuna responsabilità reale all’interno della società, e questo è particolarmente vero per i giovani in situazione di esclusione sociale… Non stupiamoci poi allora dei loro atteggiamenti di fuga! Il più grande dramma dell’esclusione risiede nel sentimento di inutilità sociale che essa genera. Ciò di cui ha maggiormente bisogno un gran numero di giovani non è tanto incontrare adulti che offrano loro aiuto, quanto adulti capaci di dire: «Ho bisogno di te». Nella buonanotte Giovanni Bosco amava dire ai suoi giovani: «Senza il vostro aiuto, non potrei fare nulla.» Sin dall’inizio della sua opera educativa ebbe l’idea di responsabilizzare i più grandi nei confronti dei più giovani. Tanto più, che quest’anno celebriamo il 150 anniversario della Congregazione Salesiana, nata dalla disponibilità di qualcuno dei ragazzi più sensibili di don Bosco.

AL SERVIZIO DEL SIGNORE DEL CIELO

ricci

MOSTRA su Padre Matteo Ricci

(Macerata 1552 – Pechino 1610)

24 Aprile – 9 Maggio 2010

Ecco il programma completo della mostra e degli eventi ad essa collegati
24 APRILE – 9 MAGGIO
orari: ore 9.30-12.30 ore 15.30-19.00
presso Istituto Leone XIII Via Leone XIII, 12
insieme alla mostra sarà possibile vedere il docu-film “Matteo Ricci, un gesuita nel regno del drago”, del regista italiano di origine kosovara, Gjon Kolndrekaj.

24 Aprile
Istituto Leone XIII Via Leone XIII, 12
ore 15.30 INAUGURAZIONE MOSTRA
ore 16.00 Dall’Italia alla Cina. La figura di un grande precursore, P.Matteo Ricci: personalità, metodo e frutti.
interverranno
prof Paolo De Troia Docente di Cultura Cinese Univ. La Sapienza Roma
prof.ssa Chiara Piccinini Docente lingua cinese Univ. Cattolica Milano

28 Aprile
presso salone della parrocchia di San Protaso ore 21.00
EXPO 2010 SHANGHAI. Modernità e cultura della CINA
Interverranno
prof.ssa Elisa Giunitero Sinologa – Univ. Cattolica Milano
Prof. Sandro Petrucci Docente di letteratura e curatore della mostra A SERVIZIO DEL SIGNORE DEL CIELO

 

“AL SERVIZIO DEL SIGNORE DEL CIELO”

In occasione dei 400 anni dalla morte di padre Matteo Ricci, il Centro Culturale San Benedetto (www.cccsanbenedetto.it), la Fondazione Vittorino Colombo e il Coordinamento regionale dei Centri Culturali Cattolici della Lombardia hanno organizzato la mostra su Padre Matteo Ricci (Macerata1552 – Pechino1610) “A SERVIZIO DEL SIGNORE DEL CIELO” presso l’Istituto Leone XIII. Benedetto XVI ricordando Matteo Ricci ha detto “il gesuita Matteo Ricci, dotato di profonda fede e di straordinario ingegno culturale e scientifico, dedicò lunghi anni della sua esistenza a tessere un proficuo dialogo tra l’Occidente e l’Oriente, conducendo contemporaneamente una incisiva azione di radicamento del Vangelo nella cultura del grande Popolo della Cina. Il suo esempio resta anche oggi come modello di proficuo incontro tra la civiltà europea e quella cinese”.

All’inaugurazione, dopo il saluto di Paolo Tanduo, Presidente del CCC-San Benedetto, del Dott. Mori (Fondazione Vittorino Colombo) e del Consigliere Regionale Sante Zuffada, Mons. Luciano Baronio ha moderato la conferenza “Dall’Italia alla Cina, la figura di un grande precursore P. Matteo Ricci”, conferenza di cui erano relatori: la Prof.ssa Chiara Piccinini, che ha parlato del metodo memotecnico di P. Matteo Ricci, e il Prof. Paolo De Troia, che ha illustrato le conoscenze scientifiche e il metodo di inculturazione di Ricci.

Va reso onore all’eccezionale formazione che P. Matteo Ricci ebbe nel Collegio Romano dei Gesuiti, ove non solo acquisì una tenacissima disciplina e capacità di perseverare anche nelle privazioni, ma in linea con lo spirito rinascimentale, il Collegio fornì a Ricci quanto v’era di meglio sotto il profilo culturale: i classici greci e latini appartenevano alla formazione morale e retorica degli allievi, fu inoltre studente di Cristoforo Clavio dal quale apprese importanti conoscenze scientifiche e le più avanzate scoperte della matematica, e oltre questo poté mettere al servizio della sua missione in Cina gli studi teologici e i metodi pastorali appresi dai Gesuiti.

Padre Matteo Ricci fu il primo a portare l’orologio, il mappamondo e i testi di Euclide in Cina, oltre a scrivere il primo Catechismo in cinese.

Diversi studenti, lavoratori, giovani e meno giovani si sono resi disponibili ad accompagnare come guide la visita alla mostra, un servizio molto apprezzato secondo i numerosi ringraziamenti pervenuti e lasciati, ma che prima di tutto ha aiutato ciascuno di noi a conoscere meglio al figura di Padre Matteo Ricci: LI MADOU, un uomo straordinario. Attraverso l’astronomia, la cosmografia, la matematica, la cartografia, la geometria, gli orologi e la letteratura classica ebbe modo ed occasione di incontro aprendo il cuore del popolo cinese alla conoscenza del Signore del Cielo. Matteo Ricci, pioniere nell’incontro tra Oriente e Occidente, fu un uomo che per santità della vita, per l’eminenza della lingua, per l’attenzione il rispetto e i vincoli di amicizia ch’egli seppe mantenere, seppe aprire i cinesi all’Occidente e alla fede cristiana, consegnando loro anche quelle conoscenze scientifiche e la sapienza che scaturivano dalla fede. Un messaggio ancor oggi molto attuale e che deve ispirarci nel confronto con gli altri.

Nella mostra ci sono immagini bellissime. Tra queste spicca sicuramente il mappamondo cinese e i ritratti di Padre Matteo Ricci con il suo amico Xu Guangqi, importante letterato di Shangai la cui famiglia protesse sempre i cattolici della città e che donò il terreno per la costruzione di quella che ancora oggi è la Cattedrale di Shangai. Interessantissima la storia della sua tomba a Pechino: prima come segno della profonda stima che l’imperatore e i cinesi ebbero per lui, tanto da accordare questo privilegio per la prima volta ad un occidentale; poi distrutta due volte, la prima dalla setta nazionalista dei boxer e la seconda volta durante la rivoluzione culturale di Mao (entrambi volte contro le missioni e i cristiani), e infine ripristinata dal Senatore della Democrazia Cristiana Vittorino Colombo, primo politico italiano a riallacciare i rapporti con la Cina e a capirne l’importanza nel dopoguerra.

Come dice un detto cinese, riportato nel filmato che per tutto il periodo della mostra è stato trasmesso, Ricci è stato un segno di unità nelle diversità: nell’unione si conservano anche le proprie differenze. Ricci scrive nella prefazione al mappamondo cinese del 1602: “Offro questa mia opera a tutti coloro che insieme con me poggiano i piedi sulla stessa terra e respirano sotto lo stesso cielo”, frase che esprime la profonda convinzione nella sostanziale uguaglianza di tutti gli uomini e dei valori morali universali dell’uomo e dello spirito.

  1. Matteo Ricci partendo dalla cultura cinese, non tralasciando né la sua cultura occidentale né quella cristiana, partendo dall’elite culturale cinese del tempo, ha saputo trovare una strada per far conoscere il Vangelo mantenendone una piena fedeltà attraverso modalità di incontro nuove e rispettose del popolo cinese.

Il clima culturale in cui ci troviamo oggi pretende di cancellare Dio dalla vita pubblica, inducendo a ritenere la fede solo un fatto privato: “Ci si accontenta di verità parziali e provvisorie, senza più tentare di porre domande radicali sul senso e sul fondamento ultimo della vita umana, personale e sociale” (Fides et ratio, Giovanni Paolo II), per questo vogliamo creare occasioni di approfondimento e discussione culturale accogliendo l’invito di Benedetto XVI al Convegno di Verona: “dobbiamo rispondere a tutto campo, sul piano del pensiero e dell’azione”. Ci auguriamo che questa mostra possa essere stato una di queste occasioni per gli studenti del Leone XIII, le loro famiglie e tutti coloro i quali l’hanno visitata.

Filippo Spanò, Paolo e Luca Tanduo

Ratzinger esorta a far conoscere la straordinaria opera culturale e scientifica di Matteo Ricci

CITTA’ DEL VATICANO Marzo 2010- Benedetto XVI esorta a “far conoscere la straordinaria opera culturale e scientifica di padre Matteo Ricci, nobile figlio delle Marche, come pure il suo profondo amore alla Chiesa e lo zelo per l’evangelizzazione del popolo cinese”. L’incoraggiamento e’ rivolto al vescovo di Macerata, Monsignor Claudio Giuliodori, e ai partecipanti al convegno “Scienza, ragione, fede. Il genio di padre Matteo Ricci”, dedicato al missionario gesuita evangelizzatore della Cina, che sara’ “testimonial” dell’Italia all’Expo’ di Shangai 2010.

 

Soluzione della questione dei riti civili a Confucio e agli Antenati, che Li Madou-Matteo Ricci aveva ritenuto compatibili con la fede cattolica.

La soluzione viene ufficializzata da Papa PIO XII appena eletto nel 1939 il quale solennemente proclama : “Noi PIO XII, Vicario di Cristo sulla Cattedra di Petro in Roma, nel ventesimo anniversario della promulgazione dell’Enciclica “Maximum Illud” di Sua Santità Benedetto XV, letti i documenti ufficiali trasmessici da S.E. Mons Celso Costantini nostro delegato Apostolico in Cina e contenenti le Deliberazioni del primo Concilio della Chiesa Cattolica Cinese tenutosi a Shanghai nell’anno del Signore 1924, letti i pareri consultivi che abbiamo richiesto ai sei Vescovi cinesi consacrati il 28 ottobre 1926 dal nostro Predecessore PIO XI e che oggi sentiamo spiritualmente presenti vicino al nostro soglio, prendiamo atto che da sempre le Autorità Civili della Cina millenaria manifestano con significato solo civile la memoria storica al filosofo Confucio, nonché la liceità per le scuole cattoliche di collocare l’immagine o la tavoletta di Confucio nelle aule, consentendo agli alunni di prestare l’inchino tradizionale. Proclamiamo infine la liceità degli inchini e di ogni altra manifestazione di ossequio sulle tombe o dinnanzi alle immagini degli Antenati di ciascuna famiglia”.

Città del Vaticano addì 8 dicembre 1939 Festa Immacolata Concezione, PIO XII

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI A S.E. CLAUDIO GIULIODORI, VESCOVO DI MACERATA, PER IL IV CENTENARIO DELLA MORTE DI P. MATTEO RICCI

Al Venerato Fratello CLAUDIO GIULIODORI Vescovo di Macerata, Tolentino, Recanati, Cingoli e Treia

Ho appreso con gioia che in codesta Diocesi sono programmate diverse iniziative per commemorare, in ambito ecclesiale e civile, il IV Centenario della morte di P. Matteo Ricci della Compagnia di Gesù, avvenuta a Pechino l’11 maggio del 1610. In occasione dell’apertura di questo speciale anno giubilare, mi è gradito inviare a Lei e all’intera comunità diocesana il mio cordiale saluto.

Nato a Macerata il 6 ottobre del 1552, il gesuita Matteo Ricci, dotato di profonda fede e di straordinario ingegno culturale e scientifico, dedicò lunghi anni della sua esistenza a tessere un proficuo dialogo tra l’Occidente e l’Oriente, conducendo contemporaneamente una incisiva azione di radicamento del Vangelo nella cultura del grande Popolo della Cina. Il suo esempio resta anche oggi come modello di proficuo incontro tra la civiltà europea e quella cinese.

Mi associo pertanto volentieri a quanti ricordano questo generoso figlio della vostra terra, obbediente ministro della Chiesa e intrepido ed intelligente messaggero del Vangelo di Cristo. Considerando la sua intensa attività scientifica e spirituale, non si può non rimanere favorevolmente colpiti dall’innovativa e peculiare capacità che egli ebbe di accostare, con pieno rispetto, le tradizioni culturali e spirituali cinesi nel loro insieme. E’ stato in effetti tale atteggiamento a contraddistinguere la sua missione tesa a ricercare la possibile armonia fra la nobile e millenaria civiltà cinese e la novità cristiana, che è fermento di liberazione e di autentico rinnovamento all’interno di ogni società, essendo il Vangelo, universale messaggio di salvezza, destinato a tutti gli uomini, a qualsiasi contesto culturale e religioso appartengano.

Quel che inoltre ha reso originale e, potremmo dire, profetico il suo apostolato, è stato sicuramente la profonda simpatia che nutriva per i cinesi, per la loro storia, per le loro culture e tradizioni religiose. Basti ricordare il suo Trattato sull’amicizia (De amicitia – Jiaoyoulun), che incontrò un vasto successo sin dalla prima edizione a Nanchino nel 1595. Modello di dialogo e di rispetto per le altrui credenze, questo vostro Conterraneo fece dell’amicizia lo stile del suo apostolato durante i 28 anni di permanenza in Cina. L’amicizia che egli offriva era ricambiata dalle popolazioni locali grazie proprio al clima di rispetto e di stima che egli cercava di coltivare, preoccupandosi di conoscere sempre meglio le tradizioni della Cina di quel tempo. Nonostante le difficoltà e le incomprensioni che incontrò, Padre Ricci, volle mantenersi fedele, sino alla morte, a questo stile di evangelizzazione, attuando, si potrebbe dire, una metodologia scientifica e una strategia pastorale basate, da una parte, sul rispetto delle sane usanze del luogo che i neofiti cinesi non dovevano abbandonare quando abbracciavano la fede cristiana, e, dall’altra, sulla consapevolezza che la Rivelazione poteva ancor più valorizzarle e completarle. E fu proprio a partire da queste convinzioni che egli, come già avevano fatto i Padri della Chiesa nell’incontro del Vangelo con la cultura greco-romana, impostò il suo lungimirante lavoro di inculturazione del Cristianesimo in Cina, ricercando un’intesa costante con i dotti di quel Paese.

Auspico vivamente che le manifestazioni giubilari in suo onore – incontri, pubblicazioni, mostre, convegni ed altri eventi culturali in Italia e in Cina – offrano l’opportunità di approfondire la conoscenza della sua personalità e della sua attività. Seguendone l’esempio, possano le nostre comunità, all’interno delle quali convivono persone di diverse culture e religioni, crescere nello spirito di accoglienza e di rispetto reciproco. Il ricordo di questo nobile figlio di Macerata sia anche motivo per i fedeli di codesta Comunità diocesana di rinsaldare alla sua scuola quell’anelito missionario che deve animare la vita di ogni autentico discepolo di Cristo.

Venerato Fratello, nel formulare fervidi voti per una piena riuscita delle celebrazioni giubilari previste a partire dall’11 maggio prossimo, assicuro il mio ricordo nella preghiera e, mentre invoco la materna intercessione di Maria, Regina della Cina, invio di cuore la mia Benedizione a Lei ed a quanti sono affidati alle sue cure pastorali.

Dal Vaticano, 6 maggio 2009

BENEDETTO PP. XVI

 

 

La Sindone: Testimone di una presenza

Emanuela Marinelli è stata ospite del CCC San Benedetto

ecco alcune sue interviste

ZI10042301 – 23/04/2010
Permalink: http://www.zenit.org/article-22181?l=italian

sindone-volto“La Sindone: Testimone di una presenza”

Emanuela Marinelli svela i misteri del telo che ha avvolto Gesù

di Antonio Gaspari


ROMA, giovedì, 22 aprile 2010 (ZENIT.org).- Come può accadere che decine di migliaia di persone si mettano in viaggio per Torino, si mettano in fila per andare a vedere e meditare su un telo ingiallito e su cui si trovano immagini sbiadite e inspiegabili di un uomo crocifisso migliaia di anni fa?

Per i credenti quel telo è quello in cui è stato avvolto Gesù Cristo. Una reliquia unica e sconvolgente. Un telo impresso da una energia sconosciuta, con i resti ematici del crocifisso.

Alcuni intellettuali e giornalisti però sostengono che si tratta di un falso costruito ad arte per ingannare i credenti.

Tra le migliaia di libri, articoli, saggi che sono stati scritti sulla Sindone, partiocolarmente chiaro e esaustivo è il volume scritto da Emanuela Marinelli: “La Sindone. Testimone di una presenza” pubblicato dalla San Paolo.

Con una decina di libri, innumerevoli collaborazioni con riviste ed un numero impressionante di articoli Emanuela Marinelli è considerata una fra i massimi studiosi della Sindone.

Laureata in Scienze naturali, ha collaborato con “La Sapienza”, ha un diploma di Catechista specializzato, ed ha tenuto corsi presso il Centro Romano di Sindonologia e la Libera Università Maria SS.ma Assunta.

ZENIT l’ha Intervistata.

Più cercano di screditarla e più cresce l’interesse delle persone per questa tela di lino su cui è impressa in maniera inspiegabile l’impronta di un uomo morto in Croce: quali sono, secondo lei, le ragioni di questo continuo e rinnovato interesse?

Marinelli: I mass media hanno diffuso la conoscenza della Sindone. Chi viene a sapere che esiste questo straordinario telo vi si avvicina, talvolta, inizialmente solo per curiosità. Ma se si è senza pregiudizi si resta affascinati dal mistero di questa straordinaria reliquia.

Quali sono gli elementi e le ragioni che fanno credere che l’uomo impresso in quel telo sia Gesù di Nazareth?

Marinelli: Tutto coincide con la Passione di Gesù, anche in dettagli come la flagellazione, più abbondante di quella inflitta ai comuni condannati alla Croce.

Che relazioni ci sono con i racconti dei Vangeli e con la storia?

Marinelli: Le ferite dell’uomo della Sindone ci permettono di ripercorrere le sue ultime ore come in una via Crucis. E’ interessante che alcuni particolari però differiscono dall’iconografia tradizionale, come i chiodi conficcati nei polsi, ma coincidono con i dati archeologici.

Perchè tra le tante persone crocifisse dai romani, solo di questa è rimasta l’impronta sul telo? E in che modo la figura del corpo avvolto si è impressa sul telo?

Marinelli: Un qualsiasi crocifisso sarebbe finito in una fossa comune, non in un telo pregiato. L’uomo avvolto nella Sindone ci rimase poche ore e vi ha lasciato la sua impronta inspiegabile che può essere paragonata solo all’effetto di un lampo di luce.

Eppure una certa cultura accusa i credenti di essere tanto suggestionati dalla devozione da credere in un “lenzuolo sporco”, che altro non sarebbe che un falso creato ad arte per ingannare i credenti. Secondo gli esami per la datazione del lenzuolo, eseguiti nel 1988 con la tecnica radiometrica del Carbonio 14, il telo in questione sarebbe di una data compresa tra il 1260 e il 1390. Come replica a queste argomentazioni?

Marinelli: Il campione per la datazione fu prelevato da un angolo inquinato e rammendato, assolutamente non rappresentativo dell’intero lenzuolo. Quella datazione è stata ampiamente smentita.

Se veramente l’impronta e le tracce di sangue del telo sono di Gesù Cristo, la Sindone solleverebbe interrogativi sconvolgenti: ovvero, perchè il Signore ha voluto lasciare un impronta indelebile della passione di Gesù? In questo caso la Sindone sarebbe una prova decisiva per gli scettici. Qual è il suo parere in proposito?

Marinelli: Il Signore viene in soccorso di chi ha poca o nessuna fede presentando le sue piaghe come a Tommaso. Sta a noi inginocchiarci davanti a questa reliquia esclamando “Mio Signore e mio Dio!”.

Per chi è ostinatamente scettico nessuna prova basterà mai, Ma la Sindone, come disse Paul Claudel “più che un immagine è una presenza”. Giustamente Giovanni Paolo II la definì “Testimone muto ma singolarmente eloquente della Passione, morte e Resurrezione di Cristo”.

ZI09052610 – 26/05/2009
Permalink: http://www.zenit.org/article-18404?l=italian

Analisi del mistero: chi era l’uomo della Sindone?

Emanuela Marinelli spiega perchè quell’uomo non poteva che essere Gesù

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 26 maggio 2009 (ZENIT.org).- C’è un lenzuolo ingiallito dal tempo che da secoli interroga gli umani. Per alcuni è il telo in cui fu avvolto Gesù subito dopo la morte in Croce, per altri un falso utilizzato per alimentare la devozione cristiana.Il telo ha avvolto un cadavere martoriato, riportandone vistose macchie di sangue e l’immagine di un corpo, frontale e dorsale, impressa in modo tuttora misterioso.

Un’immagine che è sbiadita ed eterea, ma straordinariamente ricca di dettagli impressionanti che permettono di ripercorrere, come in una Via Crucis, le ultime ore di quel defunto a cui si attribuisce un’identità sconvolgente: Gesù di Nazaret.

Su quel telo conosciuto come “la Sindone” sono state fatte Inchieste, indagini, studi, analisi, discussioni. Per secoli è stato venerato come la più preziosa reliquia della Cristianità.

Poi nel 1988 il colpo di scena. Un’analisi conosciuta come prova del carbonio 14 sostiene che l’origine di quel telo risale al Medioevo, cioè in epoca successiva alla data della crocifissione di Gesù.

Gli esperti si dividono, per alcuni la prova non è stata rigorosa, per altri l’esame non è valido. Altri ancora ribadiscono che la Sindone non ha avvolto il corpo di Gesù.

Per cercare di fare il punto sulle conoscenze e sulle diverse argomentazioni a favore e contro la Sindone, la professoressa Emanuela Marinelli, docente di Scienze Naturali e Geologiche, autorevole membro del Centro Romano di Sindonologia, organizzatrice del Congresso Mondiale Sindone 2000, autrice di numerosi libri, relatrice in centinaia di incontri sul tema, promotrice della rivista “Collegamento pro Sindone” e del sito www.sindone.info, ha appena pubblicato il volume: “La Sindone. Analisi di un mistero” (Sugarco Edizioni, 267 pagine, 19,50 Euro).

ZENIT l’ha intervistata.

Quanti e quali i misteri racchiusi in un pezzo di stoffa ingiallito dal tempo?

Marinelli: Da anni gli studiosi si interrogano sulla Sindone, conservata a Torino da più di quattro secoli. La sua storia rigorosamente documentata parte dalla metà del XIV secolo e i ricercatori indagano sul percorso del suo arrivo in Europa. Però il mistero più affascinante rimane l’origine dell’immagine umana che si scorge sull’antico telo. Questa impronta si osserva ancora meglio nel negativo fotografico. Il lenzuolo ha certamente avvolto un cadavere; ma questo corpo, come ha potuto proiettare la sua sembianza sulla stoffa? L’immagine consiste in una disidratazione e ossidazione del lino, che non può essere stata provocata dal semplice contatto del lenzuolo con il cadavere.

Sono tantissimi i libri sulla Sindone. Quali sono le novità in questo suo ultimo studio?

Marinelli: Oltre tutti i motivi per dubitare del risultato dell’analisi radiocarbonica, che collocava l’origine della Sindone nel Medioevo, il volume presenta i recenti studi di un gruppo di scienziati dell’ENEA (Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente) di Frascati (Roma). Presso questo istituto di ricerca, alcune stoffe di lino sono state irradiate con un laser ad eccimeri, un apparecchio che emette una radiazione ultravioletta ad alta intensità. I risultati, confrontati con l’immagine sindonica, mostrano interessanti analogie e confermano la possibilità che l’immagine sia stata provocata da una radiazione ultravioletta direzionale.

Sono decenni che lei studia la Sindone, che idea se ne è fatta? E’ veramente il lenzuolo che ha avvolto Gesù dopo la crocifissione?

Marinelli: Non ci sono dubbi, questo lenzuolo non può aver avvolto un altro cadavere. E l’immagine deve essersi formata al momento della Risurrezione, con un lampo di luce sprigionatosi dal corpo glorioso.

Quali sono le prove e gli argomenti più solidi che attesterebbero che è proprio questo il lino che ha avvolto il corpo di Cristo?

Marinelli: C’è una perfetta coincidenza tra le narrazioni dei quattro Vangeli sulla Passione di Cristo e quanto si osserva sulla Sindone: la flagellazione come pena a sé stante, troppo abbondante per essere il preludio della crocifissione (120 colpi invece degli ordinari 21); la coronazione di spine, fatto del tutto insolito; il trasporto del patibulum, il palo orizzontale della croce; la sospensione alla croce con i chiodi invece delle più comuni corde; l’assenza di crurifragio, la frattura delle gambe inflitta per accelerare la morte; la ferita al costato inferta dopo la morte, con fuoruscita di sangue e siero; il mancato lavaggio del corpo (per la morte violenta e una sepoltura affrettata); l’avvolgimento del cadavere in un lenzuolo pregiato e la deposizione in una tomba propria invece della fine in una fossa comune; il breve tempo di permanenza nel lenzuolo.

Se la Sindone è veramente quello che lei e tantissimi altri sostengono, qual è il senso di questa reliquia? Forse il Signore vuole dare una risposta alla nostra incredulità?

Marinelli: Certamente fa effetto pensare che la rivelazione fotografica della Sindone avvenne proprio sul finire dell’800, il periodo in cui il positivismo si caratterizzava per la fiducia nel progresso scientifico e per il tentativo di applicare il metodo scientifico a tutte le sfere della conoscenza e della vita umana. Quando la fede in Gesù Cristo sembrava qualcosa di sorpassato agli occhi dei sapienti, proprio la scienza fotografica rivelò la sua immagine come una misteriosa presenza sulla Sindone. Quando poi, nella seconda metà del XX secolo, si diffonde il computer, è proprio questo mezzo moderno a svelare la

tridimensionalità dell’immagine sindonica. Ancora una volta Cristo emerge maestoso da quel lino. I devoti di San Tommaso Apostolo attraverso la Sindone possono ancora oggi mettere il dito nelle piaghe del Signore ed avere un segno, che in realtà è come il segno di Giona (Matteo 12,39-40)

Quali sono gli argomenti e perché alcune persone cercano di dimostrare che la Sindone sia un falso storico?

Marinelli: La Sindone inquieta chi vuole escludere Cristo dalla propria vita. L’unico argomento che viene sempre riproposto per negare l’autenticità di questa reliquia è la prova radiocarbonica. Ma attorno a quel test è accaduto di tutto ed è giusto sapere i retroscena di quell’esame per rendersi conto dell’infondatezza dei suoi risultati. Ho dedicato più di metà del libro a quella vicenda, fino agli ultimi sviluppi, con le ammissioni di Christopher Bronk Ramsey, attuale direttore di uno dei tre laboratori che vent’anni fa datarono la Sindone: “Tra le misurazioni del radiocarbonio e le altre prove che abbiamo sulla Sindone sembra esserci un conflitto, su come interpretare queste prove. E per questo ritengo che chiunque abbia lavorato in questo settore, scienziati esperti di radiocarbonio ed altri esperti, debbano dare uno sguardo critico alle prove che hanno prodotto per riuscire a tracciare una storia coerente che si adatti e ci dica la storia vera di questo intrigante pezzo di stoffa”. Dunque le ricerche devono continuare, ma con uno spirito limpido e scevro da pregiudizi.

Il monachesimo: una via per unire i popoli dell’Europa?

Il monachesimo: una via per unire i popoli dell’Europa?

di Paolo Tanduo

Giovedì 18 marzo  2010   si è svolto l’incontro con il vicedirettore del TG5 Andrea Pamparana organizzato dal centro Culturale cattolico san benedetto (www.cccsanbenedetto.it) insieme al Comitato Soci Coop Baggio. A partire dalla sua trilogia (Benedetto – Bernardo – Abelardo) sul Monachesimo abbiamo discusso del tema “Il monachesimo: una via per unire i popoli dell’Europa?”.

Mai come oggi l’Occidente abbiamo bisogno di monaci, di veri benedettini, di veri cistercensi e perché no di veri certosini anche se ci paiono anacronistici perché non si occupano di sociale, inizia cosi l’intervento di Andrea Pamaparana. San BENEDETTO ha giocato un ruolo fondamentale nella storia dell’Occidente, dell’Europa. Non fu solo un gigante della Fede, il fondatore del monachesimo occidentale, ma anche l’iniziatore di un colossale progetto culturale.  Sotto la sua Regola, migliaia di monaci sparsi per l’Europa salvarono l’economia e i libri, il sapere degli antichi, la filosofia di Platone e Aristotele. Essi preservarono gli elementi fondamentali della civiltà greco-romana. Da uomini colti seppero poi trasfondere nel fiume della cultura antica anche le forze nuove di una comprensione biblico-cristiana dell’essenza umana. I monaci raccolgono quella eredità, la arricchiscono e la diffondono. Questa fusione tra Gerusalemme, Atene e Roma è l’atto culturale costitutivo di ciò che noi chiamiamo Europa.

Oggi c’è una rinnovata sete di Dio e di autenticità. Io chiedo ai miei amici della Chiesa dice Pamparana, di parlarmi di Dio perché Dio è un mistero. C’è tanta gente che si interroga sulla morte, sulla vita, sulla scienza e su Dio. Pamparana racconta alcuni episodi della sua vita legati a Giovanni Paolo II e di come abbia rappresentato, con la sua testimonianza in particolare nel momento della sofferenza dovuta alla malattia, qualcosa di straordinario che rimarrà nella storia non solo dei cristiani. Come Giovanni Paolo II anche Benedetto, Bernardo, Abelardo rappresentano qualcosa che vale non solo per i cristiani o per chi crede in un Dio ma per l’uomo, per la persona, per la collettività, sono patrimonio di tutti. Articolo 1 della costituzione della regola benedettina è “Ascolta o figlio le parole del Maestro”. Questa regola è fondamentale in una società come la nostra dove la parola ascoltare è desueta. L’atteggiamento di san Benedetto è qualcosa di profondamente legato alla concezione che aveva della sua missione, Benedetto non pensava adesso salvo il mondo occidentale in un periodo di ferocia inaudita. I monaci benedettini hanno fatto la riforma di tutto il sistema agrario, la bonifica dei campi, rilanciato l’economia europea, il loro contributo spaziò in tutti i campi, basti ricordare che fu un monaco a inventare la notazione della musica col pentagramma nel monastero di Pomposa. Questa loro attività non era finalizzata però a salvare l’umanità  Benedetto voleva solo cercare e servire Dio come ricordato Benedetto XVI nel suo discorso al collegio dei bernardini a Parigi nel 2008: “a causa della ricerca di Dio, diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua.   Poiché la ricerca di Dio esigeva la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola. Da questa esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarLo con le parole donate da Lui stesso è nata la grande musica occidentale.” Benedetto lo spiega ai suoi monaci, quando la storia cambia? E’ con Gesù che cambia. Il concetto che abbiamo di democrazia nasce da Atene ma non era per tutti, non era di massa, era solo per pochi perché nel mondo antico c’erano gli uomini, che non lavoravano, e c’erano gli schiavi. Gesù è la novità a partire dalla quale gli uomini sono tutti uguali, sarà Benedetto a portare a compimento ciò. Benedetto ci dimostra oggi che l’uomo per stare in piedi e rimanervi ha  bisogno di due dimensioni : l’ora et labora, l’azione e la contemplazione. E’ dalla Regola che si espande quel sentimento e quel desiderio di servire Dio che diventa il legame fondamentale con la cultura occidentale e con la riscoperta della cultura greca cosi che oggi “Non possiamo non dirci cristiani” perché riconosciamo in Atene e Gerusalemme e Roma quella triangolazione che fa parte della nostra cultura anche di quelli che pensano che cosi non sia. Regola, senza le quali non avrebbe senso parlare di Benedetto.

Benedetto, scrive Pamparana nel suo libro, conciliava in sé e significava per i suoi discepoli le due strade del monachesimo, la prima strada guarda verso l’interno dell’uomo essere monaco ovvero raccogliere in sè tutte le facoltà in un’attenzione e un’obbedienza esclusiva a Dio, l’altra essere monaco verso il prossimo.

Bernardo avrebbe voluto fare il monaco chiuso nel chiostro a pregare ma poche persone hanno percorso tanti chilometri come SAN BERNARDO.

I Papi avevano sempre bisogno di lui per risolvere problemi anche di natura politica, le sue lettere sono capolavori di strategia politica. Quando Beranrdo venne a Roma, Papa Innocenzo, che era un monaco, si alzò per andargli incontro, quasi a volersi lui inchinare, i cardinali nella sala rimasero turbati, come era possibile: il Papa va verso Bernardo e non il contrario. Viene alla mente l’immagine di Giovanni Paolo II che diventato Papa riceve i cardinali per il saluto e quando arriva il momento del Cardinale Viscinsky gli impedisce di inginocchiarsi, perché lo considerava come un padre a cui lui avrebbe dovuto rendere omaggio. Lo stesso accadde tra Papa Innocenzo e Bernardo. Bernardo era un gigante, avrebbe potuto essere Papa, re, imperatore dice Pamparana. Era talmente stimato che il re di Francia lo chiamò per amministrare le sue terre.

Bernardo viene a Milano reduce da un viaggio in Germania dove era andato per sedare e rimproverare duramente un monaco che aveva accusato gli ebrei di deicidio scatenando un vero e proprio pogrom. Bernardo considerava gli Ebrei come fratelli maggiori e per questo viene da loro stimato. A Milano arriva forte di questa popolarità conquistata anche in Germania e i milanesi gli chiedono di diventare cardinale-arcivescovo. Ma a Bernardo non interessava, lui aveva solo fretta di tornare al suo monastero e accudire i suoi monaci, perchè per la maggior parte del suo tempo predicava ai monaci. I suoi sermoni importantissimi, in particolari i commenti al Cantico dei cantici,  vennero raccolti dai suoi monaci, come le sue numerose epistole il cui metodo di catalogazione viene ancora oggi studiato dai sistemisti. I milanesi regalarono a Bernardo un candelabro, capolavoro orafo ancora oggi conservato nel Duomo di Milano, per convincerlo, ma lui rifiutò.

Sì, il chiostro e la strada, mai titolo fu più adatto per narrare la storia di Bernardo. Una storia dove, appunto, il mistero della vita nel chiostro non conduce all’oblio circa gli affanni dell’esistenza, le contraddizioni della storia, ma al contrario ti ci tuffa dentro.

In occasione della morte di Gerardo, il suo fratello più caro. Gli altri monaci lo vedono piangere e si chiedono: ma come ci hai sempre insegnato che la morte è la liberazione che ci consente di andare a Dio ed ora piangi? Rimangono sconvolti. Bernardo risponde in modo geniale, Bernardo è un uomo e soffre per la morte del suo amico, ma come fa a risolvere il problema educativo nei confronti dei monaci, “io piango di gioia, di invidia, beato te che finalmente sei col Padre nostro”. Bernardo nasconde una cosa che è meravigliosa la debolezza degli uomini.

Da un siffatto chiostro sei inesorabilmente trascinato sulle strade. Il silenzio del Monastero si popola delle grida di angoscia, della domanda di senso dell’uomo della strada. E capisci, non con dotte argomentazioni, bensì mediante la testimonianza della vita di Bernardo e dei suoi compagni, che l’Europa ha queste radici. Ha radici nutrite alla linfa di grandi valori, grandi ideali, che affondano nel terreno fecondo della rivelazione ebraico-cristiana.

In Bernardo emerge la vivacità intelligente ed operosa della cultura religiosa medioevale. Una cultura dove fede e vita s’intrecciano, dove il santo era uomo più capace di umanità, più acuto nel guardare al mondo e ai problemi della società.

Il movimento benedettino cresce, cresce, cresce e diventa importantissimo anche sul piano economico e politico come mostra il monastero di Cluny, i benedettini diventano potenti. Questa ricchezza infastidisce e provoca sconcerto nei giovani che cercavano l’essenzialità della regola benedettina. Nasce la riforma Cistercense, Bernardo si unisce a loro, viene fatta la carta della carità primo esempio di carta costituzionale di unità europea, si costituisce una rete tra i monasteri, i monaci non erano francesi, tedeschi, spagnoli, ma solo monaci. Ma come facevano a comunicare, semplice avevano il latino. Bernardo insieme ai suoi confratelli comincia a costruire monasteri in tutta Europa. Anche i cistercensi cominciano ad accumulare grandi ricchezze. Col rischio di perdere di vista il vero messaggio cristiano che ha al centro la persona. In questo periodo il movimento benedettino e cistercense incontrano il movimento francescano che richiama alla povertà e alla vicinanza ai poveri. Nascono nel movimento del monachesimo i Banchi di santo spirito e i Monti di pietà, cioè la possibilità di aiutare il bisognoso di dare al piccolo imprenditore ciò di cui ha bisogno: nasce l’economia moderna.

Oggi la nostra cultura vuole negare le sue origini, con conseguenze devastanti. L’altro è profondamente convinto delle sue origini e disprezza che io non apprezzi le mie. La nostra cultura ha radici profonde di uguaglianza tra tutti gli uomini, uguaglianza tra donne e uomini, di lavoro che nobilita l’uomo, di libertà. Pamaprana spiega tutto ciò citando un episodio evangelico: Un giorno un gruppo di uomini condanna a morte una donna fedigrafa, se fosse stato il contrario l’uomo fedigrafo non sarebbe stato condannato. Ma arriva Gesù e dice “scagli la prima pietra chi è senza peccato”. Gesù ristabilisce l’uguaglianza tra tutti gli uomini e tra l’uomo e la donna. Ci insegna ad amare il nostro prossimo. Questi elementi non ci sono in altre culture. Sono presenti nella nostra.

Il carisma di Bernardo era tale che si racconta che le mogli per evitare che i loro mariti lo seguissero li chiudevano in casa quando passava.

La nostra cultura ha sicuramente tra i suoi protagonisti anche ABELARDO che dice dice hai suoi Giovani “per credere devi capire, devi conoscere, devi sapere”. Con Abelardo cambia la storia dell’educazione, cambia la storia dello studio, nasce l’università secondo la moderna concezione. L’influenza di Abelardo fu immensa. La fine del XII secolo – incautamente definito come un’epoca oscura ma che rifulse invece di formidabile luce – gli deve il gusto del rigore tecnico e della straordinaria capacità di spiegare e farsi capire. Migliaia di giovani lasciavano le proprie case e da tutta Europa si riversavano, dopo lunghi e perigliosi viaggi, nelle scuole di Parigi e di Francia in cui il grande maestro insegnava. Come scrisse il grande filosofo francese Etienne Gilson, “Abelardo ha imposto uno standard intellettuale al di sotto del quale, ormai, non si accetterà più di ridiscendere”. Spirito lucido e cuore generoso, uomo e maestro dominato dalla passione.

Amò e fu riamato da una donna, Eloisa, la cui vicenda personale di intellettuale e poi di abbadessa si è intrecciata fino alla morte col suo antico maestro, poi sposo e quindi fratello nella Chiesa. Abelardo divenne monaco dopo l’incontro e la storia di passione con Eloisa.

 

L’incontro con l’altro grande uomo del suo tempo, Bernardo di Chiaravalle, alimentò secoli di leggende e maldicenze. Erano due giganti, si confrontarono e Bernardo sconfisse il maestro Palatino, ma rappresentarono le due facce di una stessa medaglia rilucente di luce, saggezza e santità. Bernardo aveva ragione come uomo di Chiesa ma Abelardo aveva ragione che per credere bisogna prima capire.

Abelardo e Bernardo hanno consentito alla cultura europea di fare un salto enorme.

L’incontro è stato concluso dal Presidente del CCC sanBendetto con la citazione di una catechesi di Papa Benedetto XVI “mille anni fa, quando era in pieno svolgimento il processo di formazione dell’identità europea, l’esperienza cluniacense, diffusa in vaste regioni del continente europeo, ha apportato il suo contributo importante e prezioso. Ha richiamato il primato dei beni dello spirito; ha tenuto desta la tensione verso le cose di Dio; ha ispirato e favorito iniziative e istituzioni per la promozione dei valori umani; ha educato ad uno spirito di pace. Cari fratelli e sorelle, preghiamo perché tutti coloro che hanno a cuore un autentico umanesimo e il futuro dell’Europa sappiano riscoprire, apprezzare e difendere il ricco patrimonio culturale e religioso di questi secoli.”

Popieluszko. Non si può uccidere la speranza

Popieluszko. Non si può uccidere la speranza

popieluszko

Padre Popieluszko, “l’autentico profeta dell’Europa”

di Luca Tanduo
ROMA, mercoledì, 24 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Il 15 febbraio il Centro Culturale Cattolico “San Benedetto” (www.cccsanbenedetto.it) in collaborazione con Alleanza Cattolica e con il Centro Culturale “La Cittadella” ha organizzato la proiezione del film su padre Jerzy Popieluszko (1947-1984) al cinema Cristallo di Cesano Boscone (MI).

Alla proiezione era presenti poco meno di 200 persone. Il film ripercorre la storia di un uomo, della sua fede ma anche della fede e della speranza di libertà di un intero popolo; e mostra la violenza del regime comunista a cui si oppose la preghiera, la forza dell’amicizia e della solidarietà del popolo polacco, senza nessuna violenza.

Popieluszko sostiene e indica la strada per vincere il male col bene, combatte il male e non chi è vittima del male, prega per allontanare l’odio da sè e dai suoi amici.

Fondamentale nell’azione del sacerdote la carità, il sostegno spirituale. Incredibile e troppo spesso dimenticato il legame fortissimo tra la fede e la rivendicazione della libertà e dei diritti dei lavoratori, segno più eloquente di ciò la partecipazione alle messe e le preghiere in fabbrica.

Sullo sfondo il ruolo e la figura di Giovanni Paolo II e la storia del sindacato di Solidarnosc.

La proiezione di spezzoni di filmati originali delle visite in Polonia di Giovanni Paolo II e delle manifestazioni sindacali rendono ancora più bello il senso della verità dei fatti raccontati.

Nel film vengono raccontate tutte le fasi della vita di Popielusko: l’infanzia, il servizio militare e l’ordinazione sacerdote nel 1972.

Popieluszko nel giugno 1980 viene assegnato come sacerdote residente alla parrocchia di san Stanislao Kostka, sul cui territorio si trova la grande acciaieria “Huta Warszawa”.

Quando un gruppo di operai impegnati in duri scioperi nelle acciaierie di Varsavia chiese alla Chiesa locale un sacerdote per poter seguire la Messa anche dentro l’“assedio” dell’occupazione, Popieluszko viene inviato il 28 agosto dal primate di Polonia, il cardinal Stefan Wyszynski, dagli operai della Huta in sciopero e diventa così il cappellano di Solidarnosc.

Il film evidenzia il suo rapporto con gli operai, la vita delle loro famiglie e la cura spirituale e materiale di ognuno da parte di padre Popieluszko.

Il passo successivo fu la saldatura con le proteste che si sviluppavano a Danzica, il cui leader era un elettricista di nome Lech Walesa. Da lì nacque Solidarnosc, con le sue vittorie, le sconfitte, gli arresti, la repressione molto ben evidenziata nel film dalle scene delle varie forme di controllo e delle cariche della polizia.

Oltre al lavoro parrocchiale, don Jerzy svolgeva il suo ministero tra gli operai organizzando conferenze, incontri di preghiera, assistendo ammalati, poveri, perseguitati.

Dopo l’introduzione della legge marziale nel 1981, è uno degli organizzatori del Comitato di Aiuto ai Perseguitati e alle loro famiglie, che coordina i comitati locali e nel gennaio 1982 assiste al processo contro gli operai della Huta. Insieme al parroco della chiesa di san Stanislao Kostka organizza ogni mese una Messa per la patria, che raccoglie migliaia di persone: operai, intellettuali, artisti e anche persone lontane dalla fede.

Nelle sue omelie chiede il ripristino delle libertà civili e di Solidarnosc. Poiché “ci è stata tolta la libertà di parola, ascoltiamo la voce del nostro cuore e della nostra coscienza”, diceva, invitando i polacchi “a vivere nella verità dei figli di Dio, non nella menzogna imposta dal regime”.

A conclusione delle Messe per la patria chiedeva ai fedeli di pregare “per coloro che sono venuti qui per dovere professionale”, mettendo in imbarazzo gli spioni dell’Sb, il servizio di sicurezza.

Svolge un’ampia opera di sostegno materiale e spirituale e si mantiene in stretto contatto con gli intellettuali dell’opposizione e con le strutture clandestine di Solidarnosc.

Le autorità temono la sua influenza e si fanno sempre più frequenti le proteste alla Curia di Varsavia in cui lo si accusa di attività anti-statale. Durante le Messe per la Patria la chiesa viene spesso circondata da un cordone di automezzi della polizia e fanno la loro comparsa dei gruppi di provocatori.

Il 14 dicembre 1982 ignoti gettano nella sua stanza un mattone con una carica esplosiva. Da quel momento gli operai della Huta Warszawa decidono di garantirgli una scorta giorno e notte.

Nel settembre 1983 padre Popielusko organizza per la prima volta un pellegrinaggio di operai a Czestochowa, divenuto una tradizione che resiste ancora.

Il 12 dicembre 1983 è convocato per un interrogatorio durante il quale viene fermato come indagato per “aver abusato della libertà di coscienza e di confessione, sia durante gli uffici religiosi, che nelle sue omelie”.

Il Primate Glemp gli propone di andare a studiare a Roma, ma lui rifiuta. Il 1 maggio 1984 celebra la Messa per gli operai, durante la quale parla della dignità del lavoro e al termine della funzione la polizia chiude le strade attorno alla chiesa e attacca la folla degli operai con gli idranti.

Nello stesso periodo i mass media conducono una feroce campagna denigratoria contro di lui, definito dal portavoce del governo: “un fanatico politico”.

Padre Popielusko venne sottoposto a continua sorveglianza e arrestato 2 volte nel 1983 e nella prima metà del 1984, venendo interrogato 13 volte. Padre Jerzy non fu né il primo né l’ultimo, ma era considerato tra i più pericolosi.

“Senza per questo aver mai oltrepassato le sue competenze di sacerdote – sottolinea mons. Kazimierz Nycz, Arcivescovo di Varsavia – o aver ridotto la Chiesa e il suo messaggio a strumento di lotta politica. Il suo era davvero il vangelo dell’amore, incentrato sulla salvaguardia della dignità umana. Infondeva coraggio ai fedeli, non sobillava rivoluzioni”.

Il film rende bene anche il pensiero e la fede di padre Popieliuszko facendo sentire pezzi delle sue omelie come quella del 19 ottobre, durante la recita serale del Rosario in una chiesa di Bydgoszcz: “Chiediamo di essere liberi dalla paura, dal terrore, ma soprattutto dal desiderio di vendetta. Dobbiamo vincere il male con il bene e mantenere intatta la nostra dignità di uomini, per questo non possiamo fare uso della violenza”.

Mentre rientra a Varsavia viene rapito da tre ufficiali. Il suo autista, Waldemar Chrostowski, riesce a fuggire e racconta l’accaduto: immediatamente a Varsavia cominciano le veglie di preghiera in un clima di grande apprensione.

La notte del 19 ottobre, gli maciullarono la bocca dopo avergli fracassato il cranio a colpi di manganello: un delitto compiuto con ferocia bestiale. E dopo averlo massacrato di botte, lo gettarono nelle acque gelide della Vistola.

Il 30 ottobre il suo corpo viene ritrovato nel lago di Wloclawek. Padre Popieluszko muore così all’eta’ di 37 anni. Il film si conclude con spezzoni di filmati dell’annuncio della sua morte, del funerale e della visita alla sua tomba di Papa Giovanni Paolo II.

Eroe della libertà e testimone della fede, padre Popieluszko ci appare come “l’autentico profeta dell’Europa, quella che afferma la vita attraverso la morte”, ha detto Giovanni Paolo II. Un vero peccato che questo film non sia presente nelle grandi sale.

OBAMA un anno dopo. Cosa è cambiato.

OBAMA un anno dopo. Cosa è cambiato.

L’incontro organizzato dal Centro Culturale San Benedetto, dalla Fondazione Vittorino Colombo e dal Centro Culturale San Protaso si è svolto il 21 Gennaio presso la Parrocchia di San Protaso e san Gervaso.

L’elezione di Obama ha avuto innanzitutto un grande significato di cambiamento nell’immaginario collettivo. Introducendo l’incontro Paolo Tanduo ha presentato il tema della serata: partendo dai fatti registrati durante questo primo anno cercare di capire cosa realmente è cambiato con la Presidenza OBAMA. Questo primo anno è satto segnato da una serie di eventi e incontri, il passaggio dal G8 al G20, il viaggio in Cina con i nuovi assetti geopolitica, la crisi iraniana, lo stallo in Medioriente, l’Afghanistan, il premio Nobel per la Pace e il discorso sulla guerra giusta, il discorso al Cairo, il problema del terrorismo tornato all’ordine del giorno dell’agenda del presidente dopo il fallito attentato di Natale, la riforma sanitaria in politica interna, l’incontro con il Papa.

Vittorio Emanuele Parsi inizia il suo intervento dicendo che per Obama i giudizi sul suo operato sono condizionati dal fatto che lui è già un evento storico in sé : essere il primo presidente di colore degli USA. Quindi l’attesa per il suo operato era superiore a quella che effettivamente ci si poteva aspettare da lui. In realtà in politica estera dove era sicuramente impreparato ha avuto un risultato buono perché ha fatto quello che doveva fare: ha iniziato il ritiro dall’Iraq che però era già stato deciso da Bush e si è trattato più che altro di un mantenimento dello status quo. In Afghanistan ha continuato una guerra che aveva approvato fin dall’inizio quando era senatore e voluta dall’ONU e da tutti gli USA. Per il Medioriente non poteva né lui né nessun altro ottenere qualcosa di più, Obama però con il discorso de Il Cairo ha cambiato i toni, ha dato un messaggio che gli USA non sono in guerra con Islam, e questo è stato un bene. Non è che Bush avesse detto cose sbagliate sottolineando che nell’Islam c’è una corrente integralista e terroristica ma il linguaggio era troppo diretto e infastidiva i suoi interlocutori arabi e islamici. Il pregio maggiore di Obama, sia durante la campagna elettorale, sia dopo da presidente, è quello della sua capacità oratoria, dei suoi toni adeguati a quella retorica che negli USA si aspettano da un politico. Noi in Italia facciamo fatica a capire questo aspetto perché dopo la prima repubblica che aveva creato un distacco politica-gente anche nel linguaggio , per il politico italiano oggi va di moda un linguaggio comune anche volgare che fa dire alla gente è uno di noi . Ma negli USA no! Ogni categoria professionale ha un suo linguaggio modo di esprimersi e questo vale anche per la classe politica.

Tornando ad Obama su Guantanamo non poteva liberare terroristi che non erano prigionieri di guerra ma che in alcuni casi dopo essere stati liberati sono tornati a colpire con atti terroristici. Secondo Parsi i terroristi non cambiano idea e modi quindi non si possono liberare, a Dio è rimandato il loro giudizio e le misericordia ma in terra devono stare in galera. E’ solo in Italia che si liberano i terroristi. Un altro aspetto importante è stato l’avvicinamento con la Cina. Obama è un uomo pacifico nel senso un uomo dell’oceano Pacifico , è vissuto alle Haway non è legato all’Europa come gli altri presidenti bianchi. Inoltre è finita definitivamente l’era in cui l’Europa era al confine tra USA e URSS e quindi era al centro della politica USA. Obama, non ha, per ragioni di età, legami a questa realtà come per esempio aveva la famiglia Bush. C’è una decadenza dell’Europa a cui l’Europa ha cercato di opporsi con la costruzione della UE per poter recuperare il suo ruolo ma adesso, l’asse centrale sia economico che politico si è spostato dall’Atlantico al Pacifico e questo per gli europei è uno svantaggio.

La Cina ha molti rapporti con il terzo mondo per la ricerca delle fonti energetiche e le materie prime ed è già la seconda economia mondiale dopo gli USA. La Cina sta togliendo agli USA il primato di attrazione inteso come interesse e come desiderio e prospettiva di futuro, ma la Cina rimane anche un paese non democratico (e secondo Parsi non potrà esserlo perchè le strutture democratiche per governare 1,5 miliardi di persone sono difficilmente realizzabili). Questo pone un problema sulla modalità con cui vengono prese le decisioni, su chi le prende e i criteri di scelta del governo cinese nelle varie questioni sia di carattere interno che internazionale.

Parsi ha concluso il suo intervento affrontando i temi della politica interna americana sottolineando come non debbano essere giudicati con gli occhi di un europeo ma con quelli di un americano che ha una cultura diversa della nostra nell’approccio del rapporto tra stato e persona. Rispetto alla riforma sanitaria e alla crisi finanziaria con il sostegno alle banche Parsi ha sottolineato come debbano essere valutate in relazione al loro impatto economico e sul bilancio familiare della middle class, già duramente provata dalla crisi, che teme nuovi aggravi fiscali. C’è inoltre un aspetto globale da considerare: i problemi e i loro effetti sul sistema economico americano e le ricadute anche su quello europeo e mondiale. La proposta per esempio di colpire le banche ha già suscitato una reazione negativa di Wall Street e questo potrebbe determinare un rallentamento della ripresa o una ricaduta nella crisi che non agevolerebbe nessuno ed avrebbe un grosso impatto anche sulla nostra economia.

Paolo Sorbi sottolineato l’importanza di Obama come uomo di colore riprendendo quello già espresso anche da Parsi ma sottolineando che non poteva essere un uomo del ghetto ma proprio un uomo della classe media al di fuori delle dinamiche che spesso hanno bloccato le dinamiche politiche che coinvolgevano i neri americani.

L’elezione di Obama ha rappresentato un cambio nei flussi elettorali perché ha avuto come democratico un appoggio dai cattolici ed evangelici, che nelle precedenti elezioni avevano votato Bush e quindi un repubblicano, in quanto la sua elezione è stata vista come la conclusione dell’era della segregazione. Da presidente però ha tradito le aspettative della Chiesa Cattolica Americana,  secondo Sorbi ce lo si poteva aspettare visto la sua storia e i contenuti della sua campagna elettorale. Un esempio sopra tutti è stato l’immediato finanziamento di milioni di dollari deciso dall’amministrazione Obama a favore di 18 ONG abortiste che propagandano la sterilizzazione e l’aborto nei paesi del terzo mondo. Bush aveva interroto questo flusso di denaro. Altrettanto grave il rifinanziamento alle ricerche sulle cellule staminali embrionali che non hanno dato alcun risultato a differenza di quelle sulle staminali adulte che hanno invece portato a delle cure e a processi di ricostruzione di cellule di organi e tessuti vari. Questa scelta di Obama non ha senso scientifico come anche dice il dott. Vescovi, dopo la scoperta nel settembre 2008 dell’americano Thomson e del giapponese Yamanaka delle Cellule staminali pluripotenti indotte: a partire da cellule staminali adulte della pelle, sono riusciti a riprogrammarle attraverso l’inserimento, nella struttura delle cellule adulte, di quattro geni e un retrovirus come “vettore”. Il risultato è stato quello di ottenere da cellule staminali adulte delle cellule pluripotenti che cioè possono trasformarsi nelle cellule di qualsiasi altro tessuto umano. Quindi sul piano di bioetica di Obama è stato una delusione, aveva promesso ai cattolici all’inizio della presidenza al discorso all’università Notre Dame la riduzione del numero di aborti negli USA ma adesso la conferenza episcopale americana, che secondo Sorbi oggi su questo tema è cresciuta ee è più coerente del passato, lo critica aspramente.

Sorbi ha ribadito poi la centralità delle politiche demografiche e la valenza di questo aspetto l’Occidente in genere, in relazione anche ai fenomeni migratori che sempre più interrogano la nostra società in particolare in Europa dove la denatalità è alta e dove l’immigrazione pacifica è molto più prolifica. Una situazione che mstra molte analogie con Israele che nel rapporto demografico è perdente rispetto ai paesi arabi e questo condizionerà la politica Mediorientale.

Da questo punto di vista secondo Sorbi gli USA possono essere visti come un impero in decadenza con forti analogie a Bisanzio e all’impero romado d’oriente come sottolineato recentemente dallo studioso Edward Luttwak. Per valutare Obama bisogna giudicare anche l’impatto che avrà nel rapporto con i paesi del terzo mondo ed è importante per esempio il nuovo ruolo che assumerà l’America Latina con Lula in Brasile.

Altri paesi emergenti nel panorama internazionale sono l’India la Cina e il SudAfrica e questo condizionerà la nuova politica USA.

Importante è anche il nuovo rapporto con la Cina che andrebbe studiata di più. Per Sorbi per esempio bisognerebbe studiare i piani del partito comunista cinese e le relazioni delle riunioni centrali per capire il modello comunista cinese che da una parte ha abbandonato la massificazione delle campagne e dall’altra ha abbracciato l’iperconsumismo ma mantiene un potere politico nel partito unico e senza democrazia, e per capire come questo modello evolverà.

Insomma un giudizio abbastanza positivo, a parte le tematiche bioetiche, e soprattutto ancora prematuro e che sarà condizionato anche dagli sviluppi internazionali e dai rapporti con le nuove potenze economiche mondiali.

Dies Irae – Il giudizio universale da Giotto a Bosch

diea_irae Dies Irae – Il giudizio universale da Giotto a Bosch

È il titolo del libro della docente e saggista Zaira Zuffetti, presentato dall’autrice stessa lunedì 11 gennaio presso la Parrocchia Madonna dei Poveri a Milano, in un incontro organizzato dal Centro Culturale San Benedetto in collaborazione con il Centro Culturale P. Tedoldi e la casa editrice Ancora che ne ha curato la pubblicazione.

Attraverso una presentazione multimediale di rappresentazioni artistiche del Giudizio Universale (sculture, dipinti, affreschi, tavole…), abbiamo attraversato sette secoli di arte e di fede, dal Medioevo al secolo scorso, scoprendo come l’uomo di fede abbia via via immaginato il giorno del Giudizio attingendo dalle Scritture, dalla teologia e dalla sua creatività, ma proiettando in esso paure e speranze legate al momento storico ed ecclesiale che stava vivendo.

La diffusione sempre maggiore che hanno avuto nel corso dei secoli le rappresentazioni del Giudizio in realtà non corrisponde ad un’altrettanta ricchezza di testi biblici che ne parlano.

Le opere dei primi secoli hanno degli elementi in comune: in un unico spazio ci sono cielo, terra, paradiso ed inferno; ci sono Cristo al centro in una mandorla, Maria e S. Giovanni Battista che intercedono per l’umanità, gli Apostoli con i santi e gli angeli; sulla terra l’arcangelo Michele “pesa”- sull’amore che hanno donato a Dio e a gli uomini – i “risorti” che escono dalle tombe per condurli a Dio o alla dannazione; il Paradiso è sempre alla destra di Gesù, l’inferno alla sua sinistra.

Le prime rappresentazioni del Giudizio Universale iniziano nel Medioevo.

Nelle prime comunità cristiane infatti non si parla di inferno ma piuttosto della certezza che la nostra vita non avrà fine, che la vita evangelica è gioia, che il cristiano vive con speranza perché il Signore è risorto. Dopo il dramma delle persecuzioni si mette l’accento sulla gioia della salvezza, sul fatto che la vita eterna è il destino che attende ogni uomo.

Secoli dopo, la certezza che il mondo sarebbe finito nell’anno Mille, aveva segnato profondamente la coscienza delle persone: la fine era imminente e sembrava plausibile che Dio chiudesse la storia con un tremendo giudizio in cui avrebbe castigato l’umanità per tutti i crimini commessi. Le carestie, le pestilenze, le invasioni barbariche non sembravano altro che anticipazione dei suoi castighi.

Con la rinascita culturale ed economica dopo il Mille iniziarono numerose rappresentazioni scultoree del Giudizio. In Francia divenne tradizione rappresentarlo nelle lunette sopra i portali di ingresso delle chiese (Notre Dame, Bourges…), sulla soglia tra il “mondo” esterno e il “sacro” all’interno. Così si ricordava alle persone che alla fine della vita li avrebbe attesi un giudizio,                 invitandoli ad un esame di coscienza sul mondo che lasciavano alle spalle entrando.

In Italia invece viene rappresentato nelle controfacciate delle chiese, con lo stesso messaggio delle lunette francesi, ma rivolto a chi esce dalla chiesa e torna nel mondo.

Nuovissimo è l’affresco di Giotto del 1305 nella cappella degli Scrovegni a Padova. Fino ad allora, per cercare di raffigurare il divino, Gesù, i santi e i beati venivano resi quasi trasparenti, privi di consistenza e volume; Giotto invece dà “peso” e spessore ai corpi che risorgono. La resurrezione della carne li renderà ancora più consistenti e li consacrerà tali per sempre. Molto bella l’espressione di Gesù: ha il capo e lo sguardo reclinati verso i giusti e una ruga sulla fronte, “segno forse del rammarico di non aver potuto salvare tutti”; le braccia sono aperte, con la mano destra accoglie i giusti, con la sinistra respinge i dannati.

Con l’umanesimo, nel ‘400, scompare l’interesse degli artisti italiani sul tema del Giudizio. L’attenzione è sull’uomo e la sua storia, meno sul suo destino eterno. Le uniche rappresentazioni sono quelle del Beato Angelico, in particolare quella che oggi si trova nel convento di san Marco a Firenze.

Un dipinto “poetico” per come viene rappresentato il paradiso e per la pietà che l’autore ha anche dei condannati all’inferno. Gesù non è un giudice severo nemmeno nel momento del Giudizio. Anche qui la mano destra accoglie i beati mentre la sinistra cade lungo la veste, senza indicare i dannati, che a differenza di altre opere, vengono quasi accompagnati, senza crudeltà, verso l’inferno.

Il paradiso è pieno di luce e colori, di eleganza, di tenerezza, i beati vengono accolti dagli angeli e con bellissimi abiti si preparano “all’incontro stupendo che li aspetta”.

Invece nel Nord Europa c’è un forte interesse degli artisti fiamminghi per il Giudizio Universale, spesso rappresentato nei tribunali come monito a ricordarsi che la giustizia umana verrà poi completata dalla giustizia divina.

Nella miniatura di Van Eyck – conservata a New York – risalta la figura della morte: uno scheletro, in prospettiva e perfettamente definito anatomicamente, si stende con ali enormi sopra l’inferno, avvolgendolo, mentre i dannati vengono divorati dai mostri.

Molto bella invece nel trittico di Memling l’immagine dei beati che, nudi, si avviano verso il paradiso (la Gerusalemme Celeste, raffigurata da uno splendido palazzo) e, prima di entrare, vengono man mano rivestiti dagli angeli con i loro abiti di un tempo.

L’idea del Giudizio torna in Italia dopo il 1500, alimentata dal desiderio di un rinnovamento della Chiesa, dalle tragiche profezie di Savonarola e dalle prediche dei frati mendicanti. Torna in modo nuovo, lontana dallo stile medievale e dai fiamminghi, e trova il suo apice nel 1541 con il Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina.

La prima novità è la sua collocazione: non più sulla controfacciata, ma dietro l’altare, occupando un’immensa superficie.

La seconda è la figura di Cristo: non ha più i segni della passione (ormai rimarginati) e non è più lontano, ma ha un corpo possente, muscoloso e non ha la barba: “È un Cristo partecipe, umanamente vivo, estremamente espressivo”. Rivolge lo sguardo ai dannati “che respinge quasi con orrore” con il gesto delle mani. Vicino a lui c’è una Maria commossa per la sorte dei dannati, che si volta dalla parte opposta per non assistere al loro dolore.

Un’opera che è il “trionfo della corporeità”: i tantissimi personaggi sono ritratti con una perfetta definizione anatomica, muscolosi, attorcigliati, contorti, nelle più diverse prospettive.

Da Michelangelo in poi le rappresentazioni sono molto più realistiche e attente alla sofferenza dei personaggi.

Controcorrente è il trittico di Bosch, pittore fiammingo del 1500, in cui manca totalmente il realismo e c’è un pessimismo totale e non evangelico: il male è dappertutto e alla fine vincerà sul bene. Non ci sarà salvezza per l’umanità.

Questa idea viene resa da una terra buia, che brucia e si consuma (che occupa buona parte del dipinto), mentre al bene, alla vita eterna, è lasciato solo uno spazio irrilevante: Cristo è seduto al centro di un tribunale in cui ci sono solo gli Apostoli e pochi angeli. Pochissimi sono i beati, mentre l’umanità viene torturata e divorata da mostri di ogni genere, al limite del grottesco.

Dopo il ‘500 le rappresentazioni del Giudizio scompaiono definitivamente.

La fede inizia ad assumere caratteristiche private, domestiche, individualistiche, l’uomo è “arbitro” di se stesso, sottolineature tipiche dell’epoca illuminista.

Particolare a questo proposito è il Giudizio di Vermeer un “quadro nel quadro”, all’interno della “Donna con una bilancia” (1664): una donna in primo piano davanti ad uno specchio ha in mano una bilancia, che ricorda la “pesa delle anime”, e alle sue spalle, nell’ombra, il dipinto di un Giudizio Universale.

Un’immagine “domestica”, quotidiana, come invito a ricordarsi ogni giorno della fragilità della vita, che le cose passano e che il destino dell’uomo è abitare nel cuore di Dio.

 

Manuela Stelluti Scala