Ci crediamo ancora? Feste religiose e non oggi in una società multiculturale.

Ci crediamo ancora? Feste religiose e non oggi in una società multiculturale.

Il 19 Novembre 2009 il Centro Culturale Cattolico San Benedetto ha organizzato in collaborazione con il Comitato Soci COOP – Baggio-Corsico- Zoia un incontro per riflettere sul significato della festa in una società multiculturale. HA moderato la serata Paolo Tanduo, è intervenuto Massimo Introvigne sociologo, filosofo e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni (CESNUR)

Introvigne inizia la sua relazione definendo le caratteristiche della società moderna e post moderna: esse sono caratterizzate dalla complessità, dalla presenza di più ideologie.

La società precedente era invece semplice i punti di riferimento i valori erano condivisi.C’erano figure di riferimento, il Papa o il Re e ciò che dicevano valeva per tutti, era vero. Comunque era presente una solo ideologia. Le uniche differenze erano sociali, quelle sono sempre state presenti anche nel comunismo che aveva avuto la pretesa di volerle eliminare. Con al società moderna questo non è più vero e lo è ancora meno oggi in seguito a quella che Ratzinger ha definito la dittatura del relativismo. Le feste e i simboli assumono allora un ruolo importante.

La festa e le ricorrenze storiche (anniversari, centenari..) sono usate per fare memoria e trasmettere dei valori ma permettono il passaggio dal fatto all’idea solo se non si limitano alla festa per la festa.

Come scegliamo di essere o no cristiani, di festeggiare o meno una festa?

Spesso le scelte non sono fatte soppesando le motivazioni o gli argomenti di carattere razionale che portano alla ragionevolezza di quella scelta, ma perché ci si immerge in un certo clima, perché si respira una certa atmosfera o si vivono alcune emozioni.

Oggi quando andiamo ad una festa e poi ne parliamo probabilmente il primo commento è “mi è piaciuta” e nulla diciamo sul contenuto. Ci fermiamo al senso estetico. Un altro elemento importante oltre il contenuto e i significato è lo scopo, se porta al bene. Deve essere una festa che suscita il bene perché ci sono feste che suscitano il male. La festa come elemento enfatizzante, effervescente. Anche il Nazismo aveva capito l’importanza delle feste e per questo organizzava le adunate a Norimberga che trasmettevano questo senso di effervescenza che però purtroppo indirizzava al male. Si può dire lo stesso del comunismo con le adunate Piazza Rossa del 1 maggio. Lo stesso vale per i simboli che devono essere difesi ma a cui deve essere ridato il loro significato. E’ giusto e doveroso difendere il crocefisso nelle scuole, la sua presenza è comunque importante ma sarebbe solo un arredo come la lavagna o altro se non gli restituissimo e non riscoprissimo il suo vero significato. Lo stesso si può dire per le feste, la Pasqua non è la festa del coniglio e dell’uovo con la sorpresa ma la memoria della Resurrezione di Gesù. Il Natale non è la festa dei regali ma la nascita di Gesù. La domenica oggi è per molti un giorno come un altro ma se si ritrovasse il significato del riservare del tempo a Dio il giorno festivo riacquisterebbe il suo significatooriginale per cui è nato. La festa diventa allora il modo per comunicare il significato che racchiude e che ne è a fondamento.

L’uomo è portato a cercare tre cose il buono, il vero, il bello. Oggi in una società multiculturale e dominata dal relativismo c’è molta confusione e poca certezza sul buono e sul vero. Allora l’elemento fondamentale è il bello. Conferenze, discorsi, catechesi non raggiungo più lo scopo. E’ attraverso il bello che si può incominciare un cammino culturale. Incominciare però perché da solo non basta.

Introvigne cita un documento del 2006 del Pontificio Consiglio della Cultura dedicato alla bellezza, La Via pulchritudinis, che ripropone tra l’altro una citazione dello scrittore e dissidente anti-comunista russo Aleksandr Isaevič Solženicyn (1918-2008) nel suo Discorso per la consegna del Premio Nobel per la Letteratura: «Questa antica trinità della Verità, del Bene e della Bellezza non è semplicemente una caduca formula da parata …se, come dicevano i sapienti, le cime di questi tre alberi si riuniscono, mentre i germogli della Verità e del Bene, troppo precoci e indifesi, vengono schiacciati, strappati e non giungono a maturazione, forse strani, imprevisti, inattesi saranno i germogli della Bellezza a spuntare e crescere nello stesso posto e saranno loro in tal modo a compiere il lavoro per tutti e tre» .

Alla scuola di san Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274) dice Introvigne la buona dottrina sa che ultimamente il vero, il bello e il buono convertuntur. Devono convergere, o c’è qualcosa che non va. Nelle parole del teologo svizzero Hans Urs von Balthasar (1905-1988), pure ricordate dal documento La Via pulchritudinis, si ribadisce «gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica» e il bene «ha perduto la sua forza di attrazione» , così che non resta che partire dal bello». Il tema della via pulchritudinis sostiene Introvigne ha un ruolo centrale nel magistero di Benedetto XVI. A tal proposito parlando delle «cattedrali, vera gloria del Medioevo cristiano» , il Pontefice ha sottolineato nel corso dell’udienza generale del 18 novembre 2009 come i capolavori del romanico mirassero a «suscitare nelle anime impressioni forti, sentimenti che potessero incitare a fuggire il vizio, il male, e a praticare la virtù, il bene. «Possiamo comprendere meglio il senso che veniva attribuito a una cattedrale gotica, considerando il testo dell’iscrizione incisa sul portale centrale di Saint-Denis, a Parigi: “Passante, che vuoi lodare la bellezza di queste porte, non lasciarti abbagliare né dall’oro, né dalla magnificenza, ma piuttosto dal faticoso lavoro. Qui brilla un’opera famosa, ma voglia il cielo che quest’opera famosa che brilla faccia splendere gli spiriti, affinché con le verità luminose s’incamminino verso la vera luce, dove il Cristo è la vera porta”» .

Nel dialogo tra diverse culture e tradizioni è essenziale riscoprire la propria identità perché il dialogo può esserci solo tra due culture, due identità, se tu non hai la tua non ci può essere dialogo. Introvigne come paradosso cita poi Péguy, nella ricerca di evitare qualsiasi differenza bisogna “pulirsi”da se stessi ma allora «Ha le mani pulite, ma non ha mani» e non puoi più stringere le mani di chi incontri.

Introvigne ha ricordato che nella storia le culture si sono incontrate e ci sono già stati fenomeni di globalizzazione: quella romane, quella ellenica, le scoperte delle americhe. Ma ciò che oggi è diverso è la velocità dello scambio. Con le nuove tecnologie, internet, la possibilità di viaggiare e spostarsi rapidamente, le distanze sono svanite. Questo è quello che caratterizza oggi la globalizzazione e l’incontro delle culture. Due sono i pericoli sottolineati anche dal Papa nella Caritas in Veritate: l’ecclettismo che pone sullo stesso piano tutte le culture e l’omologazione.                

Sono entrambe da respingere. Non tutte le culture e non tutto delle culture ha lo stesso valore o è positivo, quindi dobbiamo fare una selezione che tende al bene. In tal senso vanno respinti tutti gli aspetti che contraddicono la legge naturale, la dignità della persone ecc e quindi non si può accettare l’infibulazione, la poligamia, sacrifici umani o il fenomeno del cannibalismo. Diverso sarebbe rinunciare alle proprie tradizioni e ai simboli che parlano della nostra fede e cultura anche perché probabilmente rimarremmo con i muri bianche e col nulla. Ma anche l’omologazione è da respingere, bisogna valorizzare le diverse tradizioni e feste, per esempio la preghiera dei mussulmani per la fine del ramadam o la processione mariana della comunità peruviana o il capodanno cinese. Altra cosa sarebbe imporre in Afghanistan il Natale come festa nazionale o il venerdì come giorno di festa in Italia. Va usato un giusto equilibrio basato sul buon senso di ciò che è facilmente praticabile ed è buono rifiutando ciò che è irrazionale. La vicenda del crocefisso mostra l’assurdità di alcune scelte imposte da una tecnocrazia che pretende di insegnare al popolo bue ciò che è bene anche se il popolo e i suoi rappresentanti pensano diversamente. In tal senso la vicenda della sentenza della corte europea mostra come anche ci sia sempre più una distanza da questa tecnocrazia ed il sentire del popolo e se si tira troppo la corsa scatta una reazione contraria e opposta agli scopi che i tecnocrati si ponevano. Concludendo Introvigne richiama ciascuno di noi all’impegno di valorizzare e difendere la propria identità riscoprendo il valore e il significato delle nostre tradizioni, feste e simboli.

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