Incontro sul MEDIORIENTE con Parsi e Sorbi

Dopo l’introduzione di Paolo Tanduo che presenta i tre relatori,Vittorio Emanuele Parsi -Professore ordinario di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano, l’ on. Enrico Pianetta Presidente dell’associazione interparlamentare Amici di Israele, Componente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera e Paolo Sorbi Docente di Sociologia all’Università Europea di Roma, inizia l’on Pianetta che descrive la situazione di vita nelle città israeliane al confine con la striscia di Gaza, che lui ha visitato recentemente, dove la gente è costretta a scappare nei rifugi e dove anche le pensiline dell’autobus sono costruite per fungere da rifugio. Parla della situazione attuale, della guerra di Gaza, descrivendone le cause dovute alla prolungata azione di Hamas che bombarda con i razzi le città israeliane e della sua politica di non riconoscimento dello stato di Israele. L’on Pianetta descrive quindi il percorso storico che ha portato alla nascita di Israele e il problema delle relazioni con gli stati arabi della regione.

Il professor Parsi approfondisce le dinamiche del conflitto di Gaza mettendo in risalto le differenze con la guerra del Libano del 2006. Riguardo alla morti che hanno colpito la popolazione civile Parsi cita anche il reportage del Corriere della sera che mette in evidenza l’uso propagandistico delle morti civili da parte di Hamas. In certo qual modo, la “mattanza” di civili, e la capacità di sfruttarla mediaticamente attraverso le reti televisive arabe e internazionali, era uno degli strumenti essenziali scelti da Hamas per il conseguimento dei propri obiettivi strategici: cioè rompere, ad un tempo, l’assedio economico e militare di Gaza da parte israeliana, e l’isolamento politico di hamas rispetto all’Occidente oltre che alla gran parte del mondo arabo. Israele, dal canto suo, ha preparato l’offensiva con meticolosità militare e con un’ampia serie di mosse diplomatiche, ottenendo la “comprensione preventiva”, se non il vero e proprio via libera, dai suoi alleati occidentali e persino da diversi governi della regione.

Inoltre Parsi, come detto dall’ on Pianetta nel primo intervento, sottolinea la differenza netta tra Hamas e Israele che rimane l’unica democrazia della regione e il cui diritto ad esistere non può essere messo in discussione e analizza l’impotenza di governi e diplomazie nel trovare anche solo una realistica via che conducesse alla cessazione delle ostilità.

Sia Parsi che Pianetta hanno sottolineato le divisioni della politica estera europea con in particolare le differenze espresse in questo caso da Germania e Francia e la situazione di transizione negli USA. Per Pianetta rimane importante il ruolo del Governo Italiano che per primo si è mosso anche per gli aiuti umanitari. Nell’analisi delle prospettive il prof Parsi analizza anche il ruolo dell’Iran e il problema dell’armamento nucleare iraniano. La crisi economica consentirà al nuovo segretario di stato USA Hillary Clinton di avere il disco verde presidenziale per iniziative di politica estera che siano connotate da una forte valenza simbolica e di comunicazione, ma da un basso impegno economico o militare , questo è tanto più probabile per il Medio Oriente, dove restano ancora aperti il fronte iracheno e, soprattutto, quello afgano, infatti il Medioriente come ha detto Parsi si sta allargando come fosse un buco nero che risucchia dentro sé quello che ci sta intorno, Mentre in Iraq AlQeida ha perso in Afghanistan l’amministrazione americana dovrà impegnarsi di più e dovrà dialogare con l’Iran per liberare forze per l’Afghanistan. Decisive saranno anche le elezioni in Israele e Iran per capire in che direzione si muoveranno i vari governi. A lungo termine esiste poi il problema demografico di Israele che cresce molto meno di quello dei paesi arabi e degli stessi arabi-israeliani.Tornado al conflitto di Gaza il difficile del percorso verso la tregua duratura, in effetti, sta tutto lì: perché questa si realizzi occorre che Hamas si muova  nella direzione dell’elaborazione di una nuova posizione politica che comporti, di fatto, l’accettazione della presenza israeliana. Evidentemente è irrealistico che una simile evoluzione possa avvenire sotto le bombe ma, come sempre accade in Medio Oriente, è d’altronde necessario trovare una soluzione che, mentre contribuisce a salvare centinaia di vite umane, consenta a tutti di “salvare la faccia”. Attraverso la mediazione egiziana, e con il tacito consenso israeliano, l’Unione Europea (o la Francia a nome dell’Unione) potrebbe allora intavolare dei dialoghi con Hamas che portino oltre il minimo esito di un immediato cessate il fuoco bilaterale, sia pur integrato da un’intesa più ampia che implichi l’impegno per Hamas a non aprire un fronte terroristico e per Israele a cessare l’assedio economico. Sarebbe invece opportuno cogliere l’occasione, sempre con il consenso israeliano e la mediazione ufficiale dell’Egitto e dell’Autorità Nazionale Palestinese, ed eventualmente coinvolgendo la Lega Araba, affinché l’Unione predisponga un dettagliato piano di intervento, costituito da una serie di misure di carattere economico e politico, concordate con Hamas, che diverrebbe però operativo solo nel momento in cui Hamas trasformasse lo stato di “tregua per ragioni umanitarie” in quella “tregua duratura” (pluriennale), che resta la sola che Israele potrebbe prendere in considerazione. Solo questo potrebbe contribuire sia a spezzare il quadro di rabbia e rancore che caratterizza la regione, sia a trasformare la stessa natura del movimento di Hamas. Perché se è vero che si “tratta coi nemici” e che “la pace si fa col nemico”, è altrettanto vero che ciò diventa possibile solo a condizione che il nemico rinunci a voler “continuare la guerra con altri mezzi”, cioè manifesti concretamente la sua intenzione di collaborare al reciproco riposizionamento, al passaggio dallo status di nemici a quello di avversari, di “non-amici”, che rinunciano all’esercizio reciproco della violenza. Questo sarebbe il solo modo di contribuire a rendere poco remunerative le politiche dell’azzardo degli uni e degli altri, consentendo a entrambe le parti di non risultare sconfitte

La terza relazione del Prof Sorbi analizza invece le cause psicologiche del conflitto arabo-israeliano. Il prof Sorbi attribuisce la violenza palestinese e araba ad una situazione educativa e familiare di forte repressione nella società araba che diventa quindi generatrice di violenza: la complessità educativa (o i suoi  scacchi nella cultura islamica) fanno si che un complesso di irrisolte dinamiche famigliari-gerarchiche abbiano ,necessitariamente,prodotto dinamiche radicali di compensazione e frustrazioni educativo-sessuali che nel corso di centinaia d’anni –intrecciandosi ovviamente con fenomeni strutturali ed economici-hanno portato il configurarsi di tipologie di violenza verso forme di ‘capro espiatorio’con l’uso indiscriminato del terrorismo  e della cultura mal interpretata del jihad, oramai divenuta vera e propria corrente politico-religiosa-terroristica. Dal punto di vista israeliano invece permane una capacità di resistenza e di istinto di sopravvivenza degli ebrei che gli deriva dalla loro storia in cui sempre si sono sentiti esclusi e perseguitati e questo ha sempre sfociato prima nel primeggiare nell’economia, nelle scienze ecc o nelle idee rivoluzionarie e che poi si è espresso nel sionismo. Con un’intuizione straordinaria il grande antropologo Renè Girard individua nel meccanismo dell’imitazione  -nel nostro narrare lo definiamo’produzione di paura’- quella dinamica di disagio, di invidia originaria,contro un soggetto ‘debole,ridotto a capro espiatorio.Il trauma della paura il popolo ebraico se  lo ‘trscina’dal suo lungo errare nella ‘Cristianità’che lo rifiutò come straordinaria minoranza e ancora vi convive con l’attacco arabo-islamico da circa cento anni. La serata, alla quale hanno partecipato circa 120 persone, si è conclusa con il dibattito e le domande del pubblico.

Luca Tanduo 

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