Caritas in Veritate

Caritas in Veritate

Martedì 1 Dicembre presso AUDITORIUM GRANDE del CTS Q.re OLMI si è svolta la presentazione del testo “CARITAS in VERITATE” di BENEDETTO XVI, sono intervenuti Simona Beretta Professore Ordinario Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà di Scienze Politiche e Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali e Paolo Pugni Amministratore delegato di Adwice (Società di consulenza direzionale), autore dei libri “lavoro&responsabilità” e “leader con l’anima”. Nell’Enciclica CV sono trattati molti temi, la fame nel mondo, la giustizia sociale, la difesa della vita, l’etica, la finanza, la sussidiarietà, la solidarietà, la globalizzazione, l’ambiente, il profitto, il rapporto stato-mercato e lo sviluppo. Ma come emerge dal nome il tema centrale è il legame tra carità e verità. “Nell’attuale contesto sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l’adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale”. “Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali(CV, 4). Centrali sono la questione antropologica e culturale e o sviluppo umano integrale. Da questo punto parte la riflessione di Simona Beretta.

Lo sviluppo non è l’esito di un programma ma è un cammino, lo sviluppo umano integrale si persegue adoperandosi per il bene comune, non sulle piccole cose, non sui calcoli di potere ma fondato sulla carità e verità. L’enciclica ci chiama a spalancare la ragione, ci dice perché non è moralistica. Questione centrale è il posto di Dio nella società (CV, 4). Dio è indispensabile per qualunque piccola opera buona. Cos’è lo sviluppo, qual è la via, la strada? Carita e Verità è una Persona che ci è venuto incontro. Si cammina spediti quando si sa dove andare. Nell’incontro reale con la Persona di Gesù anche i fatti e le cose quotidiane ci interpellano, ci sorprendono, ci aprono al “di più”.

La carità nella verità pone l’uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono.. per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l’eccedenza.”(CV, 34) Esiste una struttura logica: c’è una precedenza nella carità. La gratuità è per prima cosa un dono che riceviamo.                 Lo sviluppo umano integrale è la nostra vocazione. La carità è il principio anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici (CV, 2)

Elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche pubbliche; ma senza la verità l’amore diventa un “guscio vuoto” (CV, 3) la solidarietà, una menzogna! “La verità libera la carità … dall’emotivismo e dal fideismo” (CV, 3). La solidarietà se non è nella verità rischia di essere volontaristica, anche ideologica.

Non c’è umanesimo vero senza umanesimo cristiano. Le vicende della storia hanno sempre bisogno di cristiani che camminano. Se non c’è verità siamo schiavi delle logiche di potere o di privati interessi.

Al centro dell’agire c’è il bene comune, cioè “il bene di quel “noi-tutti”, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale”. Si può allora valutare l’opportunità di alcune scelte se riferite a quel noi-tutti che richiama il Papa. Adoperarsi per esso “è esigenza di giustizia e di carità”(CV,7) . Ogni cristiano è chiamato ad esercitare la sua responsabilità, le istituzioni da sole non bastano, “le strutture e le istituzioni sono strumenti della libertà umana” (CV, 17).

L’enciclica sottolinea la Beretta non elude un confronto con l’oggi e a partire da un analisi sul mercato, la politica e il ruolo dello stato indica alcune strade privilegiate per affrontare le nuove sfide. Oggi il mondo è caratterizzato da un policentrismo caratterizzato innanzitutto dalla velocità dell’informazione che ci rende tutti più vicini, in un mondo policentrico il papa indica e sottolinea l’importanza della sussidiarietà! “La sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla persona, attraverso l’autonomia dei corpi intermedi. [..] favorisce la libertà e la partecipazione in quanto assunzione di responsabilità.” (CV, 57) In questa visione gli aiuti devono essere indirizzati all’emancipazione e non all’assistenzialismo. Bisogna credere nella persona e nella sua libertà, bisogna creare spazi di partecipazione e in questo la sussidiarietà è il criterio guida che deve essere la chiave per governare la nuova globalizzazione articolata su più livelli e su piani diversi, che collaborino reciprocamente.

“Il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà” (CV, 58). Simona Beretta sottolinea come ogni intervento sussidiario, attivando la libertà personale, rende la persona bisognosa protagonista responsabile del proprio sviluppo. “Non c’è l’intelligenza e poi l’amore: ci sono l’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amore”. (CV, 30)

L’intervento di Paolo Pugni viene introdotto da Paolo Tanduo che cita il passo dell’enciclica “Uno degli aspetti più evidenti dello sviluppo odierno è l’importanza del tema del rispetto per la vita, che non può in alcun modo essere disgiunto dalle questioni relative allo sviluppo dei popoli[..]L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo. Quando una società s’avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono. (CV, 28)

Dalla centralità della persona e dell’uomo parte allora l’intervento di Pugni. Per comprendere chi è l’uomo bisogna guardare a Dio. L’uomo è indivisibile, non può pensare di vivere per il bene comune senza difendere la vita, avvenelerebbe sé stesso. Non posso operare socialmente bene e poi combattere la vita sottolinea Pugni. L’etica sociale non si può separare all’etica della vita (CV, 15). Ma cos’è l’etica? E’ la scienza che studia ciò che è bene e ciò che è male.

Anche nell’economia deve tornare al centro l’etica. La crisi finanziaria è figlia di una crisi legata all’avarizia dell’uomo. Se l’etica riguarda il mio essere e il mio agire non mi posso fermare alle piccolezze. Dee anche guidarmi nella cura della polis, in questo sono chiamato come persona ad andare in profondità per capire come posso crescere.

L’uomo è innanzitutto creatura. Ci sono valori universali che quindi sono al di sopra del soggettivismo. L’unico modo per essere fratelli è avere un Padre in comune, se non fosse così il bene comune diventerebbe una ricerca del miglior modo per far condividere gli stessi vantaggi a chi ha i miei stessi interessi. Non può esserci bene comune senza Dio. L’enciclica ricorda Paolo Pugni ci dice chi è l’uomo (CV, 68), se si cede al relativismo si diventa tutti più poveri. Scegliere da sé cosa è bene e cosa è male porta all’egoismo. L’uomo per essere felice deve farlo insieme agli altri, non solo materialmente ma spendendosi nell’educazione per la crescita spirituale dell’uomo. Non basta dare, faccio un versamento e sono a posto, si punterebbe così solo sull’emotività del momento. Solo aiutando la persona a crescere aiutiamo la società a crescere. Ognuno di noi deve diventare attore e protagonista. Possiamo incominciare prendendoci cura delle persone che ci stanno intorno, anche nel mondo del lavoro.

“Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia. [..] La disponibilità verso Dio apre alla disponibilità verso i fratelli e verso una vita intesa come compito solidale e gioioso.[..] L’amore di Dio ci chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci dà il coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti, (CV, 78)

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Ci crediamo ancora? Feste religiose e non oggi in una società multiculturale.

Ci crediamo ancora? Feste religiose e non oggi in una società multiculturale.

Il 19 Novembre 2009 il Centro Culturale Cattolico San Benedetto ha organizzato in collaborazione con il Comitato Soci COOP – Baggio-Corsico- Zoia un incontro per riflettere sul significato della festa in una società multiculturale. HA moderato la serata Paolo Tanduo, è intervenuto Massimo Introvigne sociologo, filosofo e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni (CESNUR)

Introvigne inizia la sua relazione definendo le caratteristiche della società moderna e post moderna: esse sono caratterizzate dalla complessità, dalla presenza di più ideologie.

La società precedente era invece semplice i punti di riferimento i valori erano condivisi.C’erano figure di riferimento, il Papa o il Re e ciò che dicevano valeva per tutti, era vero. Comunque era presente una solo ideologia. Le uniche differenze erano sociali, quelle sono sempre state presenti anche nel comunismo che aveva avuto la pretesa di volerle eliminare. Con al società moderna questo non è più vero e lo è ancora meno oggi in seguito a quella che Ratzinger ha definito la dittatura del relativismo. Le feste e i simboli assumono allora un ruolo importante.

La festa e le ricorrenze storiche (anniversari, centenari..) sono usate per fare memoria e trasmettere dei valori ma permettono il passaggio dal fatto all’idea solo se non si limitano alla festa per la festa.

Come scegliamo di essere o no cristiani, di festeggiare o meno una festa?

Spesso le scelte non sono fatte soppesando le motivazioni o gli argomenti di carattere razionale che portano alla ragionevolezza di quella scelta, ma perché ci si immerge in un certo clima, perché si respira una certa atmosfera o si vivono alcune emozioni.

Oggi quando andiamo ad una festa e poi ne parliamo probabilmente il primo commento è “mi è piaciuta” e nulla diciamo sul contenuto. Ci fermiamo al senso estetico. Un altro elemento importante oltre il contenuto e i significato è lo scopo, se porta al bene. Deve essere una festa che suscita il bene perché ci sono feste che suscitano il male. La festa come elemento enfatizzante, effervescente. Anche il Nazismo aveva capito l’importanza delle feste e per questo organizzava le adunate a Norimberga che trasmettevano questo senso di effervescenza che però purtroppo indirizzava al male. Si può dire lo stesso del comunismo con le adunate Piazza Rossa del 1 maggio. Lo stesso vale per i simboli che devono essere difesi ma a cui deve essere ridato il loro significato. E’ giusto e doveroso difendere il crocefisso nelle scuole, la sua presenza è comunque importante ma sarebbe solo un arredo come la lavagna o altro se non gli restituissimo e non riscoprissimo il suo vero significato. Lo stesso si può dire per le feste, la Pasqua non è la festa del coniglio e dell’uovo con la sorpresa ma la memoria della Resurrezione di Gesù. Il Natale non è la festa dei regali ma la nascita di Gesù. La domenica oggi è per molti un giorno come un altro ma se si ritrovasse il significato del riservare del tempo a Dio il giorno festivo riacquisterebbe il suo significatooriginale per cui è nato. La festa diventa allora il modo per comunicare il significato che racchiude e che ne è a fondamento.

L’uomo è portato a cercare tre cose il buono, il vero, il bello. Oggi in una società multiculturale e dominata dal relativismo c’è molta confusione e poca certezza sul buono e sul vero. Allora l’elemento fondamentale è il bello. Conferenze, discorsi, catechesi non raggiungo più lo scopo. E’ attraverso il bello che si può incominciare un cammino culturale. Incominciare però perché da solo non basta.

Introvigne cita un documento del 2006 del Pontificio Consiglio della Cultura dedicato alla bellezza, La Via pulchritudinis, che ripropone tra l’altro una citazione dello scrittore e dissidente anti-comunista russo Aleksandr Isaevič Solženicyn (1918-2008) nel suo Discorso per la consegna del Premio Nobel per la Letteratura: «Questa antica trinità della Verità, del Bene e della Bellezza non è semplicemente una caduca formula da parata …se, come dicevano i sapienti, le cime di questi tre alberi si riuniscono, mentre i germogli della Verità e del Bene, troppo precoci e indifesi, vengono schiacciati, strappati e non giungono a maturazione, forse strani, imprevisti, inattesi saranno i germogli della Bellezza a spuntare e crescere nello stesso posto e saranno loro in tal modo a compiere il lavoro per tutti e tre» .

Alla scuola di san Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274) dice Introvigne la buona dottrina sa che ultimamente il vero, il bello e il buono convertuntur. Devono convergere, o c’è qualcosa che non va. Nelle parole del teologo svizzero Hans Urs von Balthasar (1905-1988), pure ricordate dal documento La Via pulchritudinis, si ribadisce «gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica» e il bene «ha perduto la sua forza di attrazione» , così che non resta che partire dal bello». Il tema della via pulchritudinis sostiene Introvigne ha un ruolo centrale nel magistero di Benedetto XVI. A tal proposito parlando delle «cattedrali, vera gloria del Medioevo cristiano» , il Pontefice ha sottolineato nel corso dell’udienza generale del 18 novembre 2009 come i capolavori del romanico mirassero a «suscitare nelle anime impressioni forti, sentimenti che potessero incitare a fuggire il vizio, il male, e a praticare la virtù, il bene. «Possiamo comprendere meglio il senso che veniva attribuito a una cattedrale gotica, considerando il testo dell’iscrizione incisa sul portale centrale di Saint-Denis, a Parigi: “Passante, che vuoi lodare la bellezza di queste porte, non lasciarti abbagliare né dall’oro, né dalla magnificenza, ma piuttosto dal faticoso lavoro. Qui brilla un’opera famosa, ma voglia il cielo che quest’opera famosa che brilla faccia splendere gli spiriti, affinché con le verità luminose s’incamminino verso la vera luce, dove il Cristo è la vera porta”» .

Nel dialogo tra diverse culture e tradizioni è essenziale riscoprire la propria identità perché il dialogo può esserci solo tra due culture, due identità, se tu non hai la tua non ci può essere dialogo. Introvigne come paradosso cita poi Péguy, nella ricerca di evitare qualsiasi differenza bisogna “pulirsi”da se stessi ma allora «Ha le mani pulite, ma non ha mani» e non puoi più stringere le mani di chi incontri.

Introvigne ha ricordato che nella storia le culture si sono incontrate e ci sono già stati fenomeni di globalizzazione: quella romane, quella ellenica, le scoperte delle americhe. Ma ciò che oggi è diverso è la velocità dello scambio. Con le nuove tecnologie, internet, la possibilità di viaggiare e spostarsi rapidamente, le distanze sono svanite. Questo è quello che caratterizza oggi la globalizzazione e l’incontro delle culture. Due sono i pericoli sottolineati anche dal Papa nella Caritas in Veritate: l’ecclettismo che pone sullo stesso piano tutte le culture e l’omologazione.                

Sono entrambe da respingere. Non tutte le culture e non tutto delle culture ha lo stesso valore o è positivo, quindi dobbiamo fare una selezione che tende al bene. In tal senso vanno respinti tutti gli aspetti che contraddicono la legge naturale, la dignità della persone ecc e quindi non si può accettare l’infibulazione, la poligamia, sacrifici umani o il fenomeno del cannibalismo. Diverso sarebbe rinunciare alle proprie tradizioni e ai simboli che parlano della nostra fede e cultura anche perché probabilmente rimarremmo con i muri bianche e col nulla. Ma anche l’omologazione è da respingere, bisogna valorizzare le diverse tradizioni e feste, per esempio la preghiera dei mussulmani per la fine del ramadam o la processione mariana della comunità peruviana o il capodanno cinese. Altra cosa sarebbe imporre in Afghanistan il Natale come festa nazionale o il venerdì come giorno di festa in Italia. Va usato un giusto equilibrio basato sul buon senso di ciò che è facilmente praticabile ed è buono rifiutando ciò che è irrazionale. La vicenda del crocefisso mostra l’assurdità di alcune scelte imposte da una tecnocrazia che pretende di insegnare al popolo bue ciò che è bene anche se il popolo e i suoi rappresentanti pensano diversamente. In tal senso la vicenda della sentenza della corte europea mostra come anche ci sia sempre più una distanza da questa tecnocrazia ed il sentire del popolo e se si tira troppo la corsa scatta una reazione contraria e opposta agli scopi che i tecnocrati si ponevano. Concludendo Introvigne richiama ciascuno di noi all’impegno di valorizzare e difendere la propria identità riscoprendo il valore e il significato delle nostre tradizioni, feste e simboli.

Liberi per Vivere

14 Novembre 2009 “Liberi per Vivere”

convegno organizzato da Scienza e Vita Lombardia a cui ha aderito anche il CCC San Bendetto 

Prof Francesco Botturi. Ordinario di Filosofia morale all’Università Cattolica di Milano

L’autodeterminazione: valore e limiti

I. Come figli dell’Occidente, siamo tutti d’accordo sull’affermazione che la libertà è valore fondamentale, anzi è in un certo senso il valore dei valori, perché siamo convinti che nulla vale se non ha come sua condizione soggettiva la libertà (un valore imposto si trasformerebbe soggettivamente in un disvalore).

La libertà, però, è tale nella misura in cui non sottostà a condizioni esterne ad essa, che le si impongono estrinsecamente: certamente l’idea fondamentale di libertà è quella di autonomia. È essenziale alla libertà essere “legge a se stessa” e, se ha da misurarsi con dei limiti, questi non la contraddicono nella misura in cui sono limiti interni ad essa o da essa stessa accettati (e quindi resi interni).

Per questo è essenziale ben comprendere che cosa sia libertà. Se essa, infatti, non sopporta limiti esterni, e la sua definizione esauriente fosse quella di “autodeterminazione”, allora questa esigerebbe di non trovare limiti fuori di sé e quindi nulla potrebbe legittimamente condizionarla. Inoltre, se la dignità umana è riposta nella libertà e questa coincidesse con l’autodeterminazione, l’autodeterminazione coinciderebbe a sua volta con la dignità umana e il rispetto dell’autodeterminazione con il rispetto della dignità umana.

In definiva, se la libertà si identifica con l’autodeterminazione, i giochi – per così dire – sono già fatti: criterio etico non potrà essere se non il rispetto assoluto dell’autodeterminazione.

Tale concezione sembra oggi essere quella più condivisa. La persuasione forse più comune è che tutti gli ambiti dell’esperienza umana siano semplicemente “a disposizione” della libertà di scelta e quindi che sessualità, affetti, paternità/maternità, vita, morte abbiano senso umano solo come campi di esercizio di tale libertà, in cui il soggetto moderno (o quel che resta di esso) gioca tutta la sua consistenza e dignità. Il principio di autodeterminazione è, infatti, l’argomento pubblico per eccellenza a sostegno della temporaneità dei legami affettivi, dell’equivalenza antropologica e morale delle identità sessuali (etero/omo/bi/trans), della liceità della (o del diritto alla) fecondazione tecnologica, dell’aborto procurato, dell’eutanasia.

In tale prospettiva il contenuto della scelta è riassorbito dalla forma della libertà: non conta se ciò che è scelto è bene o male, ma solo se è stato scelto; è la forma dell’essere scelto che attribuisce valore al contenuto e quindi lo rende bene. Indifferenza del contenuto dunque e trionfo della forma: il formalismo della libertàcome unica origine del valore. Alle spalle sta la cancellazione dell’idea della libertà come adesione al bene, essendo lo stesso scegliere l’unico sicuro bene della libertà. Per questo i dibattiti sui temi etici del nostro tempo sono spesso dialoghi tra sordi: qualunque argomento si porti, nessuno di essi sarà in grado di persuadere di alcunché, perché esiste un argomento unico e univoco (o a senso unico), già sempre pronto, sempre vincente  che si presume indiscutibile: il primato della libera scelta.

Questo sembra essere divenuto, a livello di opinione pubblica, l’ultimo valore comune dell’ethos occidentale. Di fatto, è sovente l’unico criterio messo a capo dei valori come il rispetto, il dialogo, la tolleranza, cioè dei maggiori valori pubblici dell’Occidente odierno.

In realtà, tale concezione è teoricamente fragile e carica l’autodeterminazione di una pretesa eccessiva, che rischia di deformare ed esasperare l’esperienza della libertà. Una diversa concezione della libertà, invece, è possibile e più ragionevole, come di una realtà non unidimensionale ma pluridimensionale, non monofunzionale, ma plurifunzionale, come un complesso organismo vitale. Un’immagine, povera ma utile per orientare il pesniero, può essere quella di un cerchio suddiviso in tre settori, distinti e comunicanti, e dotato del suo centro. La considerazione sulla libertà che possiamo fare, infatti, si dispone su due livelli: quello in cui si evidenziano tre dimensioni coessenziale della libertà e quello in cui si considera il centro della figura, con cui si rappresenta la radice della libertà tutta.

II All’autodeterminazione – abbiamo detto — viene attribuito una sorta di valore assoluto. Ma, viste più da vicino, si scorge che la cosa non sta realmente così. Anzi, a partire dalla stessa libertà di autodeterminazione, si può cominciare a vedere che in essa sono implicate anche altre dimensioni.

L’autodeterminazione della libertà significa:

  1. a) potere di decidere di sé determinandosi a questo o a quello; tale potere traccia il confine tra ciò che dipende dal soggetto e ciò che non vi dipende e produce la distinzione tra eventi di prima ed eventi di terza persona;
  2. b) espressione dell’identità soggettiva: la coscienza di sé solo astrattamente può essere concepita come statica riflessione dell’io; più concretamente prende forma attraverso il processo decisionale dell’autodeterminazione. Il bambino che comincia a dire “no”, inizia anche a prendere coscienza di sé.

Bastano poche considerazioni per rendersi conto che l’autodeterminazione non si dà mai in modo isolato ed autosufficiente (così come l’io non è mai un’isola autosufficiente). La libertà come potere di scelta:

  1. a) deve misurarsi con le possibilità a disposizione, deve discriminare tra esse; di conseguenza, è in grado di esprimere nella scelta la propria indipendenza solo dipendendo dalle possibilità che le si presentano. Dipendenza – si noti – che non è solo esterna all’atto di scelta, ma interna, perché ogni scelta implica un criterio di bene, di rispondenza o meno dell’oggetto di scelta al bene diretto o indiretto di chi la compie, cioè alla sua realizzazione umana del soggetto agente. Dunque la libertà di scelta (“libertà di”) si combina sempre con una libertà di realizzazione (“libertà per”), che pone la sua ipoteca sulla sensatezza della scelta: diversamente da quanto afferma frettolosamente il senso comune odierno, nulla diventa buono per il solo motivo di essere scelto, ma in quanto risponde in qualcosa al bene del soggetto che la compie. L’autodeterminazione perciò, già a questo livello, mostra di non essere un sufficiente criterio di senso della decisione e dell’azione.
  2. b) afferma l’identità dell’agente, ma così facendo afferma insieme la relazione ad altro soggetto. Tracciando il confine tra ciò che dipende e ciò che non dipende da sé, il potere di scelta evidenzia correlativamente, almeno in negativo, un’esperienza di relazione ad altri. La percezione del proprio potere di scelta è fondamentale, infatti, per l’autoidentificazione ai diversi livelli della maturazione umana dalla puerizia all’età adulta; ma tale identificazione avviene sempre stabilendo la differenza da altri e quindi entrando in qualche modo in relazione con altri: la relazione ad altri è parte della mia identità. Anche per questo secondo aspetto l’autodeterminazione non è sinonimo di individualità autosufficiente.

Dunque, autodeterminazione non significa affatto indipendenza assoluta eautosufficienza individualistica. D’altra parte, basta riflettere sulla condizione antropologica dell’agente, per approfondire ed estendere queste considerazioni: l’identità umana non ha una genealogia monologica, ma dialogica (Ch Taylor), che necessariamente appartiene a delle narrative e tradizioni storiche (MacIntyre), i cui atti morali non si esauriscono nel decidere per sé solo, ma contemplano anche atti fondamentali della convivenza come la “testimonianza”, la “promessa”, la “fiducia”, ecc., che implicano intrinsecamente relazione ad altra libertà.

In definitiva, la libertà non è solo libertà-di-scelta, ma anche libertà-di-scelta-per-un-qualche-bene, e non è solo questo, ma è anche sempre, direttamente o indirettamente “libertà con” altri, libertà-in-relazione-con-altra-libertà. Dalla atomi(sti)ca auto-determinazione siamo così passati all’idea molecolare della libertà come libertà-di-scelta-per-un-qalche-bene-in-relazione-con-altra-libertà.

In tal modo il valore dell’autodeterminazione, che è senz’altro un irriducibile potere di disporre di sé, si accompagna con il limite della sua non autosufficienza, del suodover rispondere di sé ad altro (contenuti della scelta) e ad altri (altre libertà con cui è in inevitabile relazione).

III. In ambito bioetico l’autodeterminazione liberale comporta il primato del criterio della “qualità della vita”, identificato normalmente con la valutazione soggettiva dell’interessato, portatore di attese e valutazioni non generalizzabili e non comparabili con altre.

Ma, in base a quanto abbiamo osservato ora, l’interpretazione tipicamente individualista del principio di autodeterminazione si espone ad alcune osservazioni critiche:

  1. a) l’assolutizzazione dell’autodeterminazione e dei criteri soggettivi di valutazionedella qualità della vita conduce a considerare il consenso informato del singolo come condizione sufficiente di giustificazione delle scelte. Ma è necessario riconoscere che in ogni pratica (in specie quella terapeutica) entra in conto un insieme più complesso di valori da ponderare, che riguardano appunto i beni e le relazioni in gioco nella scelta, per cui il principio di autodeterminazione non può essere comunque criterio sufficiente di valutazione;
  2. b) l’esaltazione unilaterale del principio di autodeterminazione avviene sulla base di una implicita valutazione negativa della condizione umana di dipendenza come tale; valutazione che cozza contro l’evidenza – che si richiamava – della coesistenza di autodeterminazione e di dipendenza, dalla cui accettazione derivano valutazioni morali più complesse. È più realistico pensare che il bisogno primario degli esseri umani non sia solo un’isolata e perciò “astratta” esigenza di gestire in prima persona i processi decisionali, ma anche un perlomeno coesteso bisogno di trovare un senso alle condizioni di indigenza, di malattia, di mortalità (cfr. D. Callahan); un senso – si noti – che è escluso a priori, se la libertà non è altro che autodeterminazione e che, invece, una libertà come capacità di bene e di relazione ad altra libertà può sempre ricercare.

In sintesi, ci troviamo a convergere con il giudizio di M. Reichlin, quando afferma che «l’identificazione della dignità personale con il rispetto delle scelte individuali costituisce […] l’errore centrale di quelle concezioni “naturalizzate” della dignità umana secondo cui tale dignità sarebbe riferibile unicamente a tratti intrinsecamente individuali della vita umana», mentre il rispetto per la dignità umana sarebbe equiparabile al rispetto della libertà di ciascuno di attribuire o non attribuire senso alla propria vita in base alla proprie preferenze (L’etica e la buona morte, Ed. di Comunità, Milano 2002, p. 190).

IV Secondo la tradizione liberale (o, meglio, quella di matrice empirista) l’autodeterminazione assomma in sé tutto il significato della libertà. Rivelativa è in tal senso l’identificazione di autodeterminazione ed autonomia, trattati normalmente come sinonimi: si dice, infatti, autodeterminazione o autonomia.

Questa identificazione è un errore perché azzera la “profondità” della libertà. L’autonomia, infatti, significa la radicale capacità del soggetto di prendere posizione nei confronti di se stesso e di automotivarsi all’azione. Se libertà umana si dà, è questa appunto la sua radice e la sua origine. Tale radicale autonomia – notiamolo subito, perché decisivo – è la sorgente dell’agire umano in quanto umano, non suo prodotto, e quindi come tale non dipende dall’agire: ciò significa che l’agire e la sua capacità di scelta promanano da una fonte che è di principio sottratta alla disponibilità della scelta, poiché è esso piuttosto a disporre/predisporre l’azione. È questa la radice d’autonomia della libertà, in cui consiste propriamente la dignitàdell’uomo.

L’autodeterminazione, invece, è libertà di scelta, cioè la capacità che la libertà, in quanto autonomia, ha di determinarsi, di particolarizzarsi nella scelta; il potere di esercitare in concreto la propria autonomia.

Stiamo dunque passando dal piano della considerazione del diverse forme della libertà (di-per-con), al piano della scoperta del fondamento e del punto d’originedella libertà. Per stare alla figura ricordata all’inizio, stiamo passando dalla considerazione dell’area del cerchio a quella del suo centro. Ora, l’orientamento ed il senso della libertà si decidono nella identificazione oppure nella distinzione di autonomia e di autodeterminazione (e con essa delle altre forme della libertà). Dal punto di vista che stiamo presentando, l’identificazione è l’errore filosofico corrente, da cui dipende la legittimazione dell’integrale autodisposizione dell’uomo in ogni ambito della sua esistenza e ad ogni livello della sua esperienza. Al contrario, è ilgioco tra autonomia radicale e autodeterminazione storica che dà valore e insieme segna il limite intrinseco all’autodeterminazione. Il valore dell’autodeterminazione, infatti, è di dare espressione storica concreta all’autonomia dell’uomo, cioè alla sua libertà più originaria, principio della sua dignità. Il limite interno dell’autodeterminazione, invece, consiste nella dipendenza dalla sua sorgente, dal momento che la capacità di automotivazione, in cui consiste l’autonomia, l’uomo si trova ad averla come qualcosa che non dipende dal suo potere (decisione e scelta), ma che anzi lo precede sempre, e che costituisce perciò  il senso e la misura di valore dell’autodeterminazione stessa.

È davvero necessario – ci si deve chiedere a questo punto – distinguere la libertà di autonomia da quella di autodeterminazione? Un’argomentazione compiuta sarebbe complessa, ma il suo principio è semplice e consiste nel bisogno di unfondamento da parte dell’autodeterminazione stessa (come riconoscono per diverse vie sia Tommaso d’Aquino, sia Kant): se l’uomo è capace di scegliere, è perché è dotato della capacità di “trascendere”, di portarsi al di là di ogni relazione ai contenuti delle sue azioni e al di là di ogni sua stessa azione. Se l’uomo fosse chiuso nell’immediatezza della sua situazione, infatti, non potrebbe scegliere, ma solo sarebbe costretto a rispondere a ciò che gli si presenta (come sembrano proprio fare gli animali, benché con un range di reazione molto diverso in qualità e in ampiezza di campo). Per scegliere, invece, è necessario valutare le possibilità; per fare una valutazione è necessario disporre di uno spazio più ampio delle possibilità stesse che le includa e ne renda possibile il confronto; tale spazio è immagine dalla capacità del  “trascendere”, del portarsi al di là degli oggetti e delle loro immediate circostanze. È evidente che questo spazio è condizione e non prodotto del potere di scelta, che dunque è sempre preceduto da uno spazio di libertà più originario e più fondamentale, in cui consiste appunto la libertà di autonomia.

V Tutto ciò non toglie affatto valore all’autodeterminazione, bensì afferma che il principio di autodeterminazione è veramente rispettato e valorizzato, nella misura in cui non è scorporato dalla totalità antropologica che ne costituisce l’origine, il fondamento e il criterio di valore.

Se la libertà di autonomia, fondamento della dignità dell’uomo, è un sinonimo del suo essere persona, la prospettiva etica del rispetto della persona include il principio dell’autodeterminazione e insieme lo supera; nel senso che lo stesso agente libero si autodetermina compiendo le sue scelte con piena razionalità nella misura in cui porta rispetto alle esigenze del suo essere persona  e dunque regola la sua autodeterminazione in riferimento alla dignità e ai beni del suo essere persona.  In tal senso il criterio morale delle scelte non può essere lo scegliere stesso, e neppure lo sono desideri o interessi o relazioni non commisurati alla dignità e ai beni esigiti dall’essere persona. Qui l’autodeterminazione scopre con chiarezza di non essere fine a se stessa, come nell’etica liberale, ma di possedere il suo insostituibile valore come potere di realizzazione storica dell’essere persona, cioè dell’autonomia originaria, che precede la scelta e non dipende in radice da essa. Di conseguenza, non sarà l’autodeterminazione che ad avere per se stessa titolo sufficiente a decidere sensatamente delle sorti dell’agente.

Si obietta a questo punto che, anche qualora si accettasse questa limitazione del potere di autodeterminazione a favore di una superiore dignità dell’uomo, è proprio il rispetto della dignità della persona che può legittimamente suggerire o esigereche si ponga termine ad una condizione di esistenza che si giudichi senza rimedio contraria alla dignità dell’uomo.

L’obiezione sollecita le seguenti osservazioni.

  1. a) innanzitutto bisogna notare – traendo insegnamento da quanto siamo venuti dicendo – che l’idea secondo cui un atto di autodeterminazione possa salvare la dignità umana dipende da quella troppo facile identificazione dell’autodeterminazione con la libertà come tale e quindi con la dignità umana; da cui consegue un ragionamento del tipo: se la situazione è valutata in contraddizione con la dignità umana e se la dignità umana consiste nella capacità di scegliere, allora l’eliminazione del soggetto (sé o altri) in condizione non-dignitosa, in quanto scelta, riafferma e quindi salva la sua dignità. La linearità dell’argomentazione è apparente. Il togliere di mezzo sé o altri — in ogni caso un soggetto umano dotato della sua dignità — può “risolvere” empiricamente una condizione negativa estrema, ma non rimedia affatto alla mancanza di dignità, dal momento che semplicemente non la riabilita, ma la abolisce. Che il ragionamento non “corra” risulta evidente dalla contraddittorietà pratica di una condotta che con l’intenzione di salvare la dignità umana, ottiene il risultato concreto di eliminare il portatore della dignità, e quindi lo spegnimento (storico) di tale dignità. Nella soppressione volontaria di una vita si vorrebbe utilizzare il potere di scelta per salvaguardare la dignità (autonomia, personalità), ma non si sortisce altro che la sua eliminazione.
  2. b) come abbiamo detto, la dignità dell’uomo non sta nel potere di autodeterminazione (che ne è invece solo l’esercizio), ma è riposta nella sua più originaria autonomia, che è un livello radicale dell’umano, dato a se stesso e perciò non dipendente dallo scegliere e dall’agire, ma da cui, invece, ogni agire dipende. Ciò riguarda anzitutto il livello strutturale (ontologico) prima che morale del soggetto umano. Per questo motivo l’autonomia-dignità non è realmente a disposizione dell’autodeterminazione, che può migliorarne o peggiorarne le condizioni d’esistenza, ma non può né produrla, né manipolarla; molto probabilmente non può neppure distruggerla; può solo farla sparire, come un torrente che rivolgendosi contro la sua stessa sorgente la sommerga e la renda invisibile.
  3. c) per lo stesso motivo, l’autonomia-dignità può risultare certo mortificata nella sua espressione dalla condizione in cui un uomo venga a trovarsi, ma non può mai essere persa, perché non è mai radicalmente a disposizione degli eventi e delle azioni, delle situazioni e delle circostanze.
  4. d) ne consegue il giudizio – “politicamente scorretto” — che l’intervento soppressivo nei confronti di una condizione umana ritenuta gravemente e inesorabilmente compromessa potrà essere motivato sensatamente (dal punto di vista antropologico; anche se non morale) dall’insofferenza, l’intollerabilità soggettiva per tale condizione, ma non potrà essere sensatamente giustificato in nome delladignità Nella prospettiva del nostro discorso tale giustificazione dovrebbe essere abbandonata come impropria e non pertinente.

Ma anche come giustificazione ambigua, dal momento che sopprimere qualcuno in nome della dignità umana significa obiettivamente tracciare un’invisibile ma efficacissimo confine tra chi si ritiene degno di vivere e chi no: l’operazione “liberatoria” si regge infatti sul giudizio (rivolto ad altri o a se stessi, non importa): “il tuo vivere non è degno”, “la tua dignità è solo morire”. Se a ciò si aggiunge poi – come avviene di frequente — la motivazione di rinforzo della “pietà”, diventa legittimo (o forse doveroso) a questo punto, il sospetto critico che in una “compassione” così giustificata si possa nascondere un’inconsapevole ma drastica forma di “risentimento” (Nietzsche insegna) nei confronti di ciò che appunto non si è (più) in grado di tollerare. Il ricorso al tema giustificativo della “dignità” non è dunque una buona via per affrontare il doloroso intrico di questi problemi e, invece, serve troppo facilmente come criterio universalistico nobilitante per campagne di opinione su questioni che meritano più attente considerazioni.

Da tutto ciò si può trarre un insegnamento importante a riguardo del dibattito bioetico in cui vengono normalmente contrapposti il valore della vita e quello della libertà (con correlativa opposizione dei criteri della “sacralità della vita” in senso oggettivo e della “qualità della vita” in senso soggettivo). Da quanto detto tale contrapposizione è impropria e sviante. Nel senso che un dibattito che relativizza il valore della vita in forza della deliberazione della libertà oppure che limita il potere della libertà a causa del valore oggettivo della vita appare immotivato e perciò sterile, come è indizio il fatto che si contrappongono “valori” entrambi essenziali: che cosa sono, infatti, per l’uomo “vita” e “libertà” l’una senza l’altra? Il cammino della coscienza antica ci ha insegnato che la libertà deve guardarsi dalla arroganza che perde il senso della misura e diviene violenza (la hybris denunciata dai tragici greci) nei confronti della realtà; il cammino della coscienza moderna ci ha insegnato che non c’è oggettività rilevante per l’uomo che non passi attraverso l’esperienza della sua soggettività libera. Allora non è sensatamente possibile lasciare la vita in balìa della libertà e neppure limitare la libertà in forza della vita intesa come una sua misura esteriore. Piuttosto la libertà umana trova in se stessa la sua prima misura, non come limite estrinseco, ma come regola interiore; e la trova in quella autonomia radicale che essa non si dà, che è sempre già data e che perciò è un indisponibile criterio di senso per ogni suo esercizio storico (scelta, ricerca del bene, relazione ad altra libertà).

L’autentica, incomponibile contrapposizione non è allora tra libertà e vita, ma tra diverse concezioni della libertà, tra chi riconosce nella libertà quel livello fondamentale che precede e fonda l’azione libera e chi ritiene, invece, che la libertà sia ad integrale disposizione di se stessa. Un’opposizione che attraversa lo stesso campo “laico”, separando chi ritiene che nell’uomo vi sia qualcosa di “sacro”, cioè appunto di non riconducibile alla sua azione (cfr. P. Barcellona,L’epoca del postumano, Città aperta, Troina 2007) e chi invece reputa che l’autonomia della libertà significhi misurare tutto con il potere della propria azione, per cui il sottrarsi di principio  (non solo in caso di una sopraggiunta condizione intollerabile) ad una morte non decisa da se stessi è la piena espressione dell’autonomia (cfr. M. Charleswoth, L’etica della vita. I dilemmi della bioetica in una società liberale, Donzelli, Roma 1993).

Da parte nostra riteniamo che la saggezza sta dal lato di una definizione della realtà umana essenziale come quella contenuta nel titolo dell’ultima grande opera di P. Ricoeur: Soi-même comme un autre (Se stessi come un altro), di cui offre un adeguato commento sant’Agostino, quando con realismo chiede: «che cos’è tanto tuo quanto te stesso, che cos’è tanto meno tuo quanto te stesso […]?» (Commento al Vangelo di Giovanni, 29,3).

Francesco Botturi. Ordinario di Filosofia morale Università Cattolica MI

Il volto di Eluana: sofferenza e libertà

Eluana non è un caso, ma un volto. Volto della fragilità divenuta totalmente inerme,  volto della gioventù radiosa e della sofferenza silente, della cura amorevole e della morte programmata; volto del dramma che il nostro tempo ha acceso su tutto ciò, forse senza sapere davvero che cosa sia fragilità e cura, sofferenza e morte; senz’altro non sapendo più come rapportare tra loro queste cose della vita. Su quel corpo si sono annodati e scontrati problemi tremendi, sui quali il suo volto continua a interrogarci, perché le decisioni prese nei lunghi anni della degenza e nel momento breve della morte, riguardano le radici stesso dell’ethos occidentale. Non si tratta solo di strategie tecniche nei confronti delle condizioni sofferenti, né di ampliamenti o restrizioni di spazi della libertà, ma di decisioni fondamentali a riguardo del soffrire e dell’essere liberi e del loro rapporto. Dopo il dramma personale e collettivo vissuto con o su Eluana, è doveroso, al di là delle polemiche, cominciare a sostenere il peso delle domande che ne sono scaturite.

Sofferenza e giudizio

In molti ambiti del vissuto contemporaneo (si pensi a quello degli affetti) sembra consumato il divorzio dal “pensiero”. Così  “che cosa significa soffrire” appare una domanda impossibile, perché sembra solo inutile o indiscreta, in ogni caso sconveniente. Inutile, come lo è porre questioni esistenziali o metafisiche o religiose a riguardo di ciò che altro non è che oggetto di tecniche ritenute gli unici interventi appropriati e risolutivi; indiscreta, perché nei confronti della sofferenza si può solo fare silenzio e forse condividere, ma non si può (più) giudicare. Strana combinazione di prospettive, però, tutta oggettiva e manipolatoria l’una, tutta soggettiva e astensoria l’altra, che si incrociano con l’effetto complessivo di neutralizzare la questione della sofferenza.

Invece la sofferenza, quella vissuta, è cosa umana e per questo non si dà mai senza una sua interpretazione, più forte della tecnica e del silenzio. Certamente la sofferenza in ultimo è indicibile; essa è ciò contro cui il discorso umano si infrange. Tuttavia non si vive la sofferenza senza darne un’interpretazione di senso o di non-senso, di accettazione o di ribellione, di compassione o di risentimento; e su tale interpretazione il giudizio è possibile, anzi, inevitabile e doveroso. Anzitutto non scambiando i termini, chiamando ad esempio compassione il risentimento. Com-passione significa patire-insieme qualcosa che ci riguarda in comune: l’inevitabilità della sofferenza, la nostra ultima impotenza nei suoi confronti e insieme il desiderio di senso e di consolazione che essa suscita. La compassione viene dal riconoscere che la sofferenza più acuta o grave di qualcuno è l’emergenza di una situazione dell’esistenza che ci accomuna tutti: prima della asimmetria del curante e del paziente esiste la simmetria di uomini soggetti all’impotenza e desiderosi di ben-essere. Per questo l’accoglienza è un atto profondamente razionale, che riconosce nell’altro il medesimo problema umano e si sostanzia di atti di comprensione intelligente e competente, di accoglienza efficiente e strumentata, oltre che di condivisione paziente e saggia. Un’etica di tale  compassione è così la premessa indispensabile ed efficace per un’etica della cura. Suggestivamente H.G. Gadamer evoca l’immagine mitologica del “guaritore ferito” del terapeuta che porta su di sé i mali per i quali fornisce la cura, simbolo – critico di ogni prometeismo tecnologico e scientifico – dello scambio di ruoli fra terapeuta e paziente, della loro radicale comunanza e della compassione come regola di saggezza. D. Grossman, a sua volta, ha scritto che innanzitutto «io non ho bisogno di un medico. Io ho bisogno di un altro che abbia la mia stessa ferita».

Compassione e risentimento

Ma la sofferenza subisce anche un’interpretazione in termini tecnicisti, come fosse nulla più che un problema da risolvere. Il primato della mentalità tecnico-scientifica porta all’idea che tra bisogno e sapere tecnico-scientifico ci sia e ci debba essere un’essenziale adeguatezza. Nella cultura medicale moderna – l’ha osservato M. Foucault – la malattia, separata dalla metafisica del male cui da secoli era apparentata, si presume sia esaustivamente leggibile, «irresidualmente aperta alla dissezione sovrana del linguaggio e dello sguardo». È difficile negare che oggi il dolore sia compreso come qualcosa che può e quindi deve essere affrontato essenzialmente in quanto dominabile. Del dolore si parla normalmente solo in quanto è associato a una proposta terapeutica. In tal modo la sofferenza viene tenuta a distanza e cessa di essere “esperienza” riconosciuta e riconoscibile. Come il morire, anch’essa è tenuta in disparte, affidata al privato individuale, sempre più povero di parole significative; oppure – è l’altra faccia della medaglia – è spettacolarizzato, cioè reso ancora una volta oggetto di sguardo e dissolto in quanto esperienza e domanda sull’esistenza. Oggi, per l’effetto pervasivo delle nuove tecniche terapeutiche la sofferenza torna a essere oggetto del discorso pubblico, ma non per questo è affrontata in termini personali; piuttosto cresce l’insofferenza per il problema della sofferenza, come per qualcosa di cui si torna a parlare per dire che non dovrebbe esserci. La grande povertà di simboli interpretativi dell’esperienza della sofferenza, che caratterizza la cultura contemporanea, è come se togliesse alla sofferenza la sua parola, quella con cui essa può esprimere la domanda che essa stessa è sull’esistenza. La sofferenza resta così un rumore di fondoche genera ansia, angoscia e risentimento. Risentimento, spesso inconsapevole, ma per questo anche più profondo, come si prova verso ciò o colui che non riusciamo in alcun modo ad accettare, a compartecipare, a compatire; in ultimo verso il sofferente stesso: se in ipotesi la sofferenza non deve esistere, in tesi neppure il sofferente ha ragione d’esistenza. Se questo diventa sentire sociale, allora può anche succedere che ai più sembri che eseguire sino in fondo la spietata sentenza del risentimento sia il migliore esercizio di compassione.

Sofferenza e libertà

La sofferenza minaccia la libertà; essa porta con sé il «marchio della schiavitù», come si esprime S. Weil. La libertà ha il diritto di difendersi dalla sofferenza. Certamente, ma quale libertà? Anche la libertà sembra divorziata dal pensiero; non le sembra più necessario il pensarsi, per comprendere che cosa essa sia, che cosa vi sia in essa. La libertà soggettiva, libertà di scelta e di autodeterminazione, sembra essere rimasto l’ultimo e l’unico valore assoluto della cultura occidentale, l’argomento apologetico universale per i più diversi contenuti di scelta, legittimati dal fatto stesso di essere oggetto di scelta o di allargare gli spazi della scelta. Un’idea formale della libertà, dunque, in cui cioè la forma dello scegliere prevale sul contenuto e gli attribuisce valore; bene perché scelto, purché scelto; piuttosto che scelta del bene. A suo modo, è lo scegliere che viene considerato l’ultimo e unico bene oggettivo; mentre i beni sono ritenuti suscettibili solo di giudizi soggettivi ed è quindi mancanza di rispetto, segno di intolleranza, discutere in merito al valore dei contenuti di scelta.

Ma qual è la fisionomia interiore di una libertà che si riconosce solo come libertà di scelta? In apparenza è una libertà massimamente liberata da vincoli, una libertà pienamente libera, perché non deve rispondere che a stessa e a nessun altro, cioè semplicemente a nessuno ma solo al proprio autoconvincimento. Libera – potremmo dire – perché tautologica e disponibile a legittimare ogni possibilità. Tuttavia, anche la libertà ha una logica, inesorabilmente più forte delle intenzioni soggettive. Un tarlo insidia l’entusiasmo o l’arroganza libertaria: il dubbio che la libertà non sia solo scelta e che in qualche modo debba rispondere di sé oltre se stessa, al di là della sua tautologica affermazione. Il libertario Sartre scrisse che «siamo condannati alla libertà», esprimendo così un residuo di coscienza che la libertà da cui tutto dovrebbe dipendere, non dipende da sé ma è data a se stessa. Più saggiamente L. Pareyson ha detto che se la libertà è «inizio», è anche sempre «iniziativa iniziata», perché non è l’uomo a darsene la capacità. Ma, più di tutti, Dostoevskij ha visto in profondità. Nel personaggio de I demoni, l’ing. Kirillov ha raffigurato la prova a cui è sottoposta un libertà che si vuole come integrale autopossesso. Kirillov radicalizza la questione: si tratta di dimostrare l’assoluta in-dipendenza della libertà dimostrando l’in-esistenza del principio ultimo della dipendenza, Dio. Ma l’unico gesto a disposizione della libertà a misura di questo compito è per Kirillov l’atto della sua suprema autodisposizione, l’atto del suicidio: solo in quell’attimo infatti si può realizzare la perfetta equivalenza tra la propria libertà e la propria esistenza, nell’unica forma possibile a una libertà che non è in grado di generare se stessa, ma che può mostrare la sua potenza di autodisposizione (solo) autosopprimendosi.

La realtà dei fatti non è lontana dalla figura letteraria. I discorsi ricorrenti sull’autodeterminazione non rivendicano solo il dovuto riconoscimento della dignità e dello spazio della scelta, ma si riferiscono all’equazione di autodeterminazione e autodisposizione: essere liberi significa poter disporre integralmente di sé. Il teorema Kirillov – pur senza tutta la dignità argomentativa dell’ingegnere dostoevskijano –  sembra diventato senso comune: la libertà significa libertà di scelta, questa significa autodisposizione, e questa si dà nella sua radicalità esemplare nel disporre pienamente di sé, cioè della propria vita, se non nel modo del darsela, almeno in quella del togliersela o del farsela togliere. In questo scenario mentale, l’autodisposizione (negativa) della vita a fronte di una condizione sofferente diviene l’unica seria riaffermazione vittoriosa della libertà.

L’interpretazione della sofferenza e della libertà ancora non decidono di tecniche e di leggi, ma sono i luoghi delle opzioni fondamentali da cui dipendono e tecniche e leggi in rapporto al senso della nostra dignità personale e al volto del suo futuro storico.

 

Dott Giovanni Battista Guizzetti. Responsabile reparto stati vegetativi Centro Don Orione Bergamo

L’umano nascosto prendersi cura dello stato vegetativo

Lo stato vegetativo è una condizione relativamente recente, per lo più consegue ad uno stato di coma, caratterizzato da un ritorno alla vigilanza, testimoniato dall’ apertura degli occhi, ma  senza  segni che indichino una evidente attività cognitiva. Il balzo in avanti compiuto dalle terapie intensive negli anni ‘50  se da un lato ha permesso a un numero sempre maggiore di pazienti recuperi sino ad allora inattesi ed insperati, ha dall’altro prodotto questa condizione.

Non è una malattia lo stato vegetativo, ma una grave, la più grave delle disabilità. La vita di chi trova a vivere in questa condizione non dipende dai freddi macchinari della medicina tecnologica, ma da quello da cui noi stessi dipendiamo per vivere: l’acqua, il cibo, l’igiene, la mobilizzazione, la relazione. Solo questo nient’altro.  Se  consideriamo lo stato vegetativo una malattia le domande che da esso sorgono semplicemente vengono ignorate, si fa finta che non siano poste, che non esistano. Qui non si tratta di dare terapie o di fare esami. C’è in ballo qualcosa di molto più grave. Si  tratta di ripensare a cosa sia l’uomo, al suo valore e alla sua dignità. Il disabile, soprattutto il grave disabile (non dimentichiamo che ognuno di noi potrebbe essere il disabile di domani),  ci obbliga a ripensare alla relazionalità sociale, alle politiche di sostegno e di integrazione che riguardano lui stesso e la sua famiglia troppo spesso  posti ai margini della convivenza,  costretti a sopportare sforzi inumani per continuare a vivere.

Ma lo stato vegetativo non è neppure uno ‘stato’ non è cioè qualcosa di cristallizzato, destinato a non modificarsi, è una condizione esistenziale  che nel tempo continuamente, anche se impercettibilmente,   muta.     Mai uguale a se stessa, mai uguale al giorno prima. Piccoli cambiamenti certo che solo un occhio attento può rilevare, ma che pure ci sono. Un sorriso al sentire la voce di un proprio caro, uno sguardo che ti segue, una mano che stringe la tua su comando, un cucchiaino di gelato ingerito, una cannula tracheale rimossa, un decubito che finalmente si chiude.

La nostra esperienza di cura dello stato vegetativo  è  la storia di una presa in carico molto semplice, a basso contenuto tecnologico, ma ad elevato impegno umano ed assistenziale, che sa di non poter guarire, ma che sa prendersi cura sempre, senza mai cadere nell’accanimento o nell’abbandono diagnostico o terapeutico. Una cura  che cerca  di dare risposta alle  concrete quotidiane esigenze fisiche, di trattare  le patologie intercorrenti – niente di eccezionale si tratta di somministrare un antibiotico o un antipiretico -,  di prevenire le complicanze legate all’immobilità, di una assistenza di base mirata ad ottenere il maggior benessere possibile e di rispondere alle domande poste dai familiari. Una presa in carico che ci ha consentito in taluni casi, di ottenere risultati sorprendenti ed assolutamente inattesi come il recupero stabile  della coscienza, la capacità ad alimentarsi per via orale, la rimozione della cannula tracheale, la guarigione dei decubiti e il rientro al domicilio.

Fare qualcosa di assolutamente inutile, in termini efficientistici od utlitaristici, non  sempre è privo di rilievo. In una  società ci sono delle realtà segnale che ci dicono  del livello di civiltà di una convivenza.  La disponibilità a prenderci cura  delle persone in SV è certamente una di queste.

L’assistenza erogata a questa condizione è espressione dell’indisponibilità a rassegnarci  troppo facilmente e troppo fatalisticamente all’esperienza del male  e del dolore che comunque, con buona pace di tutti, saranno sempre presenti nella nostra vicenda umana.

La possibilità, anche di fronte alle manifestazioni più sconvolgenti della nostra finitezza, di poter riconoscere un bene e un valore che comunque permane, significa riaffermare, permettetemi di dirlo con forza, l’assoluta dignità della nostra condizione umana. Ed  è stato davvero sorprendente vedere come questo ha potuto accadere anche nei parenti di questi soggetti.

Il  tempo trascorso a prendermi cura di queste persone non mi ha mai fatto pensare che il mio impegno rappresentasse per loro un sur plus di sofferenza inflitta e per me una perdita  di dignità professionale , ma mi ha portato spesso a domandarmi se il desiderio che quella loro vicenda si concluda risponda davvero ad un’ esigenza per quell’essere  o non sia invece espressione di  una nostra incapacità a stare loro di fronte.

 

 

Dr.ssa Nunzia D’Abbiero Dirigente Medico I Livello Radioterapia Oncologica – Azienda Ospedaliera Arcispedale Santa Maria Nuova Reggio Emilia e Docente a.c. Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Terapia palliativa tra abbandono e cura

 

  1. Premessa

“Il corso della vita umana diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente ogni essere umano alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è inerente all’azione e ci ricorda in permanenza che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare…”[1]

La morte fa parte della vita, è innegabile. Eppure la medicina moderna nell’estenuante corsa a ricercare ed attuare terapie sempre più efficaci, ai fini della guarigione, sembra esserne dimenticata. Ci troviamo, così, di fronte ad una medicina guerriera che però getta la spugna laddove non ci sarebbe più nulla da fare. In questi ultimi decenni abbiamo assistito alla emarginazione e quasi all’abbandono dei malati terminali, di quei malati cioè che non possono più essere strappati al loro inesorabile destino. Il ventesimo secolo ha segnato una svolta epocale per la medicina: i progressi farmacologici, tecnici e diagnostici hanno permesso di debellare alcune malattie e di modificare profondamente la storia naturale di altre, di recuperare con tecniche chirurgiche e riabilitative sofisticate traumi e patologie altrimenti mortali, hanno permesso di spostare in avanti l’evento morte, ma non l’hanno vinta: la morte non è stata debellata. E’ ovvio che, in questo contesto dove il pensiero dominante è rappresentato dall’eliminazione del limite, la condizione della terminalità, vista come una sconfitta della medicina della guarigione, provoca un certo imbarazzo ed una certa censura. Censura ed imbarazzo che non giovano certo alla stessa medicina nè all’effettivo successo dei suoi progressi. E’ in tale situazione culturale che si sta sviluppando l’acceso dibattito sulle decisioni di fine vita. Ma affinchè il dibattito possa svilupparsi in maniera non ideologica e tenendo in adeguato conto il malato con i suoi bisogni, la sua libertà e le possibilità di cura effettivamente disponibili occorre ricordare che da oltre 40 anni sta avvenendo qualcosa di diverso e contrario nell’ambito stesso della medicina. Se da una parte la ricerca scientifica promette salute e benessere, rinnegando però i limiti connessi, dall’altra si sta sviluppando un filone totalmente trasversale, un modo nuovo di affrontare le problematiche dei pazienti con malattia in fase avanzata non guaribile e con sintomi gravi. Si tratta delle Cure Palliative, che non sono da ascriversi come una sorta di medicina di serie B, ma possono essere considerate come una risposta adeguata perchè scientificamente competente ed umanamente efficace per numerose situazioni cliniche. La sua ampia diffusione e, perchè no, la sua influenza culturale sulla medicina della guarigione possono rappresentare una risposta alle richieste eutanasiche? In parte sì. Questo perchè l’esigenza più e più profonda per le persone malate, come per ciascuno di noi, non è tanto decidere quando “farla finita” ma piuttosto vivere fino alla fine, nel pieno rispetto della dignità e della totalità della persona malata. Questo è l’obiettivo principale delle cure palliative.

  1. Cosa sono le cure palliative?

Il termine “palliativo”, secondo l’uso corrente, avrebbe una connotazione negativa, quasi sinonimo di  inutile o inefficace. Al contrario le cure palliative rappresentano le sole cure davvero utili per il malato morente, perché arrecano quel necessario sollievo dalle sofferenze evitabili salvaguardando la dignità della persona fino all’ultimo istante. Le cure palliative (dal latino “ pallium” = mantello e “palliare” = coprire, avvolgere con un mantello) “affermano la vita e considerano il morire come un evento naturale; non accelerano né ritardano la morte; provvedono al sollievo dal dolore e dagli altri disturbi; integrano gli aspetti psicologici e spirituali dell’assistenza; aiutano i pazienti a vivere in maniera attiva fino alla morte; sostengono la famiglia durante la malattia e durante il lutto.” [2]

Si tratta quindi della cura (care) globale, attiva, di quei pazienti la cui malattia non sia responsiva ai trattamenti con intento di guarigione. L’obiettivo principale è rappresentato dal controllo del dolore, dei sintomi legati all’estensione della malattia e delle problematiche psicologiche, sociali e spirituali. L’obiettivo delle cure palliative è il raggiungimento della migliore qualità di vita per i pazienti e per le loro famiglie. E’ da sottolineare che molti aspetti dell’approccio palliativo sono applicabili anche in fasi più precoci della malattia, in concomitanza con i trattamenti antiblastici, per esempio, o radioterapici che con gli effetti collaterali connessi possono condizionare fortemente la qualità di vita.

  1. Breve storia delle Cure Palliative e dell’Hospice Movement

Le cure palliative sono un tipo di cura e per capirne l’origine e l’evoluzione bisogna collocarle nell’ambito della storia della sanità, ma non tanto in quella delle grandi scoperte, dei successi, dei grandi personaggi della medicina, bensì in quella della storia della gente normale, della storia della vita quotidiana. Infatti il prendersi cura, caratteristica specifica dell’essere umano verso i suoi simili, ha avuto, fino a qualche decennio fa, come luogo privilegiato la famiglia. Con la rivoluzione industriale la famiglia ha progressivamente perso la sua funzione di essere il luogo privilegiato dell’assistenza e i malati cronici e gli anziani hanno trovato assistenza solo negli ospedali. La tecnicizzazione progressiva degli ospedali e la possibilità di manipolare la morte ed il morire hanno portato alla ospedalizzazione della fine della vita, senza però avere mezzi, competenze e luoghi adeguati e dignitosi. Quando, perciò, la famiglia non è più stata in grado di prendersi cura dei malati terminali e quando l’ospedale ha cominciato ad essere specializzato nelle terapie intensive delle patologie acute, era divenuto indispensabile l’emergere di una nuova modalità di approccio a questo tipo di malati, così come di luoghi adeguati. Ed è in questo periodo, collocabile dalla fine della seconda guerra mondiale, fino ai nostri giorni, che possiamo datare la nascita di due idee significative: la terapia del dolore e degli altri sintomi e l’assistenza in Hospice. Le due cose sono di per sé fortemente embricate essendo la prima uno strumento della seconda.

La storia delle Cure Palliative s’intreccia, soprattutto all’inizio, con la storia dei protagonisti che ne hanno permesso la nascita e lo sviluppo.

Il concetto moderno di Hospice e quindi di Cure Palliative è in gran parte dovuto all’intuizione originale di Cicely Saunders, che negli anni 50 ha iniziato ad occuparsi, quasi fortuitamente, delle problematiche di questi malati. Questa dama inglese proveniente dalla buona e ricca borghesia londinese, infermiera, assistente sociale e poi medico, ebbe l’intuizione e il coraggio di realizzare il primo Hospice della storia moderna come luogo della cura dei malati “inguaribili”. Il suo impegno a favore di tali malati cominciò negli anni ’50 quando nessuno, se non ospedali ed Case di Cura religiose, se ne occupava. Il suo grande merito è stato quello di introdurre un approccio scientifico nelle terapie della condizione clinica avanzatissima.

Introdusse anche  il concetto di dolore globale, riaffermò l’unità psichica e fisica della persona e promosse con forza la costituzione di luoghi che, nella cura dei malati, tenessero conto di tutti gli aspetti della sofferenza umana.

La creazione del St. Christopher’ Hospice da parte della Saunders, con tutti gli Hospice che seguirono, costituì l’inizio di un “fenomeno” terapeutico e sociale di straordinaria rilevanza.

  1. Novità introdotte dalla Cure Palliative

Il campo d’azione delle Cure palliative riguarda quei malati con patologia oncologica e non, non guaribili e in fase avanzata di malattia. Si tratta una branca della medicina che si basa essenzialmente sulla cura dei sintomi con uno sguardo attento alla globalità della persona. Possiamo asserire sinteticamente che le novità apportate nel campo della medicina siano essenzialmente le seguenti:

  1. Terapia del dolore e controllo dei sintomi: la terapia del dolore  diventa una scienza

Nel 1806 fu isolata in laboratorio una sostanza, chiamata in seguito morfina, un derivato dell’oppio. Qualche anno più tardi la possibilità della somministrazione in vena evidenziò le potenzialità davvero “stupefacenti” dei derivati dell’oppio nel controllo del dolore. Questo ne determinò un largo uso in guerra per lenire il dolore dei soldati mutilati da ferite da guerra.

Durante la seconda guerra mondiale J. Bonica, un anestesista, trasformò la gestione del dolore in un corpo organico di conoscenze e qualifiche, ascrivendo questa nuova attività, la terapia del dolore, all’anestesiologia come una sorta di ulteriore specializzazione. Bonica riteneva che il dolore doveva essere trattato in ospedale, in una nuova unità chiamata “unità del dolore”. Quasi come un contagio poco tempo dopo anche altri autori cominciarono a lavorare nella stessa direzione di Bonica.

Non furono solo questi anestisisti ad interessarsi del trattamento del dolore. Nello stesso periodo, infatti,  anche Cicely Saunders fu impressionata dalla mancanza di un trattamento adeguato del dolore.

“Cominciai a lavorare come infermiera di reparto nel 1941 all’Ospedale St. Thomas…. Giovani pazienti morenti di tubercolosi e setticemia per le ferite riportate in guerra  ci supplicavano di salvarli in qualunque modo, ma avevamo molto poco da offrire se non una premurosa assistenza infermieristica…..Avevamo la morfina ma la usavamo con parsimonia…. Nel marzo del 1948 cominciai a lavorare come infermiera volontaria , una due volte la settimana, in una delle antiche case per l’assistenza terminale. L’Ospedale St. Luke aveva 48 posti letto per pazienti con tumore avanzato. Qui conobbi la regolare somministrazione di un ‘cocktail Brompton’ modificato somminsitrato ogni quattro ore dove la cannabis e la cocaina venivavo omesse, mentre la dose di morfina veniva adattata alla necessità del paziente; se erano richiesti dosi superiori a 60 mg la somministrazione veniva effettuate per via parenterale. La scopolamina veniva utilizzata insieme alla morfina per il trattamento dell’irrequietezza terminale.”[3] Nell’ottobre del 1958 Cicely Saunders arrivò al St. Joseph Hospital come studentessa di medicina, dove usufrendo di una borsa di studio per ricerche cliniche del Dipartimento di farmacologia al St. Mary’s Hospital Medical School ebbe l’opportunità di fare ricerche sul dolore oncologico terminale e sulle possibilità di controllarlo. I risultati furono presentati alla Royal Society of Medicine nel 1963 e pubblicato lo stesso anno. Il lavoro esponeva i risultati evidenziati su di una casistista di 900 pazienti dove furono analizzati non solo l’efficacia dei farmaci utilizzati ma anche i metodi di somministrazione. Furono così per la prima volta fissate le regole cardinali della terapia del dolore:

– accurata valutazione della natura ed intesità del dolore ;

– somministrazione dei farmaci ad intervalli regolari.

Fu anche osservato che il dosaggio dei farmaci pur ottenendo un eccellente controllo del dolore non era tale da determinare variazioni dello stato dell’umore e/o della personalità, nè tanto meno la paventata dipendenza. “non osservammo tolleranza e dipendenza significative anche in quesi pazienti lungosopravviventi

Constatò anche che l’effetto della somministrazione regolare di farmaci non solo agiva sul dolore fisico ma che poteva incidere favorevolmente sullo stato psico-fisico di un malato.

  1. Introduzione del concetto di “dolore totale”

Non fu proposto, però, solo un approccio solo farmacologico. Curando la persona nella sua totalità invece del solo dolore fisico o di altri sintomi, le sofferenze si attenuano e  se un paziente si accorge di essere ascoltato e capito lo stato d’ansia può migliorare sensibilmente. (vedi Maltoni)

Nell’ultimo brano di vita non è solo il dolore fisico a condizionare la sofferenza ma molti altri sintomi altrettanto impegnativi e ovviamente legati alla storia naturale della malattia. La Saunders scovò tutto quello che la medicina poteva offrire, sia farmacologico che non, per ottenere un controllo sintomatico adeguato.

Fu, per esempio, una grande sostenitrice dell’uso della radioterapia nel controllo dei sintomi.

  1. Valorizzazione dell’assistenza infermieristica

Se la filosofia di approccio si basa sul prendersi cura è chiaro che l’assistenza infermieristica ne è il cardine.  Lavoro in equipe, organizzazione e tempi di assistenza concepiti in modo elastico ed adeguato per ciascun paziente, professionalità, educazione medica continua sono tutte peculiarità dell’assistenza infermieristica delle Cure Palliative.

  1. Cure palliative ed eutanasia

Fin dall’inizio coloro che si occupavano di Cure Palliative dovettero in qualche modo fare i conti con le proposte di legalizzazione dell’eutanasia. Infatti, nel 1969 fu presentato alla Camera dei Lord, un progetto di legge per la legalizzazione dell’eutanasia e la Saunders scrisse una lunga lettera al The Times dove diceva:” Noi, come medici, desideriamo far rilevare come vi siano pochissime forme di sofferenza fisica che non si possono alleviare con una buona assistenza clinica ed infermieristica e come il disagio emotivo e spirituale di una malattia incurabile richieda comprensione e compassione e la disponibilità ad ascoltare ed aiutare invece di un farmaco letale.”[4]

“Non un farmaco letale” ma una presenza: questo è l’approccio  delle cure palliative.

Eppure per alcuni autori più recenti “la soluzione offerta dalle cure palliative, seppur di notevolissima importanza, non risolve alla radice la questione dell’eutanasia.”[5] E questo fa notare come la richiesta eutanasica esuli spesso dalla situazione clinica stessa ma affonda le sue radici in un certo retaggio culturale che considera l’essere padroni della vita come l’unica possibilità di vita degna. Raramente, infatti, anche in condizioni di abbandono e di sofferenza, quando questi fattori vengono considerati ed affrontati, viene formulata con determinazione la richiesta eutanasica. E’ ben documentato, infatti, che nello stato americano dell’Oregon dove eutanasia e suicidio assistito sono consentiti, quando è offerta la possibilità delle cure palliative, il numero di pazienti che preferisce avvalersi dell’opzione eutanasica è davvero esiguo.[6]

“ In un’altra occasione una vecchia e colta professoressa giunta ormai al capolinea desiderava l’eutanasia. Non voleva essere di peso ai suoi cari. Parlammo molto in un freddo pomeriggio invernale ed al termine del nostro colloquio si convinse che quanto desiderava era un assurdo”[7] L’aneddotica è ricca di episodi così, perché in fondo la febbre di vita prende la mano anche quando si vede la fine, anche quando il limite è vicino ed ineluttabile. Ciascuno, perché essere umano, vuole vivere fino in fondo e la dignità di questi ultimi fondamentali momenti non è dato dal poter essere e fare come se non si fosse malati ma dall’esserci stesso e dall’essere amati. Probabilmente il fronte fragile di questo dibattito è rappresentato non tanto dai malati ma da coloro che si occupano di questi malati. “Incertezza, sensazione d’impotenza, incompresione dell’evento, angoscia, delusione, senso di nullità, voglia di sfuggire ad un confronto, sono tutti sentimenti che si avvertono in quei momenti e che ci fanno percepire fino in fondo tutta la nostra fragilità.”[8].

  1. Conclusioni

Non un farmaco letale ma una presenza: questo suggerisce l’esperienza di quanti oggi che si prendono cura di questi malati. “Stare vicino al morente significa “somministrarsi” all’altro, facendo sì che questi, anche nei silenzi avverta una presenza che, se pur priva di parole, gli comunica che ci siamo. Stare vicino al morente significa che, quando vi sono richieste precise di verità, la nostra parola dovrà essere attenta, dosata, sincera, ma ricca di speranza per un futuro che non è comunque nelle nostre mani.”[9] Le Cure Palliative, come abbiamo precedentemente accennato, rappresentano un tipo di cura e attualmente le procedure palliative riescono ad ottenere percentuali importanti di remissioni sintomatiche. In altre parole la maggior parte dei sintomi correlati all’avanzamento della malattia vengono controllati e la qualità di vita[10] del paziente ne giova fortemente. E allora perchè si continua a parlare tanto di eutanasia anche nel campo delle Cure Palliative? Forse perchè occuparsi di questi malati vuol dire essere ogni giorno a contatto col limite, con la sofferenza, con la morte. E allora, come l’esperienza di Cicely Saunders ben documenta, o si è disposti ad un percorso umano ed esistenziale oppure si preferisce la scorciatoia di procedure che, con l’alibi della libertà del malato, vorrebbero evitare in qualche modo l’impatto umano che la sofferenza e la morte delle persone malate pongono a ciascuno di noi. Al contrario raccogliere questa provocazione, anche se espone a dilemmi e sofferenze, può rappresentare per la medicina e per quanti, a vario titolo, assistono questi malati l’unica possibilità per poter continuare ad esercitare un reale servizio all’uomo.

[1] Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 1998, p. 182

[2] National Council for Hospice and Palliative Care Services WHO-OMS 1990 (modificata dalla Commissione Ministeriale per le cure palliative nel 1999).

[3] C. Saunders, A personal therapeutic Journey, BMJ, 1996.

[4]

[5] Defanti CA, RiCP 4, (2) 2002,77-79

[6]  Rothschield A., J Law Med 2004 Nov; 12(2):217-25

[7] A. Scanni, Terminal care: a personal experience, Journal of Medicine &Person, 2003( 2) 26

[8] ibidem

[9] ibidem

[10] Il termine “qualità di vita” nonostante le numerose ed articolate modalità di misurazione è e rimane un parametro fortemente soggettivo.

La persecuzione dei cristiani oggi nel mondo

cristiani-medioriente-AVSI“La persecuzione dei cristiani oggi nel mondo”

Il 22 Ottobre 2009 il Centro Culturale Cattolico San Benedetto ha organizzato un incontro sul tema delle persecuzione dei cristiani nel mondo a conclusione della mostra sui martiri cristiani. Abbiamo incontrato e ascoltato Piergiorgio Bernardelli giornalista del PIME e Emilio Maiandi che è stato responsabile dell’AVSI per il Medioriente . Bernardelli ha introdotto la serata ricordando che sono molti i paesi dove i cristiani sono perseguitati e dove i missionari sono uccisi. Dove i missionari e la Chiesa difendono gli ultimi, i più deboli, lì maggiormente c’è la persecuzione, per esempio il Sud America continua ad avere sacerdoti martiri perché difendono la gente più povera dai soprusi o si impegnano per sanare le situazioni di degrado sociale. Bernardelli si è soffermato in particolare sulla situazione dell’India dov’è stato dopo le violenze contro i cristiani del Natale 2007 nella regione dell’Orissa. Qui ha visto nei villaggi le case e le chiese distrutte dai fondamentalisti indù nella notte di Natale. I capi religiosi e politici indù, in quella regione in modo particolare, predicano infatti l’odio contro i cristiani e anche i giornali sostengo l’ideologia dell’India agli indù che porta alla persecuzione e alla violenza contro i cristiani soprattutto ma anche contro i musulmani. Le ragioni di questa persecuzione sono riconducibili secondo Bernardelli ad un esasperato nazionalismo fondato sull’induismo e sostenuto anche da forze politiche e dalla non accettazione del cambio sociale introdotto dall’educazione scolastica cattolica che permette anche a chi appartiene alle caste più umili, che sono segregate dalla religione indù, di avere possibilità di istruzione e quindi di successo e crescita economica e sociale ed umana. Bernardelli ha raccontato che durante il suo viaggio in Orissa ha visto la paura dei cattolici che sono dovuti scappare dalle loro case non avendo altra alternativa di fronte alla scelta tra la morte e la conversione forzata all’induismo. Le autorità politiche della regione dell’Orissa non hanno fatto giustizia, gli autori delle violenze non sono stati processati e sono ancora liberi. E’ stato impedito inoltre di utilizzare gli aiuti economici arrivati dall’estero come quelli inviati per la ricostruzione delle case e delle chiese dalla Caritas Tedesca. Purtroppo le premesse per nuove violenze erano più che reali ed infatti nell’agosto del 2008 prendendo come pretesto l’uccisione di un leader religioso indù da parte dei maoisti gli estremisti hanno invece incolpato i cristiani scatenando una caccia all’uomo che ha portato a molte distruzioni e vittime e ad efferati omicidi tra i quali quello del sacerdote che aveva guidato nel suo viaggio Bernardelli che lo ricorda come un uomo mite non particolarmente carismatico ma che svolgeva il suo compito in semplicità e che è stato un ucciso solo perché cristiano e sacerdote.

Maiandi ha invece raccontato la realtà dei cristiani in Medioriente e in particolare in Libano dove ha vissuto per sette anni, qui i cristiani pur essendo divisi politicamente sono molto presenti e addirittura la costituzione prevede che il presidente sia un cristiano e il peso politico dei cristiani è determinante. Anche dal punto di vista sociale i cristiani sono molto presenti soprattutto nel campo dell’educazione scolastica. Nel 2006 dopo la scoppio della guerra con Israele, motivo per il quale Maiandi ha lasciato con la sua famiglia il Libano, i cristiani hanno aperto le porte dei loro istituti e delle loro parrocchie a tutti i profughi senza alcuna distinzione e quindi anche a quelli legati ad Hezbollah, questo gli è stato riconosciuto come merito da tutti. Il problema principale dei cristiani in Medioriente non riguarda le necessità economiche ma l’emigrazione continua dovuta in parte alle violenze ad esempio in Iraq ma anche a causa di una discriminazione sociale e lavorativa o legislativa come in alcuni stati Arabi, dove, chi non è musulmano non ha accesso a ruoli di responsabilità o possibilità di carriera. Un’altra situazione critica è quella in Terra Santa nella quale i cristiani si trovano in mezzo ai due contendenti e nello stesso tempo fanno parte di entrambe le realtà. Un altro impedimento sempre più grave sono le leggi contro la libertà di religione e in particolare quelle che vietano la conversione dall’islam al cristianesimo. Queste leggi spesso sono il pretesto per accusare di proselitismo i cristiani e quindi perseguitarli. Le difficoltà riguardano tutte le realtà cristiane che sono presenti in questi paesi, ortodossi, protestanti, cattolici, armeni. Un aspetto importante per la Chiesa in questi paesi è quello della presenza di importanti scuole che accolgono tutti come studenti e rappresenta quindi una possibilità di crescita sociale per tutti proprio per questo a volte non è visto positivamente.

Ma ciò che più colpisce è la sensazione di sentirsi abbandanoti da parte delle chiese dei paesi occidentali, una sorta di dimenticanza collettiva. Questa senso di isolamento e la sfiducia che ne consegue non contribuiscono certo ad arrestare la diaspora dei cristiani, sempre maggiore è la perdita numerica delle comunità cristiano-cattoliche in particolare, ad esempio a Betlemme fino a qualche anno fa i cattolici erano l’80% della popolazioni oggi sono il 20-30% e questo porta anche ad un indebolimento delle comunità cristiane. Ma la presenza dei cristiani in Medioriente è fondamentale perché come hanno sottolineato entrambi i relatori, nella lotta tra ebrei e musulmani gli unici che possono insegnare il perdono sono i cristiani perché per ebrei e musulmani non esiste neanche la parola. Le comunità cattoliche con lo stile di vita evangelico rappresentano una risorsa insostituibile nel cammino della pace e della convivenza. Inoltre come ha detto Maiandi c’è un aspetto storico da considerare: in queste regioni è nato il cristianesimo e questi sono gli stati che fin dall’inizio del cristianesimo hanno visto la presenza di numerose comunità cristiane anche molto importanti. Maiandi ha citato citato la Siria e la Turchia come casi emblematici. In Siria, dove è stato e ha potuto vedere ancora oggi antiche comunità cristiane presenti fin prima della nascita dell’Islam ed ora rischiano invece di sparire, bisogna impedire che succeda pregando e aiutando queste comunità.

Bernardelli e Maiandi hanno evidenziato come il caso dell’India abbia mostrato l’ importanza della mobilitazione dell’opinione pubblica occidentale di fronte alla persecuzione dei cristiani, questo ha sicuramente contribuito a fare in modo che i governi occidentali siano intervenuti per esercitare pressione sui governi locali per porre freno alle violenze e cercare di ricomporre una situazione di sicurezza. Infatti i legami tra i vari stati sono tali che per esempio quando l’Italia ha spinto l’Unione Europea a chiedere l’intervento del governo dell’India nell’Orissa questo si è dovuto impegnare a risolvere la situazione.Anche per il Medioriente è necessaria la stessa mobilitazione e sensibilizzazione. Serate come queste sono utili soprattutto, hanno detto ringraziando il centro culturale san benedettoo, per mantenere viva l’attenzione sulla situazione dei cristiani nel mondo.

SIA CHE VIVIATE, SIA CHE MORIATE Martiri sotto i totalitarismi moderni

SIA CHE VIVIATE, SIA CHE MORIATE Martiri sotto i totalitarismi moderni

Nell’ambito dell’annuale Sagra di Baggio, nell’ANTICA CHIESA in Via Ceriani, il centro culturale San Bendetto in collaborazione con il Consiglio di Zona 7, ha realizzato l’interessante mostra SIA CHE VIVIATE, SIA CHE MORIATE. La mostra vuole tenere viva la memoria della testimonianza e del sacrificio di chi ha dato la vita nel tragico Novecento per non cedere a ideologie totalitarie e disumani. Il totalitarismo, qualsiasi esso sia, ha posto limiti alla libertà umana e si è scagliato contro il cristianesimo. Le sue radici, la legittimazione, le strategie, hanno come unico ostacolo la persona – per il fatto stesso che vive – e la sua religiosità. Non è quindi necessario essere eroi per essere martiri, basta – per esempio – essere cristiani fino in fondo. Questo ci hanno insegnato tanti uomini la cui storia è da raccogliere e da trasmettere con la stessa semplicità di cui essi stessi sono stati espressione.

La mostra ricorda a ciascuno di noi l’importanza della libertà e l’aberrazione delle ideologie che nella storia si sono trasformate in totalitarismo. Le ideologie del XX secolo, nazismo e comunismo, hanno perseguitato la Chiesa e i cristiani mostrando a tutti, anche a chi oggi non se lo ricorda, che non hanno nulla a che fare col cristianesimo.
L’importanza e il significato di far memoria di questi martiri ci è ricordato dalle parole di Giovanni Paolo II che in uno dei suoi discorsi affermava: «Se si perdesse la memoria dei cristiani che hanno sacrificato la vita per affermare la loro fede, il tempo presente, con i suoi progetti ed i suoi ideali, perderebbe una componente preziosa, poiché i grandi valori umani e religiosi non sarebbero più confortati da una testimonianza concreta, inserita nella storia». «Il senso più profondo della testimonianza di tutti i martiri – scriveva il Cardinale Ratzinger – sta nel fatto che essi attestano la capacità di verità dell’uomo quale limite di ogni potere e garanzia della sua somiglianza divina».
La mostra è stata esposta da lunedì 12 a lunedi 19 ottobre 2009, garantendo l’apertura  per tutta la settimana della Chiesa Vecchia. La possibilità di vedere la Chiesa aperta con continuità è stata un’occasione molto apprezzata dagli abitanti di Baggio. L’apertura infrasettimanale e specialmente durante la mattina ha permesso a diverse classi delle scuole medie di Baggio e di alcuni Licei della città di Milano di visitare la mostra. Grazie alla collaborazione di giovani studenti universitari e diversi studenti liceali e di volontari del centro culturale San Benedetto è stato garantito un servizio gratuito di guide alla mostra: il giudizio dei visitatori è stato unanime di gratitudine e di apprezzemento. A loro un ringraziamento particolare anche per l’essersi preparati con cura a questo servizio. Durante il fine settimana la mostra è stata visitata da migliaia di persone.

Ambrogio e Paolo Tanduo

Sant’Anselmo (da Baggio) di Lucca.

Sant’Anselmo (da Baggio) di Lucca. Consigliere di Matilde, Patrono di Mantova

La parrocchia Sant’Anselmo in occasione dei 40anni di fondazione in collaborazione con Centro Culturale Massimo Bignetti e il Centro Culturale San Benedetto (www.cccsanbenedetto.it ) hanno organizzato il 24 Settembre 2009 un incontro sulla figura di Sant’Anselmo (1040 – 1086). È intervenuto Mons. Roberto Brunelli – direttore del museo diocesano di Mantova e autore del libro “Sant’Anselmo di Lucca. Consigliere di Matilde, Patrono di Mantova”. Il suo intervento parte proprio dalla spiegazione del titolo dato a Sant’Anselmo, conosciuto come da Baggio, non perché venisse dal paese ora quartiere Baggio di Milano, ma perché proveniva da una importante famiglia quella Da Baggio. Ma Anselmo è indicato come Sant’Anselmo di Lucca, perché questo è il suo titolo datogli dallo zio divenuto papa Alessandro II che lo nomina Vescovo di Lucca. Ma da Lucca a causa delle divisione sorte durante la guerra per le investiture, Anselmo deve scappare dopo pochi mesi, più tardi per la sua fedeltà alla Chiesa e al Papa Gregorio VII verrà da lui nominato Legato del papa per la Lombardia, che allora comprendeva tutta la valle Padana, in seguito a questo incarico prenderà sede presso Mantova dove morirà nel 1086.

La Vita

Anselmo proviene da una famiglia potente di Milano, suo zio è canonico di Milano e si prenderà cura del nipote favorendone la crescita culturale. Anselmo studierà profondamente la Bibbia ma anche diritto, sia diritto canonico che diritto civile.

Lo zio si era avvicinato ed interessato ad un movimento che stavo diventando sempre più popolare a Milano, il movimento dei Patarini nato nato dai laici per contrastare la diffusa non coerenza della vita del clero agli insegnamenti del Vangelo, che derivava dall’ivestiture imposte dall’imperatore che avevano portato alla mercificazione delle cariche vescovili e clericali più importanti scelte senza più alcun criterio vocazionale ma che rispondevano spesso solo a logiche di gestione di potere. Attraverso la nomina di importanti canonici e Vescovi infatti l’Imperatore controllava il territorio e rispondeva ad esigenze di spartizione o di allontanamento dal potere civile di figure non consenzienti. Questo fenomeno era la diretta conseguenza di una scelta che nasceva da un desiderio buono e con finalità meritorie che aveva contraddistinto la figura di Carlo Magno, insignito del titolo di Imperatore del Sacro Romano Impero proprio a Milano la notte dell’anno 800. Il Papa e Carlo Magno avevano deciso che l’Impero per quanto riguardava il potere civile e la Chiesa dal punto di vista spirituale avessero in comune un modello che doveva avere come finalità             quello di agire per portare alla salvezza celeste gli uomini. Questo modello di parità e concordanza tra papato e impero, ben presto mise in luce tutte le sue criticità nella distinzione dei ruoli che portarono alla lotta per le investiture che vide un duro scontro tra la Chiesa e l’imperatore che voleva poter nominare i Vescovi. Quando lo zio di Anselmo divenne Papa col nome di Alessandro II, si impegno subito contro la logica delle investiture e pretese che i Vescovi tornassero ad essere nominati dal Papa. In risposta l’imperatore nominò un antipapa e Alessandro II convocò un concilio che si tenne a Mantova al quale partecipo Sant’Anselmo. La sua preparazione in diritto diede un contributo decisivo al risultato del concilio che confermò la legettimintà di Alessandro II e portò a riscrivere le norme del diritto canonico. Uno dei testi più importanti di Sant’Anselmo riguarda appunto il diritto canonico. Alessandro II segnò una svolta nei rapporti con l’imperatore. Anselmo fu nominato Vescovo di Lucca dove si batté per la riforma dei costumi del clero. In ciò incontrò l’astio e persino la disobbedienza, dei canonici di Lucca che lo costrinsero all’esilio. Anselmo fu sempre fedele al Papa anche quando alla morte di Alessandro II succedette Gregorio VII che fu il campione della lotta al potere di investitura dell’imperatore. Nei contrasti con l’Imperatore Enrico IV, Sant’Anselmo fu consigliere presso Matilde di Canossa. Il Papa lo inviò più volte in Germania e in Lombardia, dove divenne legato permanente. E’ in quegli anni che Enrico IV è scomunicato, era la prima volta che accadeva ad un imperatore, questo metteva a rischio l’autorevolezza e l’autorità dell’imperatore che si basava sul patto con la Chiesa. E’ noto come dell'”andata a Canossa” in clamorosa umiltà di Enrico IV, scomunicato, per sottomettersi al Papa Gregorio VII sia risultata il frutto della attenta mediazione di Matilde, che era cugina di Enrico IV ma appoggiava il papa e quindi ne era la persona piu’ indicata. Questo singolare ed eccezionale personaggio storico femminile, che difese in ogni modo il papa e sempre ne sostenne i diritti quale capo della Chiesa contro l’imperatore, era stato affidato dal Papa medesimo alla cura spirituale del vescovo di Lucca Anselmo. Questi le fu sempre garbato consigliere anche nelle vicende politiche del tempo e Matilde di Canossa fu al vescovo Anselmo così grata che lo accoglierà nell’esilio mantovano e gli sarà vicina in punto di morte.

Sant’Anselmo ebbe corrispondenza anche con alcuni vescovi francesi e con il re d’Inghilterra per perorare la causa del papa. Celebri anche le lettere di Sant’Anselmo contro l’antipapa nominato da Enrico IV. Prima della sua morte di Gregorio VII diede un elenco di tre nomi per la sua successione tra i quali anche Anselmo a cui fu preferito per prudenza l’abate di Cassino che era meno esposto nel conflitto con l’imperatore.

La figura di Sant’Anselmo si sta riscoprendo negli ultimi anni da quando in occasione del 9 centenario della nascita sono stati fatti nuovi studi sulla sua vita. Mons. Brunelli ha trovato a Grenoble e tradotto in italiano le 5 preghiere che sant’Anselmo scrisse a Matilde di Canossa e nella sua pubblicazione per la prima volta stata pubblicata la prima biografia di Anselmo scritto pochi anni dopo la sua morte. Sant’Anselmo subito fu venerato dai mantovani, fu canonizzato nel 1087. Il suo corpo è ancora oggi integro senza aver subito alcun processo di conservazione.

L’attualità di Sant’Anselmo

Sant’Anselmo era un profondo conoscitore della Bibbia come dimostrano i suoi scritti dove troviamo numerose citazioni precise sia dell’Antico che del Nuovo Testamento inserite in maniera appropriata e precisa nel messaggio e nel discorso. Anche la sua attività di consigliere di Matilde di Canossa trova origine e forza dalla lettera e dall’approfondimento della Bibbia. In questa la sua figura è un richiamo anche per noi oggi a far crescere la nostra fede e a viverla a partire dalla lettura della Bibbia.

Francesco Borgani –Visione di SantAnselmo

Di Sant’Anselmo si conoscono 5 preghiere che aveva scritto per Matilde di Canossa da recitare dapo aver ricevuto l’Eucarestia e dedicate alla Madonna. Sant’Anselmo era molto legato all’immagine di Maria,la tradizione vuole che di fronte alla raffigurazione della madonna più antica della Diocesi di Mantova Ella gli apparisse e gli parlasse per ringraziarlo della dedicazione dell’altare della Chiesa di San Paolo di Mantova alla Madonna da parte del Vescovo. Ancora oggi l’immagine è conservata a Mantova all’interno del Santuario della Madonna incoronata (ex “Madonna dei Voti”). Questo amore e devozione per Maria è un richiamo anche a noi per vedere in Maria l’esempio di come accogliere Gesù, come Maria lo ha portato dentro di sé cosi siamo chiamati a farlo noi quando Lo riceviamo nell’Eucarestia. L’attenzione al Sacramento dell’Eucarestia di             Sant’Anselmo è un richiamo a riceverla con fede ogni domenica per trarre da essa la forza per rispondere alla chiamata di Gesù nella nostra vita.

La vita di Sant’Anselmo è stato vissuta sempre con fedeltà e profondo amore alla Chiesa, proprio in uno dei periodi più difficili. Con questa fedeltà e amore siamo chiamati anche noi oggi a vivere la Chiesa, oggi come allora attraversata da problemi e difficoltà ma che rimane la Chiesa di Dio, opera di Gesù, certamente fatta da uomini che sono peccatori, ma a cui anche noi apparteniamo e a cui dobbiamo dare il nostro contributo perché si avvicini sempre più al modello evangelico a cui è chiamata.

Le calunnie contro Pio XII suggerite dal KGB

Le calunnie contro Pio XII suggerite dal KGB

MILANO, mercoledì, 22 luglio 2009 (ZENIT.org).- Il centro culturale cattolico San Benedetto (www.cccsanbenedetto.it) in collaborazione con la Fondazione Vittorino Colombo, il circolo Milano Polis e il centro culturale San Protaso hanno organizzato il 25 di giugno, a Milano, una serata sulla figura di Pio XII.

All’evento sono intervenuti Andrea Tornielli, giornalista e vaticanista de “Il Giornale”, e Alessandro Persico, storico e collaboratore di Agostino Giovagnoli alla cattedra di Storia contemporanea dell’Università Cattolica di Milano.

Dopo i saluti del presidente del centro culturale San Benedetto, Paolo Tanduo, è iniziata la discussione divisa in due parti dei due relatori: la prima riguardante il magistero e il ruolo di Pio XII come pontefice nel dopoguerra e la seconda il ruolo di Pio XII nella seconda guerra mondiale.

Il moderatore Luca Tanduo ha introdotto la discussione citando le ultime rivelazioni dei giornali dei mesi scorsi sul complotto del KGB per screditare Pio XII e i documenti che attestano l’aiuto di Pio XII agli ebrei durante la seconda guerra mondiale e le citazioni di vescovi e del Papa sul ruolo di Pio XII dal punto di vista teologico come premessa al Concilio Vaticano II.

I due relatori si sono soffermati su come la figura del magistero di Pio XII venga letta in modo differente a seconda che lo si consideri l’ultimo Papa preconciliare e quindi in un ottica che vede il Concilio Vaticano II come una spaccatura rispetto al passato, oppure come ispiratore del Concilio se si vede nel Concilio una continuità assoluta.

Soprattutto, si parla e si scrive di Pio XII per sostenere un certo modello di Chiesa, anziché un altro. Se si vede nel Concilio Vaticano II un momento di discontinuità molto forte rispetto al periodo pacelliano, ecco che su Pacelli si tenderà a dare un giudizio negativo.

Se invece si concepisce il Concilio come un semplice momento di “aggiornamento”, si tenderà a includere la figura di Pio XII in una tradizione che va da Pio IX (1846-1878) fino ad oggi.

Evitando di cadere da un eccesso ad un altro i due relatori hanno sottolineato come Pio XII abbia sicuramente influenzato il Concilio anche solo per la vicinanza temporale e la lunghezza del suo mandato papale e la molteplicità dei suoi scritti e delle sue encicliche (più di 40).

Il Concilio infatti va visto secondo i due relatori come una continuità del magistero della Chiesa e nei testi conciliari Pio XII è stato il più citato, ben 51 volte. Inoltre Pio XII aveva già cominciato ad affrontare nelle sue encicliche la responsabilità dei laici e il ruolo dei mezzi di informazione e comunicazione moderni come la televisione.

Nella seconda parte i due relatori hanno affrontato il ruolo di Pio XII durante la seconda guerra mondiale e in particolare relativamente alla discussione riguardante la posizione di Pio XII sulla Shoah. I due relatori hanno detto che i fatti storici dimostrano che la propaganda della leggenda nera su Papa Pacelli si è venuta a creare a partire dal 1963, con la prima rappresentazione del dramma di Rolf Hochhuth, Der Stellvertreter («Il Vicario»).

Recentemente è stata diffusa anche la testimonianza di un ex generale dei servizi segreti romeni, Ion Mihai Pacepa, per cui a ispirare l’opera di Hochhuth sarebbe stato proprio il KGB.

Prima di allora molti ebrei negli anni successivi al 1945 ringraziarono pubblicamente Pio XII per l’aiuto agli ebrei e Golda Meir in occasione della morte di Pio XII ricordò che “Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata a favore delle vittime. Piangiamo – disse – la perdita di un grande servitore della pace “.

Nel maggio 1955 l’Orchestra Filarmonica d’Israele volò a Roma per un’esecuzione speciale della Settima Sinfonia di Beethoven, come espressione della duratura gratitudine dello Stato d’Israele verso il Papa per l’aiuto prestato al popolo ebraico durante l’Olocausto.

Inoltre la questione ebraica e in generale la sensibilità verso l’Olocausto, subirono un mutamento sopravvenuto appunto all’inizio degli anni ’60, dopo una lunga rimozione nel periodo postbellico.

Il processo al criminale nazista Adolf Eichmann, condotto nel 1961 a Gerusalemme, spinse l’opinione pubblica internazionale a interrogarsi sulle responsabilità di ciò che era avvenuto.

Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che Pacelli, per vari motivi, abbia mantenuto una linea più “diplomatica” che “profetica” nei riguardi di Hitler e di Mussolini. Altri invece, come Andrea Riccardi, affermano che la prudenza del Vaticano servì a sostenere le tante iniziative di soccorso agli ebrei da parte di strutture e singoli fedeli cattolici.

Al di là dei diversi orientamenti storiografici, comunque oggi risulta chiaro che il problema dell’atteggiamento della Chiesa verso l’Olocausto non può essere riferito solo alla persona di Pio XII: la questione ha una portata collettiva, non individuale.

Per giudicare l’operato di Pio XII non bisogna pensare che tutti negli anni 40-45 anche all’interno della Chiesa avessero le stesse posizioni e le stesse strategie su come agire ed oltre al papa esistevano vari organi anche nazionali.

Riguardo a questo punto certamente ha influito la repressione dei nazisti dopo la forte posizione dei vescovi olandesi. Infatti Pio XII sapeva che se avesse pubblicamente denunciato le atrocità di Hitler verso gli ebrei, la situazione sarebbe facilmente peggiorata.

Non solo avrebbe esposto i cattolici a pericoli più gravi, ma sapeva anche che sarebbe fallita la sua azione di aiuto agli ebrei. Ogni volta che i vescovi cattolici protestarono, i nazisti aumentarono le deportazioni e le atrocità.

Oggi esistono documenti che provano come egli avesse agito in favore degli ebrei prima da Nunzio (nel novembre 1917, documenti degli archivi sionisti pubblicati negli anni Sessanta da Pinchas Lapide e recentemente rilanciati dalla Fondazione Pave the Way), poi da Segretario di Stato (ad esempio il documento ritrovato nell’archivio del cardinale Tisserant che attesta un interessamento in favore degli ebrei discriminati in Polonia).

Esiste anche l’epistolario di Pacelli con i vescovi tedeschi maggiormente esposti contro il nazismo. Inoltre come non esiste un documento scritto di Hitler che ordini la terribile “soluzione finale” contro gli ebrei, ma nessuno ovviamente dubita che sia stato il Führer in persona a pianificare il genocidio, lo stesso criterio dovrebbe essere applicato alla Chiesa cattolica e al Vaticano di fronte alla mancanza di un ordine scritto del Papa in favore degli ebrei.

Non contano solo i documenti, conta anche la realtà dei fatti relativi ai conventi e agli istituti religiosi che accolsero ebrei a Roma: quasi trecento su settecento. Davvero difficile immaginare che tutto ciò potesse avvenire senza la benedizione del Papa.

Riguardo al periodo in cui Pacelli era Nunzio in Germania e alla firma del concordato con la Germania del 1933 i relatori ricordano che la politica di Pio XI era quella di delegare agli organi delle Chiese nazionali le questioni locali e la firma dei concordati era ritenuta una garanzia per i cristiani cattolici anche dove come in Germania si sapeva che non sarebbero stati rispettati. Pacelli scrisse più volte per lamentarsi con Hitler della mancata applicazione del concordato.

Circa la polemica sull’enciclica di Pio XI che non fu pubblicata da Pacelli oltre a non essere possibile che un Papa pubblichi il testo di un predecessore con la sua firma Pio XII nella prima enciclica la Summi Pontificatus, del 20 ottobre 1939, affrontava lo stesso tema di quella del predecessore: l’unità del genere umano, minacciata dall’idolatria dello Stato e della razza. Pio XII condannava “la dimenticanza di quella legge di umana solidarietà e carità, che viene dettata e imposta (…) dalla comunanza di origine e dall’uguaglianza della natura razionale in tutti gli uomini, a qualsiasi popolo appartengano”.

Il presidente del centro culturale cattolico San Benedetto, Paolo Tanduo, ringraziando i relatori per le precise e approfondite relazioni ha dato appuntamento a tutti per continuare l’approfondimento dei temi di carattere storico – iniziati con la visione pubblica del film KATYN realizzata da questo centro culturale insieme alle Coop-Lombardia comitato soci Baggio-Corsico-Zoia – alla mostra “Sia che viviate sia che moriate. Martiri e totalitarismi moderni” che si terrà dal 12 al 18 ottobre prossimi, e al successivo incontro del 22 ottobre su “La Persecuzione dei cristiani nel mondo” con Padre Piero Gheddo.

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ZI09031511 – 15/03/2009
Permalink: http://www.zenit.org/article-17539?l=italian

Presentati allo Yad Vashem nuovi documenti favorevoli a Pio XII

Andrea Tornielli racconta un incontro a porte chiuse svoltosi a Gerusalemme

di Antonio Gaspari

ROMA, domenica, 15 marzo 2009 (ZENIT.org).- Domenica 8 e lunedì 9 marzo, nel corso di un convegno a porte chiuse organizzato da Yad Vashem e dallo Studium Theologicum Salesianum di Gerusalemme, un gruppo di studiosi si è ritrovato a discutere su Pio XII e l’Olocausto per fare il punto sullo stato della ricerca.

Andrea Tornielli, noto vaticanista nonché autore di diversi libri su Pio XII, presente all’incontro in qualità di delegato, ha raccontato in un articolo pubblicato da “il Giornale” (14 marzo) che “gli esperti riuniti a porte chiuse non hanno affrontato il problema della controversa didascalia, che in un padiglione del nuovo museo della Shoah presenta il Pontefice Pio XII in modo negativo, affermando che non protestò in alcun modo per la carneficina in atto contro il popolo d’Israele. Ma si è discusso liberamente, cercando di affrontare, con tempi contingentati, tutti gli aspetti della figura di Pio XII”.

Per conoscere i nuovi documenti presentati nell’incontro e i risultati raggiunti, ZENIT ha intervistato Andrea Tornielli.

Che cosa è successo nell’incontro a porte chiuse organizzato da Yad Vashem e dallo Studium Theologicum Salesianum di Gerusalemme?

Tornielli: Storici e studiosi che hanno scritto saggi e compiuto ricerche su Pio XII si sono messi attorno a un tavolo per discutere sullo stato della ricerca riguardo Papa Pacelli e la Shoah

Qual era lo scopo dell’incontro?

Tornielli: Lo scopo era quello di fornire un quadro il più possibile completo dello stato della ricerca. Non avevamo come “missione” quella di parlare della didascalia che presenta negativamente Pio XII nel museo di Yad Vashem. Ci siamo incontrati e confrontati, producendo documenti.

Chi vi ha partecipato?

Tornielli: La delegazione di studiosi invitati dallo Studium Theologicum Salesianum di Gerusalemme, su iniziativa del Nunzio Apostolico Antonio Franco e di don Roberto Spataro SdB, era rappresentata dai professori Thomas Brechenmacher, Jean Dominique Durand, Grazia Loparco, Matteo Luigi Napolitano e dal sottoscritto. Gli studiosi invitati da Yad Vashem erano Paul O’Shea, Michael Phayer, Susan Zuccotti e Sergio Minerbi. Il primo giorno è stata presente anche Dina Porat.

Quali tematiche sono state affrontate?

Tornielli: Abbiamo discusso di vari argomenti: l’esistenza o meno di uno iato tra il Pacelli pubblico e quello privato; il giudizio del Nunzio Pacelli nei confronti del nazismo, il concordato con la Germania del 1933, la reazione alle deportazioni e soprattutto alla razzia nel ghetto di Roma, il numero degli ebrei salvati nei conventi della capitale; le “ratlines” che hanno permesso la fuga dei criminali di guerra.

Che cosa ha detto il Nunzio, monsignor Antonio Franco?

Tornielli: Il Nunzio ha introdotto i lavori, insieme al direttore di Yad Vashem, ricordando che si trattava di un incontro e non di uno scontro. Ha ricordato che il convegno rappresenta la volontà di “un dialogo basato sulla fiducia”, perché tutti stiamo “cercando la verità”. L’Arcivescovo ha poi fatto notare come non esista un documento scritto di Hitler che ordini la terribile “soluzione finale” contro gli ebrei, anche se nessuno ovviamente dubita che sia stato il Führer in persona a pianificare il genocidio.

“Lo stesso criterio – ha detto il Nunzio – vorremmo fosse applicato alla Chiesa cattolica e al Vaticano di fronte alla mancanza di un ordine scritto del Papa in favore degli ebrei. Non contano solo i documenti, conta anche la realtà dei fatti”. Infatti, coloro che sostengono la tesi del “silenzio” e del disinteresse di Pio XII mostrano talvolta di utilizzare una metodologia di ricerca della storia bloccata nelle strettoie del positivismo, da tempo superato tra gli storici di professione.

Quali sono stati i fatti presentati che dimostrerebbero il grande lavoro svolto da Papa Pacelli in favore degli ebrei?

Tornielli: Si va dai documenti che provano come egli avesse agito in favore degli ebrei prima da Nunzio (nel novembre 1917, documenti degli archivi sionisti pubblicati negli anni Sessanta da Pinchas Lapide e recentemente rilanciati dalla Fondazione Pave the Way), poi da Segretario di Stato (ad esempio il documento che ho ritrovato nell’archivio del cardinale Tisserant che attesta un interessamento in favore degli ebrei discriminati in Polonia e relativo a una legge sulla macellazione rituale). Quindi sono stati prodotti i dati relativi ai conventi e agli istituti religiosi che accolsero ebrei a Roma: quasi trecento su settecento. Davvero difficile immaginare che tutto ciò potesse avvenire senza la benedizione del Papa.

Quali sono invece le accuse?

Tornielli: Devo dire sinceramente che le accuse non erano assolutamente nuove. Si è detto che il Papa non ha alzato la voce contro Hitler perché era anticomunista, si è detto che l’aiuto agli ebrei era frutto di iniziative spontanee, si è insistito sul fatto che non esiste traccia di una volontà papale in questo senso. Noi abbiamo prodotto una pagina del diario delle consulte di Civiltà Cattolica, nella quale il direttore padre Giacomo Martegani, il 1° novembre 1943, all’uscita dall’udienza con il Papa annota: “Il Santo Padre s’è interessato al bene degli ebrei”. Devo dire che l’accusa più pesante e davvero irreale è quella che ha avanzato – come sua ipotesi – Sergio Minerbi, il quale ha detto che il Papa avrebbe dato un via libera ai nazisti per fare la razzia del ghetto, purché facessero in fretta!

Quali conclusioni sono state raggiunte?

Tornielli: Non ci sono state conclusioni vere e proprie, ma – a quanto sembra – saranno pubblicati gli atti e soprattutto i documenti che sono stati discussi. E questo è già un gran risultato.

Come valuta l’incontro e quali, a suo giudizio, i passi futuri?

Tornielli: Lo giudico assolutamente positivo. E’ il primo di una serie di passi e di incontri, che manifesta una volontà di discutere, di ascoltare, di comprendere le ragioni degli altri. Il clima è stato cordiale.

 

ZI09061508 – 15/06/2009
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“Papa Pio XII è stato un vero eroe della II Guerra Mondiale”

La Fondazione Pave the Way scopre 2.300 pagine di nuovi documenti

 

NEW YORK, lunedì, 15 giugno 2009 (ZENIT.org).- La Fondazione Pave the Way (PTWF), con base a New York, ha annunciato la scoperta di più di 2.300 pagine di documenti originali risalenti agli anni compresi tra il 1940 e il 1945.I testi sono stati rinvenuti nel corso degli studi sul pontificato di Pio XII e da una loro prima analisi emergono ulteriori prove sull’intervento di Papa Pacelli nel salvataggio di numerosi ebrei dall’Olocausto.

Il presidente della Fondazione, Gary Krupp, ha affermato in un comunicato inviato a ZENIT che “per sostenere la nostra missione di identificare ed eliminare gli ostacoli tra le religioni, la PTWF si è impegnata in un progetto di ricerca privata pluriennale per diffondere le azioni del Vaticano durante la II Guerra Mondiale”.

“Con oltre 1.000 libri scritti sul tema – ha aggiunto – , è diventato dolorosamente ovvio che questa controversia non verrà mai risolta, anche dopo l’apertura degli Archivi Segreti Vaticani fino al 1958”.

La scoperta dei nuovi documenti è avvenuta in un monastero di Avellino. E’ possibile e anche probabile che molti altri documenti fondamentali possano trovarsi in diocesi maggiori.

Il rappresentante tedesco della PTWF Michael Hesemann ha analizzato alcuni documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, attualmente aperto fino al 1939, e in essi ha ritrovato molti esempi “delle azioni dirette e del ministero pastorale di Eugenio Pacelli (Pio XII) per salvare gli ebrei dalla tirannia nazista”.

Ugualmente, ci sono “prove documentate” della “diretta intercessione di Pacelli per difendere gli ebrei della Palestina dai Turchi ottomani nel 1917 e del suo incoraggiamento a istituire una patria ebraica in Palestina nel 1925”.

“Poiché la storia presunta è stata la giustificazione per odio, vendette e guerre, gli storici non hanno la responsabilità morale fondamentale di ristabilire la verità?”, chiede Gary Krupp.

Il presidente della Fondazione Pave the Way si è detto “deluso” dall’influenza di molti sedicenti storici che “hanno fallito nel ricercare le prove relative a questo periodo e sono rimasti in silenzio quando i fanatici hanno manipolato la verità”.

“Se la PTWF, come ricercatrice amatoriale, può scoprire tante informazioni, com’è possibile che dei cosiddetti storici e delle istituzioni accademiche abbiano permesso che la valutazione di Pio XII, che dura da 46 anni, non sia stata sfidata, influenzando le opinioni di più di un miliardo di persone?”.

In generale, la risposta accademica su questo vuoto storico, ricorda la Fondazione, afferma che ci si “riserva il giudizio di Pacelli fino a che il Vaticano non aprirà la sezione che abbraccia pienamente il pontificato di Pio XII”.

Gli onori e la gratitudine nei confronti di Papa Pio XII si sono radicalmente trasformati nel 1963 dopo la rappresentazione dell’opera teatrale “The Deputy” di Rolf Hochhuth.

“Attraverso delle testimonianze confermate – ricorda la PTWF –, abbiamo scoperto che quest’opera era parte di un piano del KGB che mirava a distruggere la reputazione della Chiesa cattolica”.

“Secondo le nostre ricerche imparziali, e sulla base delle moltissime prove che abbiamo scoperto, la conclusione innegabile è che Papa Pio XII è stato un vero eroe della II Guerra Mondiale”, afferma Gary Krupp.

“Probabilmente ha salvato più ebrei di tutti i leader politici e religiosi del mondo insieme. Nel vero spirito dell’eroismo, inoltre, ha fatto tutto ciò con la diretta minaccia dei fucili tedeschi puntati ad appena 200 metri dalle sue finestre”, ha concluso.

 

Comunismo e fratture ideologiche nel mondo cattolico spiegano la leggenda nera su Pio XII

Intervista al direttore de “L’Osservatore Romano”

di Jesús Colina

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 14 giugno 2009 (ZENIT.org). – La leggenda nera su Papa Pio XII (Eugenio Pacelli), che lo accusa di vicinanza al nazismo, ha due cause, secondo il direttore de “L’Osservatore Romano”: la propaganda comunista e le ricorrenti divisioni all’interno della Chiesa.

Giovanni Maria Vian le ha esposte in un’intervista concessa a ZENIT in occasione della pubblicazione del libro che ha coordinato dal titolo “In difesa di Pio XII. Le ragioni della storia” (Venezia, Marsilio, 2009, pagine 168, euro 13), presentato questo mercoledì dal cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, dal presidente di Marsilio Editori, Cesare De Michelis (università di Padova), e dagli storici Giorgio Israel (università di Roma La Sapienza), Paolo Mieli (università di Milano, per due volte direttore del “Corriere della sera”) e Roberto Pertici (università di Bergamo).

Il direttore del quotidiano vaticano e storico non esita a riprendere l’espressione “leggenda nera”, perché di fatto Papa Pacelli, che alla sua morte nel 1958 ricevette elogi unanimi per l’opera svolta durante la seconda guerra mondiale, è stato poi davvero demonizzato.

Come è stato allora possibile un simile rovesciamento d’immagine, verificatosi per di più nel giro di pochi anni, più o meno a partire dal 1963?

Propaganda comunista

Vian attribuisce in primo luogo questa campagna contro il Papa alla propaganda comunista intensificatasi al tempo della Guerra Fredda. “La linea assunta negli anni del conflitto dal Papa e dalla Santa Sede, avversa ai totalitarismi ma tradizionalmente neut rale, nei fatti fu invece favorevole all’alleanza antihitleriana e si caratterizzò per uno sforzo umanitario senza precedenti, che salvò moltissime vite umane”, osserva.

“Questa linea fu comunque anticomunista, e per questo, già durante la guerra, il Papa cominciò a essere additato dalla propaganda sovietica come complice del nazismo e dei suoi orrori”.

Lo storico ritiene che “anche se Eugenio Pacelli è sempre stato anticomunista, non ha mai pensato che il nazismo potesse essere utile per arrestare il comunismo, al contrario”, e lo prova con dati storici.

In primo luogo, “appoggiò tra l’autunno del 1939 e la primavera del 1940, nei primi mesi del conflitto, il tentativo di rovesciare il regime hitleriano da parte di alcuni circoli militari tedeschi in contatto con i britannici”.

In seconda istanza, Vian afferma che dopo l’attacco della Germania all’Unione Sovietica a metà del 1941 Pio XII dapprima si rifiutò di schierare la Santa Sede con quella che veniva presentata come una crociata contro il comunismo e poi si adoperò per smussare l’opposizione di moltissimi cattolici statunitensi all’alleanza degli Stati Uniti con l’Unione Sovietica staliniana.

La propaganda sovietica, ricorda lo studioso, è stata ripresa con efficacia nell’opera teatrale “Der Stellvertreter” (“Il vicario”) di Rolf Hochhuth, rappresentata per la prima volta a Berlino il 20 febbraio 1963, che presentava il silenzio del Papa come indifferenza di fronte allo sterminio degli ebrei.

Già allora, constata Vian, fu notato che questo dramma rilancia molte argomentazioni sostenute da Mikhail Markovich Scheinmann nel libro Der Vatican im Zweiten Weltkrieg (“Il Vaticano nella seconda guerra mondiale”), pubblicato in precedenza in russo dall’Istituto Storico dell’Ac cademia Sovietica delle Scienze, organo di propaganda dell’ideologia comunista.

E una nuova prova dell’opposizione di Pio XII al nazismo è il fatto che i capi del Terzo Reich considerassero il Papa un autentico nemico, come dimostrano i documenti degli archivi tedeschi non per caso mantenuti inaccessibili dalla Germania comunista e solo di recente aperti e studiati, come ha sottolineato un articolo di Marco Ansaldo su “la Repubblica” del 29 marzo 2007.

Il libro curato da Vian raccoglie un testo del giornalista e storico Paolo Mieli, uno scritto postumo di Saul Israel, biologo, medico e scrittore ebreo, contributi di Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, degli Arcivescovi Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e Gianfranco Ra vasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, del Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, e infine l’omelia e i due discorsi tenuti da Benedetto XVI in memoria del suo precedecessore.

Divisione ecclesiale

Il discredito di Pio XII ha avuto promotori anche all’interno della Chiesa a causa della divisione tra progressisti e conservatori che si accentuò durante e dopo il Concilio Vaticano II, annunciato nel 1959 e conclusosi nel 1965, afferma il direttore.

“Il suo successore, Giovanni XXIII, Angelo Giuseppe Roncalli, prestissimo venne salutato come ‘il Papa buono’, e senza sfumature sempre più contrapposto al predecessore: per il carattere e lo stile radicalmente diversi, ma anche per la decisione inattesa e clamorosa di convocare un concilio”.

Le avversioni cattoliche su Papa Pacelli erano state precedute già nel 1939 dagli interrogativi del filosofo cattolico francese Emmanu el Mounier, che criticò il “silenzio” del Papa di fronte all’aggressione italiana dell’Albania.

Pio XII venne criticato anche da “ambienti dei polacchi in esilio”, che gli rimproveravano il silenzio di fronte all’occupazione tedesca.

In questo modo, in seguito, quando la Chiesa si polarizzò a partire dagli anni Sessanta, quanti si opponevano ai conservatori attaccavano Pio XII visto come un simbolo di questi ultimi, alimentando o utilizzando argomentazioni della “leggenda nera”.

Giustizia storica

Il direttore de “L’Osservatore Romano” sottolinea che questo libro non nasce da un intento di difesa aprioristica del Papa, “perché Pio XII non ha bisogno di apologeti che non aiutano a chiarire la questione storica”.

Per quanto riguarda i silenzi di Pio XII, non solo sulla persecuzione ebraica (denunciata senza clamore ma inequivocabilmente nel messaggio natalizio del 1942 e nel discorso ai Cardinali del 2 giugno 1943), ma anche di fronte ad altri crimini nazisti, lo storico sottolinea che questa linea di comportamento era finalizzata a non aggravare la situazione delle vittime, mentre il Pontefice si mobilitava per aiutarle sul campo.

“Lo stesso Pacelli più volte s’interrogò sul suo atteggiamento, che fu dunque una scelta consapevole e sofferta di tentare la salvezza del maggior numero possibile di vite umane piuttosto che denunciare continuamente il male con il rischio reale di orrori ancora più grandi”, spiega Vian.

Nel libro Paolo Mieli, di origine ebraica, afferma in questo senso: “Prendere per buone le accuse a Pacelli equivale a trascinare sul banco dei presunti rei, con gli stessi capi di imputazione, Roosevelt e Churchill, accusandoli di non aver pronunciato parole più chiare nei confronti delle persecuzioni antisemite”.

Ricordando che alcuni membri della sua famiglia morirono nell’Olocausto, Mieli ha detto testualmente: “Io non ci sto a mettere i miei morti sul conto di una persona che non ne ha responsabilità”.

Il testo pubblica anche uno scritto inedito di Saul Israel scritto nel 1944, quando, con altri ebrei, aveva trovato rifugio nel convento di Sant’Antonio in via Merulana, a Roma.

Il figlio, Giorgio Israel, che ha partecipato alla presentazione del libro, ha aggiunto: “Non fu qualche convento o il gesto di pietà di pochi e nessuno può pensare che tutta questa solidarietà che offrirono le chiese e i conventi avvenisse all’insaputa del Papa o addirittura senza il suo consenso. Quella su Pio XII resta la leggenda più assurda che si sia fatta circolare”.

Al di là della leggenda nera

Vian spiega poi che il libro da lui curato non ha inteso soffermarsi sulla questione d ella leggenda nera. Anzi, “a mezzo secolo dalla morte di Pio XII (9 ottobre 1958) e a settant’anni dalla sua elezione (2 marzo 1939) sembra formarsi un nuovo consenso storiografico sulla rilevanza storica della figura e del pontificato di Eugenio Pacelli”.

L’intento del libro è soprattutto quello di contribuire a restituire alla storia e alla memoria dei cattolici un Papa e un pontificato di importanza capitale per moltissimi aspetti che nell’opinione pubblica restano offuscati dalla polemica suscitata dalla leggenda nera

La famiglia tra problemi e risorse della comunicazione

ZI09052713 – 27/05/2009
Permalink: http://www.zenit.org/article-18417?l=italian

La famiglia tra problemi e risorse della comunicazione

di Luca TanduoMILANO, mercoledì, 27 maggio 2009 (ZENIT.org).- Il Centro Culturale Cattolico san Benedetto ha organizzato per la settimana della cultura della diocesi di Milano un incontro sul tema “La Famiglia: problemi, risorse, comunicazione” a cui hanno aderito anche il Movimento per la vita Ambrosiano, Milano Polis, MCl di Quinto Romano, Nuove Onde e il Forum delle Associazioni familiari la parrocchia Madonna della divina Provvidenza dove si tiene la conferenza.

Il presidente del CCC San Benedetto, Paolo Tanduo, ha introdotto i relatori Paola Bonzi, fondatrice del CAV Mangiagalli, l’assessore alla famiglia della regione Lombardia, Giulio Boscagli, e il giornalista di Avvenire, Alessandro Zaccuri anche conduttore di SAT2000, invitati a presentare problemi e risorse della famiglia, a parlare di quali sono le difficoltà delle giovani famiglie oggi, di come le istituzioni si rapportano con le famiglie e come le istituzioni rispondono ai problemi delle famiglie e di qual è il rapporto dei media con la famiglia.

Paolo Tanduo ha ricordato che la data della serata coincide anche con quella del Family day organizzato per la difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna.

Paola Bonzi ha raccontato che la coppia è presentata nelle favole con la frase conclusiva “e vissero felici e contenti”, ma questo è un finale da favola nella realtà la coppia è da inventare ogni giorno con fantasia e desiderio.

La coppia nasce da una continua ricerca dell’altra metà tra maschile e femminile ma nella vita quotidiana ci sono difficoltà che sono però anche occasione per crescere se affrontate nel modo corretto.

Paola Bonzi ha citato la storia di Schopenhauer: maschio e femmina sono come due porcospini che cercano di stare vicini per scaldarsi ma quando si avvicinano troppo si pungono a vicenda, devono allora studiare la posizione migliore per stare vicini fino a quando la trovano e riescono a stare bene e questo è un percorso che bisogna compiere.

Bisogna prendere le fatiche di coppia anche con ironia per smussare i momenti in cui l’altro dovrebbe essere controllato, modificato posseduto ecc; ci sono momenti anche in cui ognuno deve bastare a se stesso altrimenti la vita diventa una costrizione.

La coppia si forma per attrazione ma sentimenti e attrazione devono cambiare nel tempo altrimenti poi c’è stanchezza, mancanza di interesse; nella coppia è importante la pazienza, la capacità di soffrire con e per l’altro.

A volte l’egoismo, il non voler il bene dell’altro crea problemi nella coppia, un altro momento che a volte crea difficoltà è l’arrivo del bambino che cambia i rapporti per esempio passando da coppia a famiglia. Per Paola Bonzi i momenti difficili si possono superare, ma essenziale è la comunicazione, bisogna abbassare i muri di difesa e dirsi le cose che non funzionano e che creano sofferenza.

Paola Bonzi ha spiegato che oggi le cause di separazione sono dovute spesso a problemi economici, situazioni nelle quali la donna deve lavorare; nelle coppie in cui due coniugi sono di religione e nazionalità diversa, ci sono problemi soprattutto culturali sul significato di famiglia nelle diverse etnie e provenienze.

Altri problemi nascono per alcune persone che provengono da paesi lontani come quelli del Sud-america che hanno una doppia famiglia una nel paese natale e una nuova in Italia con tutti i problemi psicologici e i rimorsi nei confronti dei figli nel paese d’origine e difficoltà affettive con quelli nati dalla nuova famiglia.

Per Paola Bonzi l’aspetto dominante per risolvere i problemi sono la sincerità e la comunicazione all’interno della coppia. Bisogna abbattere i muri di incomprensione.

L’assessore Boscagli ha illustrato i risultati della legge 23 sulla famiglia della Regione Lombardia attiva ormai da 10 anni che pone come riferimento legislativo la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e che pone la famiglia non come semplice utente ma come perno della legge che infatti si basa sul lavoro con le famiglie e non solo per le famiglie.

Questo ha permesso il moltiplicarsi di nuove associazioni familiari che hanno presentato progetti e proposte finanziate dalla legge 23. Per esempio le RSA (cioè gli ospizi) nella regione Lombardia sono quasi tutte private.

Fiore all’occhiello degli aiuti alla famiglia della regione sono quelli alle famiglie numerose cioè con 3 o più figli aiutati indipendentemente dal reddito ma in base al numero di figli anche se l’assessore Boscagli ha detto che in questo campo la regione ha pochi poteri e dovrebbe essere fatta una riforma fiscale nazionale del fisco a favore delle famiglie che tenga conto del numero di figli.

Altro punto forte della politica della Lombardia è l’assistenza a carico della regione dei malati di SLA e in stato vegetativo. Prossime iniziative della regione saranno la riforma dei consultori familiari e dei SERT. Per quanto riguarda il problema droga ha affermato che non si può risolverlo solo con la distribuzione dei farmaci.

L’assessore Boscagli ha sottolineato anche il problema dell’invecchiamento della società, il cosiddetto inverno demografico che non viene risolto da un maggiore tasso di natalità degli immigrati che anzi dopo un certo periodo assumono il modello italiano e quindi anche il loro tasso di natalità diminuisce come quello degli italiani.

Per risolvere il problema del calo demografico, secondo l’assessore Boscagli, bisognerebbe essere aperti alla vita mettendola come priorità rispetto ad altri obiettivi o comodità.

Anche Paola Bonzi ha affrontato questo problema ponendo attenzione al riportare al centro la ricchezza sociale ed economica per la società prodotta dalla scelta delle mamme di stare a casa nei primi anni di vita del bambino, scelta che favorisce anche i rapporti genitori figli.

Il giornalista Zaccuri ha spiegato che il problema è soprattutto legato alla mentalità femminile che ritarda la maternità a favore di altre esigenze.

Zaccuri ha affrontato il tema dei media e famiglia e ha sottolineato che i mezzi di comunicazione sulla famiglia a volte passano messaggi positivi anche dove non sembra, come per esempio nella serie dei Simpson dove la solidarietà e l’unità familiare e la fedeltà coniugale sono alla base della storia; oppure alcune cose migliorano come, per esempio, quest’anno al grande fratello i concorrenti hanno sottolineato le sofferenze provocate dalla separazione dei genitori o dall’abbandono.

Ma spesso la TV offre modelli che potremmo dire “non tradizionali” non perché vuole imporli ma semplicemente perché fotografa una realtà in cui le persone che guardano i programmi si identificano o si riconoscono: ne sono un esempio alcuni serial tv italiani su famiglie con più separazioni e nuove unioni di separati.

Ma per Zaccuri il problema di come porsi davanti alla TV e i nuovi media, come internet e social forum, è più degli adulti che non degli adolescenti. Alcuni modelli dei media sono più pericolosi per gli adulti che per gli adolescenti perché questi ultimi in questo mondo sono nati ed hanno delle sensibilità che li aiuta a difendersi. Inoltre i ragazzi sono cresciuti in una società che già presenta modelli e famiglie con strutture diverse e che quindi hanno più difese rispetto alle TV perché già le vivono nella realtà.

Un altro problema è che la TV non si guarda più insieme, ognuno ha un televisore nella sua camera e poi con internet e i social forum ognuno naviga da solo. Il problema educativo non sta in quello che trasmettono la tv e i media, che puo’ essere buono o no come lo è sempre stato, ma è la cultura diffusa nella società, non c’è più educazione diffusa. Inoltre, Zaccuri ha sottolineato la mancanza tra genitori di famiglie diverse di un’alleanza educativa.

A volte poi i figli sono migliori dei genitori. Infatti, per il giornalista il problema vero è cosa trasmette la generazione adulta a quelle successive.

La serata si è conclusa con il dono ai relatori da parte del presidente del CCC San Benedetto, Paolo Tanduo, del libro delle attività del centro San Benedetto e del dono da parte del Movimento per la vita Ambrosiano del libro “Chi sono io?” sull’educazione alla sessualità.

Milano approfondisce San Paolo

Milano approfondisce San Paolo

Una mostra e incontri formativi in occasione dell’Anno Paolino

di Paolo Tanduo

MILANO, martedì, 12 maggio 2009 (ZENIT.org).- In occasione dell’Anno Paolino, il Centro Culturale “Alle Grazie” della comunità domenicana della Basilica di Santa Maria delle Grazie di Milano, il Centro Culturale Cattolico San Benedetto, la Fondazione Vittorino Colombo e il Coordinamento regionale dei Centri Culturali Cattolici della Lombardia hanno organizzato la mostra su San Paolo “Sulla via di Damasco. L’inizio di una vita nuova”.

La mostra è stata esposta dal 26 marzo al 19 aprile tutti i giorni presso la Sagrestia del Bramante della Basilica di santa Maria delle Grazie. Il Centro “Alle Grazie” e il Centro San Benedetto hanno predisposto e garantito migliaia di visite guidate.

Cinquanta volontari coordinati da Luca Tanduo e Paolo Tanduo (www.cccsanbenedetto.it) e padre Venturelli, tra cui studenti di liceo e universitari, si sono preparati partecipando a tre incontri formativi.

In totale hanno visitato la mostra circa 15.000 persone, compresi 50 gruppi tra cui scuole e gruppi parrocchiali. Sono state anche garantite visite guidate in inglese per i molti turisti stranieri di passaggio a Santa Maria Delle Grazie.

La mostra ha avuto il contributo dell’assessorato alla cultura del Comune di Milano, del Consiglio di zona 1, della Provincia, della consigliera regionale Dal Masso e del presidente del Consiglio Comunale Palmeri. I ringraziamenti vanno estesi anche al consigliere Fidanza e ai consiglieri CdZ1 Rognoni e Venturi, al vicepresidente della Provincia Mattioli e a Marcello Menni. della Fondazione Vittorino Colombo.

Oltre alla mostra sono stati organizzati e preparati insieme a monsignor Luciano Baronio tre incontri culturali: nel primo, sul tema “San Paolo, un uomo nuovo” sono intervenuti monsignor Franco Giulio Brambilla, che ha portato un saluto della Diocesi, Eugenio Dal Pane, direttore editoriale di Itaca, e monsignor Antonio Pitta, ordinario di Nuovo Testamento che ha aperto il suo intervento ricordando come S.Paolo distingua fra popolo di Dio, che rimane Israele e sul quale si innesta la fede dei gentili, e il corpo di Cristo, che è l’insieme dei credenti, ebrei e pagani.

Ha poi continuato sottolineando come nella visione dell’Apostolo l’essere uno in Cristo venga prima di ogni molteplicità e distinzione carismatica e ministeriale: ogni credente è parte del corpo di Cristo che è la Chiesa, in cui ogni carisma è importante e l’autorità si fonda sui carismi. S. Paolo non ha inventato il cristianesimo, ma ha approfondito la rivelazione di Cristo.

Una delle novità di San Paolo sta nella giustificazione che non deve però essere interpretata nel senso di predestinazione. Oggi anche tra mondo luterano e cattolico si è giunti ad una comune lettura: prima di tutto c’è la fede in Cristo. La salvezza è iniziativa di Dio e dono della sua misericordia, e non una conquista umana di cui l’uomo possa vantarsi davanti a lui. San Paolo afferma che non è la legge che salva, ma la fede in Gesù.

La morale paolina è l’amore come dono. La dimensione etica della vita cristiana scaturisce dalla persona, divenuta “nuova creatura”. Fondamento della nuova etica è il mistero pasquale. L’Antico Testamento non è abbandonato, ma si rilegge e si capisce a partire da Gesù. Non sono le Scritture che rivelano Cristo, al contrario è Cristo che rivela le Scritture.

Nella seconda iniziativa, padre Paolo Garuti (domenicano, biblista, docente di Scienze bibliche presso la Pontificia Università S. Tommaso di Roma e l’École Biblique di Gerusalemme) e monsignor Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia e presidente della Conferenza Episcopale della Turchia, hanno affrontato il tema “La legge e la libertà”.

Espressioni come “persona” o “dignità personale” rimarrebbero suoni vuoti se non avessero trovato una prima applicazione in teologia e successivamente nell’antropologia. E’ stato infatti dimostrato che nella storia dello spirito occidentale la concezione del Dio rivelata da Cristo appare come uno dei presupposti essenziali della libertà e dello sviluppo dei diritti umani. Uno sviluppo analogo non si constata nell’ambito culturale di altre religioni.

Cristo ha acceso la lotta per il riconoscimento della dignità e libertà umana proprio a partire dalla “parentela” intrecciata da Dio con l’uomo e rafforzata in Cristo. L’idea di libertà oggi è talmente esposta a fraintendimenti da indurre a credere che la crisi dell’Occidente sia una crisi dell’idea di libertà. E’ vera libertà la mancanza di vincoli? O l’autogestione dell’uomo ridotto alla funzione dell’avere? Una tale idea di libertà è certamente riduttiva, perché non rispetta la struttura comunicativa e relazionale dell’uomo.

E’ la libertà dell’individuo, non della persona. Gesù è l’uomo libero che libera. Questa libertà/liberazione ha trovato particolare sviluppo nella riflessione di Paolo. Nelle sue lettere l’Apostolo ha dato soluzioni concrete, all’interno di un mondo multietnico e multireligioso, a quesiti precisi che richiedevano una netta presa di posizione.

L’impegno di Paolo è stato quello di tradurre in vita concreta le conseguenze della fede in Cristo, dimostrando che l’eu-anghellion non impone prescrizioni, ma propone gratuitamente una libertà da accogliere e da fare propria. Nello spostare il baricentro da una religiosità che pone al centro l’io dell’uomo anziché il ‘tu’ di Dio, Paolo ci mette in guardia dall’abbaglio di fissarsi su un’immagine di Dio mistificata.

Non era lui, Saulo, che nel nome di Dio perseguitava i cristiani pensando così di dar gloria a Dio? E ancora ai nostri giorni non vediamo terroristi che fanno stragi nel nome di Dio? Tutto questo mostra quali implicazioni pratiche si abbiano nel riferirsi a Dio misurandolo con un metro umano. Nell’incontro con Cristo, l’Apostolo ha inteso che l’amore costituisce il primo e più importante principio della fede cristiana, nella persona viva e liberante come Gesù Cristo, capace di orientare in una nuova direzione tutte le proprie energie umane ed anche i propri valori religiosi di origine.

Secondo Paolo, il “devi” è diventato un “voglio”. Paolo mette in luce un doppio aspetto: l’uomo non può liberarsi da solo, ma abbisogna di un redentore e la libertà è un dono e il fine della sua azione salvifica.

Libertà, responsabilità e amore del prossimo sono perciò inseparabili. L’uso della libertà è sempre finalizzato al bene? E’ libertà lasciarsi vincere dall’impulso del momento? E’ sempre utile l’esercizio della libertà? Serve al bene della comunità? La libertà ad ogni costo può essere segno di immaturità e di infantilismo, mentre l’amore è sempre segno di vita adulta e responsabile. Paolo ci ricorda che possiamo essere liberi da e liberi di, se anzitutto siamo liberi in Cristo, cioè liberi innestati nell’amore.

Nella terza serata il tema è stato “Lettera ai Romani: il Vangelo per la metropoli”. Sono intervenuti Maria Grazia Mara, nota biblista, che ha riletto la Lettera ai Romani partendo dalla lettera di Diogneto, e monsignor Vincenzo Paglia, Vescovo di Terni che ha sviluppato la tematica evidenziando come dalle lettere di Paolo traspaia l’importanza della testimonianza del cristiano nella metropoli e nel mondo, e come al centro di questa testimonianza ci sia l’amore per l’altro.

SAN PAOLO UOMO NUOVO

Il centro culturale “Alle grazie” dei padri domenicani, il centro culturale “San Benedetto”, la Fondazione Vittorino Colombo, il Coordinamento regionale dei Centri Culturali Cattolici in occasione della Mostra organizzata presso la Sagrestia mdel Bramante a Santa Maria delle Grazie hanno organizzato un ciclo di tre serate, la prima delle quali si è svolta il 26 Marzo sul tema “San Paolo, un uomo nuovo”. Sono intervenuti S.E. Mons. Brambilla che ha portato un saluto della Diocesi, Padre Paolo Venturelli che ha nome dei Domenicani ha ringraziato tutti quanti hanno contribuito a realizzare il progetto su San Paolo e la mostra e poi Mons. Antonio Pitta, ordinario del Nuovo Testamento e Eugenio Dal Pane, direttore editoriale di Itaca. Ha introdotto la serrata e il ciclo degli incontri Mons Luciano Baronio responsabile del progetto culturale della CEI per le Diocesi delal Lombardia.

I prossimi incontri saranno venerdì 3 aprile, ore 21 “La legge e la libertà” presso la Parrocchia Sant’Apollinare, via Cabella 18 Baggio BUS 58,67 con Padre Paolo Garuti, biblista domenicano, docente presso l’Ecole Biblique di Gerusalemme e S.E. Mons. Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia – giovedì 16 aprile, ore 21 “Lettera ai Romani: il Vangelo della metropoli” presso la Basilica di Santa Maria delle Grazie con Maria Grazia Mara, biblista e S.E. Mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni.

Il prof. monsignor Antonio Pitta ha spiegato i punti di novità introdotti dalla teologia paolina.

S.Paolo distingue fra popolo di Dio, che rimane Israele e sul quale si innesta la fede dei gentili e il corpo di Cristo che è l’insieme dei cre­denti, ebrei e pagani. Ha poi continuato sottoli­neando come nella visione dell’apostolo l’essere uno in Cristo viene prima di ogni molteplicità e distinzione carismatica e ministeriale: ogni cre­dente è parte del corpo di Cristo che è la Chiesa, sempre dentro di essa, rendendo impossibile la dicotomia contemporanea che fa parlare di ade­sione a Cristo e non alla Chiesa;

Le membra sono parte di un corpo. I cristiani coi loro diversi carismi formano un corpo solo in Gesù Cristo. L’analogia del corpo mette in rilievo soprattutto l’unità  della vita: le membra della Chiesa sono unite tra di loro in base al principio della unità  nella identica vita che proviene da Cristo. «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? » (1Cor 6,15). Si tratta della vita spirituale, e anzi della vita nello Spirito Santo.

La Chiesa corpo di Cristo dove ogni carisma è importante e l’autorità si fonda sui carismi.

Esiste un “corpo” ecclesiale, coincidenza delle membra col corpo di Cristo.

  1. Paolo non ha inventato affatto il cristianesimo, ma ha approfondito la rivelazione di Cristo. Una delle novità di San Paolo sta nella giustificazione che non deve però essere interpretata nel senso di predestinazione, oggi anche tra mondo luterano e cattolico si è giunti ad una comune lettura: prima di tutto c’è la fede in Cristo.

San Paolo dice, non è la legge che salva ma la fede in Gesù. Per diventare cristiani non servono la circoncisione o le opere ma l’adesione a Gesù Cristo che con la morte in croce ci salva. Gesù ci rende uomini nuovi proprio come ha fatto con San Paolo, chiamato direttamente da Gesù e per questo vero apostolo.

La salvezza è iniziativa di Dio e dono della sua misericordia, e non una conquista umana di cui l’uomo possa vantarsi davanti a lui. L’osservanza della Legge non fondava dunque la giustificazione, ma costituiva il requisito necessario per rimanere nel patto con Dio non per entrarci.

Paolo scrive per dire come la circoncisione era negativa non in se stessa, bensì in relazione al Vangelo: a che cosa sarebbe servito più il Cristo, se la salvezza derivava dalla circoncisione e dalla Legge?

Paolo rivendica il titolo di apostolo con insolita insistenza e precisione, specificando che l’origine del suo apostolato non è umana, ma divina.

La morale paolina: l’amore come dono

La dimensione etica della vita cristiana scaturisce dalla persona, divenuta «nuova creatura». Per questo spesso Paolo unisce strettamente la narrazione dell’evento Cristo e l’esortazione a viverlo quotidianamente nella fedeltà alle norme, quali segni del cambiamento interiore. Fondamento della nuova etica è il mistero pasquale partecipato all’uomo nel sacramento del battesimo che rende figli di Dio e il dono dello Spirito propulsore dell’agire morale fino al compimento della storia. «Tutti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo […] tutti quelli che sono guidati dallo spirito di Dio, questi sono figli di Dio» (Gal 3,27-28; Rm 8,14). «Senza il legame con il kerigma, l’etica cristiana rischia di livellarsi a semplice moralismo situazionale e senza l’etica, il kerygma del vangelo corre il pericolo di essere mutato in una forma di gnosi disincarnata: tra lo Scilla del moralismo e il Cariddi del agnosticismo transita l’attualità dell’etica paolina». Il passaggio necessario è dalla legge/ortoprassi alla grazia dell’amore salvifico del Cristo.

Altro aspetto sottolineato da Pitta è che l’antico testamento non è abbandonato ma si rilegge e si capisce a partire da Gesù. Gesù permette di leggere l’Antico Testamento in modo nuovo. Non c’è e non deve esserci quindi una contrapposizione tra antico e nuovo testamento. Ciò che cambia è il punto di partenza, non il libro o la legge ma Gesù Cristo. Non sono le Scritture che rivelano Cristo, ma al contrario è Cristo che rivela le Scritture.

La serata si è conclusa, dopo la possibilità di alcune domande a mons Pitta, con la presentazione del significato della mostra da parte del dott Eugenio Dal Pane e una veloce visita alla mostra.

Paolo e Luca Tanduo 

LA PERSONA AL CENTRO DELLA CRISI ECONOMICA

LA PERSONA AL CENTRO DELLA CRISI ECONOMICA

In questo periodo viviamo una crisi finanziaria prima ed economica poi molto preoccupante e ci si pone la domanda se è davvero il capitalismo ad essere responsabile dei nostri problemi odierni?

Con questa domanda inizia l’introduzione di Luca Tanduo alle relazioni di Simona Beretta

Professore Ordinario Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà di Scienze Politiche e Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali e di Paolo Pugni Amministratore delegato di Adwice (Società di consulenza direzionale), autore dei libri “lavoro&responsabilità” e “leader con l’anima”.

Già nell’Enciclica Centesimus Annus, pubblicata da Giovanni Paolo II nel 1991 si aveva come risposta, ancora di straordinaria attualità e che dimostra la grande capacità anticipatrice della dottrina sociale: “Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia”, la risposta alla domanda iniziale è certamente negativa. Infatti non si può scindere l’economia dall’etica e dalla libertà dell’uomo come ha detto anche in un intervista al Corriere della sera Il presidente Bpm Mazzotta: «Non esiste un’economia libera senza un’etica. Quando l’etica non c’è, l’economia cessa di essere libera e probabilmente cessa pure d’essere un’economia….Se nella ricerca delle cause ci fermiamo ai dettagli tecnici dimentichiamo la cosa più importante: l’economia è nelle mani dell’uomo e della sua autonomia». Secondo il Papa, “la recente crisi dimostra come l’attività finanziaria sia a volte guidata da logiche puramente autoreferenziali e prive della considerazione, a lungo termine, del bene comune”.

Simona Beretta ci ha spiegato come la finanza funzioni come un contratto e che “Nel mondo della finanza si possono anche prendere scorciatoie, prestando e prendendo a prestito dentro relazioni anonime, ‘di mercato’, appiattite sul presente, con controparti che si intende abbandonare velocemente quando il vento cambia direzione. La tentazione della scorciatoia è forte perché sembra permettere di fare i propri affari in tutta libertà, senza creare legami stabili con nessuno: una finanza ‘liquida’ per una società liquida’”. Al contrario,, ricorda Beretta citando il recente discorso del Papa al Collège des Bernardins, durante il suo viaggio apostolico in Francia, “sarebbe fatale, se la cultura di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami”. “Almeno nel mercato finanziario – è la sua tesi – abbiamo la prova provata che la ‘libertà’ di comprare e vendere rischi finanziari su un mercato anonimo che non chiede l’impegno dei legami, alla lunga, si è davvero rivelata fatale.” I facili guadagni, che l’anarchia del mercato apre a tutti, allettano moltissimi allo scambio e alla vendita, con la promessa e con l’ansia di fare guadagni pronti e con minima fatica, la sfrenata speculazione fanno salire e abbassare i prezzi secondo il capriccio e l’avidità, con tanta frequenza, che mandano fallite tutte le sagge previsioni dei produttori. Ossia precisa Beretta: “quando si offusca negli operatori la consapevolezza della natura e del significato del fare finanza, la finanza smette di perseguire il suo scopo, essere il ponte fra risparmi e investimenti, e si autocondanna al fallimento nel medio e lungo periodo.” Le innovazioni giuridiche più “intelligenti”, ordinate al miglior funzionamento del mercato, possono ritorcersi contro il mercato stesso. Oggi potremmo riferirci all’utilizzo dei contratti derivati, elemento dominante della finanza globale, che consentono a taluno di assicurarsi contro il rischio ma si prestano a costruire ardite piramidi finanziarie virtuali. Il rischio sottolinea Beretta è una scienza economica separata dalla legge morale; e per conseguenza alle passioni umane si lasciò libero il freno. Quindi avvenne che in molto maggior numero di prima furono quelli che non si diedero più pensiero di altro che di accrescere a ogni costo la loro fortuna. A conclusione del suo intervento, dopo aver sottolineato anche le conseguenze dell’attuale crisi economica e delle precedenti speculazioni sui prezzi delle materie prime (generi alimentari e petrolio in particolare) sui paesi in via di sviluppo, Beretta pone la domanda: Cosa può voler dire nell’attuale crisi finanziaria, che è certamente la crisi di un sistema di potere economico, politico e culturale, la centralità dell’integrale sviluppo della persona, del lavoro umano nel suo pieno significato? La sua risposta rimanda al lavoro di chi fa intermediazione finanziaria, nella sua forma più semplice richiamandone cosi il vero significato e le potenzialità: raccoglie risparmi che devono essere prontamente disponibili ai depositanti che li ritirino, da un lato; dall’altro, individua impieghi del risparmio stesso “scommettendo” sulla capacità dell’imprenditore di realizzare la sua opera, crescere, restituire. Quando si “scommette” ciascuno confida nell’abilità dell’altro. Questa è una finanza “generativa”: sostiene imprese, opere, occasioni di lavoro; fa anche profitti, forse non mirabolanti, ma non virtuali.

Anche l’intervento di Paolo Pugni non può che partire da un riferimento alla crisi in atto. Dopo i recenti scandali del capitalismo americano e nostrano un fantasma si aggira infatti nel mondo del business e riempie di sé siti Internet e mission aziendali: l’etica. Virtù come “onestà, lealtà, sacrificio, magnanimità, umiltà” ritornano insistentemente nel frasario delle aziende, suscitando non pochi interrogativi. Sempre più di frequente le aziende parlano di etica, di codice di condotta, di valori. Perché ne hanno bisogno: da un lato per riconquistare la fiducia di mercati ed investitori, dopo gli scandali di inizio millennio, dall’altro perché si sono rese conto che la dimensione che oggi conta per fare affari è quella relazionale, umana, diretta. E per stabilire relazioni schiette e profonde con i clienti c’è bisogno di persone ricche di umanità. Il mondo del lavoro sta dando indicazioni e mostrando un modello che è anni luce lontano da quello dell’uomo che non deve chiedere mai. Paolo Pugni si spiega con un esempio:”una delle prime regole del marketing è “non dare mai ad un prodotto un nome che possa apparire ripugnante ai clienti”. Ora, ci sono stati anni recenti dove profumi di marca si chiamavano “Egoiste” e “Arrogance”. Evidentemente perché egoismo e arroganza erano percepiti come valori. Oggi vedo comparire, nei principi e nei valori di molte aziende, la parola umiltà: un bel cambiamento, no?.”

Paolo Pugni ha sottolineato la centralità della persona, la risorsa umana come valore determinante è appunto una recente riscoperta del mondo economico: “Essere veramente buoni rende”, aumenta la fiducia necessaria al buon andamento dell’economia. L’esigenza è di “ripartire dalla persona”. Infatti, se non so chi è l’uomo, tutto l’impegno etico della nuova economia è come privo di fondamenta.

Investire sulla persona, sulle sue capacità, sulla sua creatività e rimettere al centro l’etica e la via per rispondere alla crisi.

Affidiamo la conclusione alle parole di Benedetto XVI nell’omelia del primo gennaio 2009 indicando l’esempio di Maria: “Dio si era fatto povero per noi, per arricchirci della sua povertà piena d’amore, per esortarci a frenare l’ingordigia insaziabile che suscita lotte e divisioni, per invitarci a moderare la smania di possedere e ad essere così disponibili alla condivisione e all’accoglienza reciproca”.

Paolo e Luca Tanduo