LA POLEMICA SUL MEDIOEVO

LA POLEMICA SUL MEDIOEVO

In passato si leggeva con grande profitto il libro di un grande medievista, Giorgio Falco, intitolato La polemica sul medioevo, un’opera che conserva tutto il suo valore anche se ora raramente viene citata o consultata. Possiamo cogliere l’occasione della presente nota per richiamare un insegnamento importante.

Le radici d’Europa                   La civiltà occidentale ha un’origine composita. Senza alcun dubbio tutti ammettono la componente greco-romana. Dalla Grecia l’occidente ha ricevuto la sua concezione dell’arte, della scienza e della filosofia mantenute per due millenni e mezzo, naturalmente coi dovuti sviluppi. Ancora adesso consideriamo Omero il più grande poeta epico. Tucidide per molti rimane il più significativo storico della tradizione occidentale: quando qualcuno ripete che non si può scrivere la storia contemporanea ignora che Tucidide l’ha fatto in modo insuperato e che noi conosciamo i venti anni della guerra del Peloponneso forse con più chiarezza della storia del risorgimento italiano, che non ha mai avuto uno storico altrettanto lucido nel giudicare gli avvenimenti. Per quanto riguarda l’architettura o la scultura è difficile immaginare un periodo più creativo di quello rappresentato dall’arte greca del V secolo a.C al punto che in seguito si sono avuti veri e propri rinascimenti della visione artistica dei greci, rimasta una specie di termine di paragone. La civiltà romana ebbe il merito di assimilare la cultura greca dandole universalità. I cristiani, a loro volta, accettarono pienamente la cultura greco-romana perché, nella misura in cui era vera, appariva perfettamente compatibile col messaggio cristiano: Ambrogio di Milano e Agostino di Ippona operarono la sintesi più geniale di queste tre radici d’Europa. La quarta componente è rappresentata dal germanesimo. Le rudi tribù germaniche che entrarono entro i confini dell’Impero romano d’Occidente inserirono nella componente antica un dinamismo sconosciuto a quella civiltà, la passione per l’avventura, per la libertà, per l’esplorazione che hanno dato all’occidente il suo volto definitivo. Tuttavia, dobbiamo ricordare che l’assimilazione delle tribù germaniche fu molto lenta e che i secoli tra il V e il XV furono caratterizzati dal rimpianto dell’antico splendore dell’Impero romano.

Quando è nato il termine “medioevo”?                 All’inizio del XV secolo, nell’età che definiamo dell’Umanesimo, avvenne la riscoperta di molti codici contenenti le opere degli scrittori antichi, sia greci sia romani. Fino a quel momento il latino impiegato nei documenti o parlato nelle università dai dotti era una lingua che aveva subito le trasformazioni proprie delle lingue vive che continuamente evolvono. Dopo la riscoperta degli antichi codici, gli umanisti vollero tornare al latino di Cicerone e Virgilio, giudicando decadente la lingua successiva. Alcuni umanisti come Giovanni Pontano arrivarono a scrivere poemi in esametri latini formati da veri e propri calchi di espressioni antiche, escludenti come spuri gli sviluppi linguistici successivi. Fu naturale perciò il formarsi di una convenzione ad excludendum di tutto ciò che era stato composto dalla fine dell’impero romano fino al momento in cui gli umanisti potevano scrivere esultanti renascuntur humanae litterae, oppure Oh tempora, oh mores, juvat vivere! I secoli che stavano in mezzo furono definiti media tempestas, ovvero medioevo soprattutto a partire nelle opere dei protestanti che, dopo la riforma operata da Lutero, amavano presentarsi come coloro che ristabilivano il contatto coi primi cristiani, quando erano perseguitati e il papato non aveva iniziato la sua riprovevole lotta contro l’impero romano di nazione germanica. Il “via da Roma” di Lutero comportava l’allontanamento anche dal latino rozzo utilizzato dalla Chiesa di Roma. Col concilio di Trento, la Chiesa cattolica attuò una serie di riforme interne che la riportarono su posizioni di notevole successo anche in campo artistico e culturale, oltre che politico. Questo fatto divenne manifesto soprattutto al tempo dell’egemonia della Francia nel XVII secolo, al tempo del re Luigi XIV, quando Versailles sembrò per qualche anno la capitale del mondo. Nel 1683 Luigi XIV decretò la revoca dell’editto di Nantes, obbligando gli ugonotti (i calvinisti francesi) ad abbandonare la Francia o a convertirsi. Coloro che se ne andarono decisero di dar vita a un’operazione culturale profondamente ostile al cattolicesimo e alle nazioni che non erano passate alla riforma. La nascente massoneria fece proprie le istanze anticattoliche e antispagnole con grande diffusione in Inghilterra e in Germania, anche se l’illuminismo, come movimento culturale, ebbe i suoi rappresentanti più noti proprio in Francia.

Perché gli illuministi disprezzavano il medioevo?                   Tra gli illuministi e l’epoca precedente si frappone la creazione della scienza moderna con Galilei, Cartesio e Newton. Cartesio finì per disprezzare tutta la filosofia precedente la sua, perché non avrebbe risolto alcuno dei problemi affrontati: solamente col metodo matematico si poteva disporre di una scienza sempre progressiva, dal momento che solamente i folli mettono in discussioni i teoremi matematici una volta dimostrati in modo rigoroso. Galilei indicò alla scienza il cammino che doveva percorrere, ossia non cercar di sapere perché i gravi cadono, bensì come essi cadano, misurando le grandezze fisiche implicate nel movimento col rigore della matematica, dal momento che il gran libro della natura è scritto con caratteri matematici e che solamente coloro che li conoscono possono leggerlo. Newton è il creatore della meccanica razionale, ossia la scienza che permise all’astronomia di compiere progressi divenuti esemplari per la formulazione delle scienze della natura. L’Ottica di Newton divenne così famosa che nel XVIII secolo furono molte le persone ad allestire un laboratorio di fisica in casa propria per effettuare esperienze. In quegli anni in Francia si sviluppò una nota Quérelle des ancien et des modernes, col risultato che occorreva abbandonare gli antichi perché i moderni in tutto avevano potuto competere con successo con loro anche sul piano artistico e letterario, superandoli nettamente sul terreno scientifico. Kant riassunse tutto ciò affermando che oggetto di vera scienza è solamente ciò che è misurabile, mentre ciò che si può pensare senza contraddizione, ma senza poterlo misurare, è solamente noumeno. La teologia, la psicologia, la cosmologia razionali per Kant non sono vere scienze, ma solo aspirazioni dell’animo umano. Poiché esse formano l’ambito della metafisica, Kant affermò che la metafisica non è una scienza. Considerando il fatto che i medievali si erano occupati quasi esclusivamente di teologia, appare chiaro perché gli illuministi non amassero il medioevo, approdando all’ateismo o almeno al deismo che li collocava fuori del cristianesimo. L’epoca illuminista fu conclusa dalla rivoluzione francese che per qualche anno tentò di sopprimere il culto pubblico cattolico in Francia.

La riscoperta romantica del medioevo                   Dopo le guerre europee della rivoluzione francese e di Napoleone seguì la reazione che va sotto il nome di “Romanticismo”, ancora una volta con sviluppo prima in Inghilterra e Germania e poi nel resto del continente europeo. In Inghilterra avvenne la raccolta delle ballate scozzesi e la pubblicazione dei Canti di Ossian di Mac Pherson. Nel 1798 la pubblicazione delle Ballate liriche di Wordsworth e Coleridge fu salutata come l’inizio di una nuova epoca. In Germania i fratelli Grimm iniziarono un secolo di studi filologici che hanno avuto incredibile importanza, riscoprendo l’antica letteratura in lingua alto tedesca. La stessa cosa avvenne per le letterature delle lingue romanze. Ciò significò un ritorno al medioevo di cui fu compresa l’importanza per la storia delle principali nazioni europee che perciò furono invitate ad abbandonare il tanto vantato internazionalismo della cultura illuminista per rivolgersi alle radici esclusive della cultura nazionale. Nessuno più parlava di oscurantismo medievale perché il medioevo presentava luci meravigliose per chi fosse in grado di captarle. Qualcosa del genere avvenne anche per la filosofia con la riscoperta dei grandi pensatori medievali, con le arti figurative, specialmente l’architettura. Di fatto nel secolo XIX furono completate molte cattedrali gotiche rimaste incompiute e ne furono edificate di nuove in stile gotico o romanico. A partire da quel momento in tutta Europa si ebbe l’inizio di un profondo rispetto per l’antico decidendo la protezione di quegli edifici o di quei manufatti che in precedenza non avevano ricevuto tante cure a causa della passione per il moderno. Perciò si può affermare che solamente le mezze culture, ossia coloro che non conoscono la ricchezza della cultura medievale, possono ripetere assurdi pregiudizi che non hanno altro significato che la polemica anticattolica.

Positivismo e teorie del progresso     Nella seconda metà del XIX secolo ci fu una ripresa dello scientismo in concomitanza coi successi della cultura borghese. Comte codificò la concezione per cui l’umanità è costantemente progredita passando da un’epoca religiosa, caratterizzata dall’attribuzione a forze divine di tutto ciò che l’uomo non conosceva, a un’epoca metafisica che costruiva teorie razionali senza fondamento matematico. Finalmente avvenne la creazione di vere scienze come l’astronomia, la fisica, la chimica, la biologia e la sociologia che avevano il compito di rendere inutile la filosofia e la religione, ormai da studiare come si fa coi fossili. Anche il positivismo come l’illuminismo sopravvive presso gli spiriti pigri che amano le generalizzazioni ideologiche, dispensandosi dal dovere di cercare più in profondità.

La vittoria della ragione                   Il sociologo americano Rodney Stark ha pubblicato un interessante studio, pubblicato anche in Italia nel 2006 col titolo La vittoria della ragione dall’editore Lindau di Torino. La tesi è la seguente. Come tutti sanno e ammettono, l’istituzione culturale più importante del medioevo occidentale è costituita dai monasteri che in qualche modo discendono da quello di Montecassino, fondato nel 529 da san Benedetto.

Il concetto di monastero                   Il monastero si presenta come una casa bene ordinata, aperta a tutti, romani e barbari, a patto che questi ultimi accettino le norme profondamente razionali che la regolano. I monaci non portano armi, pur essendo immersi in una società di tipo eroico-barbarico che conosce come unico modello l’uomo armato, in grado di risolvere i problemi dell’esistenza con la spada. Nel monastero ciascuno contribuisce al bene comune col proprio lavoro e perciò si praticano, e si tramandano, una cinquantina di mestieri necessari alla vita di una piccola comunità che deve risultare autosufficiente, dal contadino al sacerdote, dal tessitore al bottaio, dal fabbro al miniatore. I monaci devono provvedere al servizio liturgico che esige persone letterate per insegnare a leggere e scrivere, e amanuensi che possano riscrivere i codici che si consumano. Sapendo di vivere in un’epoca rozza, i monaci hanno fatto tesoro di tutti gli scritti della letteratura pagana, greci e latini, nella speranza di mettere al servizio del vangelo alcuni modelli retorici rimasti insuperati. Nonostante saccheggi e distruzioni alcuni monasteri sopravvissero per secoli e dopo il Mille, quando le scorrerie di Magiari, Saraceni e Vichinghi diminuirono o cessarono, poterono fungere da avamposti per la ripresa agraria d’Europa, quando la pressione demografica cominciò a salire. Fino alla grande peste dell’anno 1348 i monasteri furono i più razionali centri di produzione e di selezione dei prodotti agricoli; furono centro di mercato e di scambio di merci diverse; fornirono la prima forma di credito (in questo senso è anche troppo nota la vicenda dei Templari); inventarono le prime macchine come i mulini ad acqua; conservarono le tecniche edilizie per la costruzione di gradi edifici; promossero il drenaggio dei terreni paludosi di pianura che risultano i più opportuni per l’agricoltura; inventarono anche la cappa del camino per i focolari aperti con un buon tiraggio in grado di eliminare il fumo dalle stanze. In una parola, la razionalizzazione del ciclo economico fu opera in primo luogo dei monasteri, appresa in seguito dalle maestranze laiche dei comuni. Anzi, il successo in qualche modo finì per risultare eccessivo, perché all’inizio del XIII secolo la ricchezza dei monasteri apparve inopportuna, quasi un insulto alla povertà dei contadini, alcuni dei quali come i Bogomili e i Catari arrivarono a staccarsi dalla Chiesa accusandola di non vivere secondo i consigli del Vangelo. San Francesco, perciò, dette vita a un ordine di frati mendicanti che non dovevano possedere una dotazione di beni iniziale, dal momento che dovevano vivere del loro lavoro e, in sua mancanza, di elemosina, vestendo un rozzo saio di tessuto grossolano, avendo per cintura una corda, perché il cuoio appariva un lusso superfluo.

La fine del patrimonio ecclesiastico    È noto che il patrimonio fondiario, dissodato e mantenuto dai monaci, al tempo della Riforma protestante fu giudicato mal amministrato, perché aveva una destinazione non economica bensì sociale. A conti fatti, la Riforma stessa alla fine risultò un enorme trapasso del titolo di proprietà dai monasteri ai principi. La stessa cosa avvenne per il patrimonio ecclesiastico francese, chiamato a risolvere i problemi del debito pubblico della Francia alla fine del XVIII secolo. Nel corso del nostro Risorgimento la Chiesa fu privata di uno Stato che aveva più di mille anni di vita. Gli edifici ecclesiastici, fatte salve le chiese, furono confiscati per alloggiare ospedali, scuole, caserme che il nuovo Stato unitario volle istituire in fretta per timore di eventi controrivoluzionari.

TORRESANI

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