San Carlo e la sua passione per l’uomo

La più grande riforma.

San Carlo e la sua passione per l’uomo

San Carlo era nato nel 1538 ad Arona, sulla Rocca dei Borromeo, padroni del Lago Maggiore e delle terre rivierasche. Quando morì il vescovo di Novara, san Carlo aveva solo 46 anni, ma era già sfinito per le fatiche, i digiuni, le malattie. Gli riferirono la notizia come un rimprovero: «Quel sacerdote è morto perché non sapeva risparmiarsi». Ma lui, tranquillamente, rispose: «È così che deve morire un vescovo». Chiunque incontrava san Carlo restava colpito dalla sua forza, dalla tenacia, dall’instancabile impeto di costruzione. Il suo amico san Filippo Neri, un giorno, si chiese: «Ma quest’uomo è di ferro?». Eppure il suo fisico era debole, provato dalle continue penitenze e perfino dalle pallottole conficcate nella carne a causa di un attentato. Il rigore alla base del suo insegnamento, riportò l’ordine e la disciplina nei conventi, con un tal rigore da buscarsi un colpo d’archibugio, sparato da un frate indegno, mentre stava pregando nella sua cappella. Ma egli era forte perché amava.

Tutto cominciò quando Carlo aveva 22 anni, Chiamato a Roma, venne creato Cardinale. Allora si diceva di lui che fosse il vero padrone della Chiesa: nipote del papa, ne era il collaboratore più diretto e autorevole, e accumulava cariche, privilegi e responsabilità. L’ascesa pareva inarrestabile, quando, ad un tratto, tutto cambiò. Carlo restò impressionato dalla morte del fratello, che era, come lui, nel pieno della gloria. Incontrò padre Ribera, e capì che la salvezza di se stesso importava più di tutto il mondo. Da allora iniziò una vita di preghiera e penitenze, fu sacerdote per il popolo, pastore, guida e compagno per tutti quelli che incontrava.

Il concilio di Trento ribadì l’obbligo di residenza dei vescovi nelle proprie diocesi. San Carlo fu nominato vescovo di Milano nel 1564 e subito vi si trasferì. Entrò trionfalmente a Milano, destinata ad essere il campo della sua attività apostolica. La sua arcidiocesi era vasta quanto un regno, stendendosi sulle terre in Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria e Svizzera.

A Milano l’ignoranza in materia religiosa era così profonda che molti avevano perso la cognizione di Dio, restavano senza sacramenti per anni. C’erano conventi dove le suore si cofessavano dalle badessa, monasteri usati come sale da ballo, chiese utilizzate per battere il grano. Si diceva “Milano ha le bettole sempre più pine e le chiese sempre più vuote”. Il giovane Vescovo visitò la Diocesi in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e della condizione dei fedeli. Profuse, inoltre, a piene mani, le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. Nello stesso tempo difese i diritti della Chiesa contro i signorotti e i potenti. Fu l’anima della riforma Tridentina, fondò seminari, riformò congregazioni, diede vita a molte opere di carità, edificò ospedali ed ospizi per i poveri. Soprattutto fu sacerdote vicino alla gente, dimostrando con la sua stessa vita che non c’è passione per Cristo senza passione per l’uomo. Fondò e sostenne tante forme di servizio per i più poveri, tra le altre il “Monte di pietà” per sottrarre allo sfruttamento degli usurai i bisognosi di denaro, la “Casa di Santa Maria Maddalena” per aiutare le donne che volevano uscire dalla prostituzione. Fino all’ultimo, continuò a seguire personalmente le sue fondazioni, contrassegnate da una sola parola: Humilitas.

Operò con intensità e determinazione nell’opera educativa in particolare rivolta ai giovani. A Milano esistevano già da tempo le “Scuole della dottrina cristiana” che lui irrobustì e regolamento con sapienza, al suo arrivo le scole erano 28, alla suo morte se n conteranno 740 con oltre 40.000 scolari.

Quando a Milano scoppiò la peste nel 1576 egli non scappò, ma assistette personalmente gli ammalati. Spesso ripeteva: «Gesù ha sofferto per noi cose molto più grandi, ripaghiamo l’amore con l’amore». Sul suo esempio molti sacerdoti e frati rimasero a Milano. Non si fermava mai. Visitò per due volte tutte le parrocchie della diocesi, la più popolosa del mondo. Normalmente fissava le visite nei mesi più caldi perché, diceva lui, «è bello fare del bene nelle giornate che molti dedicano al riposo». E siccome le ore più afose del pomeriggio invitano al sonno, in quelle ore, per non perdere tempo, viaggiava.

San Carlo traeva la sua forza dalla preghiera Nella preghiera trovava la ragione e la forza del suo lavoro. Se di giorno era troppo occupato pregava di notte. Egli era famoso anche per le penitenze e la capacità di sacrificio.

La santità di Carlo fu come un bagliore nella notte della crisi protestante, delle lotte politiche, della povertà. Da lui impariamo che non c’è cambiamento del mondo senza conversione del cuore, che non c’è riforma della Chiesa senza riforma dell’io. È per questo che i nostri tempi, pure così difficili, sono tanto belli: perché è chiaro che la fragile creatura, l’io umano, è l’unico punto da cui si può ripartire.

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MISSIONE AIDS

MISSIONE AIDS

Venerdi 24 Ottobre 2008 presso “Il Gabbiano” in via Ceriani 3 IL Centro Culturale Cattolico San Benedetto insieme al Movimento per la Vita Ambrosiano hanno organizzato un incontro sui temi della Missione con particolare attenzione al problema dell’AIDS. Sono intervenuti la Dott.ssa Chiara Atzori Medico infettologo presso ospedale Sacco di Milano e il Dott. Alberto Reggiori Medico Missionario AVSI per 10 anni in Uganda.

La dott.ssa Atzori ha presentato alcuni dati sulla diffusione dell’AIDS e sulle cause e i fattori di rischio analizzando poi le prospettive di cura e gli attuali protocolli che si usano in Italia e nel mondo mettendo in evidenza la loro complessità ed anche le prospettive future della medicina. Il dott. Reggiri ha raccontato la sua esperienza in Uganda, la realtà di questo paese e di come partendo anche dall’aspetto educativo questo paese gravemente colpito dall’AIDS abbia saputo, meglio di altri prendere atto del problema ed affrontarlo.

PAPA E AIDS / 1 « PAROLE INOPPUGNABILI »  Come infettivologo coinvolto da anni nella diagnosi e cura dell’infezione da Hiv, e che ha avuto la fortuna di poter lavo­rare anche in aree dell’Africa subsahariana ben prima che diventasse terreno di ricolo­nizzazione culturale ed eco­nomica, scrivo per esprimere innanzi tutta la mia vicinanza a Benedetto XVI in viaggio in Africa. Sono allibita dalla viru­lenza con cui viene attaccato a proposito della sua lapalissia­na constatazione, scientifica­mente inoppugnabile, a pro­posito della priorità dell’a­spetto educativo sull’esercizio della sessualità rispetto alla semplificazione del tema del­la prevenzione ridotto a pura diffusione dell’utilizzo del pro­filattico. Stupisce che a più di 25 anni dalla conoscenza del­l’epidemia e delle modalità di trasmissione, la difficoltà di molti del prender atto dell’i­nefficacia della proposta di « i­nondare il mondo di preserva­tivi » come criterio risolutivo per arginare l’allargamento a macchia d’olio del numero di infezioni. Stupisce la pervica­cia nel non riconoscere l’enor­me numero di dati accumula­ti a propositi della evidenza di potere solo ridurre il rischio di infezione ma non certo di eli­minarlo, dato emerso già dagli studi di metanalisi su coppie sierodiscordanti come quello di Weller e di Pinkerton del 1993. Anche nello studio più cautelativo, che irrealistica­mente escludeva tutti i possi­bili ( e frequentissimi) « inci­denti di percorso» (rotture, sci­volamento, cattiva qualità ecc. del condom) si arrivava a dare un margine di rischio infettivo del 5% in tal modo addirittura eccedendo il parametro di ef­ficacia contraccettiva del pre­servativo stesso, che si attesta sull’ 85%. Oggi non si può cer­to ignorare che il « sesso sicuro con il preservativo » non esiste. E questo tralasciando tutti gli aspetti di resistenza psicologi­ca, emotiva, addirittura aller­gica (l’allergia al lattice è in cre­scita esponenziale ovunque) che rendono ben più che un semplice problema morale quello del « sacchettino magi­co » . Ma tant’è. Anche in Italia alcuni esperti glissano e si i­nalberano continuano a pro­clamare che il preservativo è sicuro al 100% e che quella è la soluzione per il problema Hiv. Non parliamo dell’ideologico silenzio sul successo della po­litica ugandese dell’Abc ( Ab­stinence, Be faithful and Con­dom) documentata non dal Va­ticano ma anche da un socio­logo laicissimo di Harward, Edward Green nel suo « Rethinking Aids prevention learning from successes in de­veloping Countries » del 2003. Fa male, soprattutto, la vergo­gnosa « dimenticanza » soprat­tutto dalla realtà evidente che le reti di assistenza, vicinanza e cura dell’Aids nei Paesi afri­cani, oggi percorse in lungo e in largo da miriadi di neofilan­tropi ( spesso miliardari), atto­ri e « personaggi » a caccia di fa­cili consensi, esistono grazie al lavoro silenzioso, costante e pluridecennale di missionari e volontari cristiani che ben pri­ma che i burocrati e politici che oggi strepitano si accorgessero del problema si erano rimboc­cati le maniche curvandosi sul­le persone infette o malate. Grazie dunque a Benedetto X­VI che con serena fermezza non evita di andare al nodo dei problemi antropologici: la pre­venzione efficace dell’infezio­ne dell’Hiv riguarda l’esercizio della ragionevolezza e della li­bertà intera dell’uomo, non è riducibile ad un sacchettino di lattice o peggio ancora a un cri­terio che riguarda la persona solo dall’ombelico in giù. È dalla riconnessione della ra­gione con il primo organo ses­suale dell’uomo, il suo asse « cuore- cervello » , che può sca­turire la vera svolta per conte­nere questo dramma in atto.  Chiara Atzori

GALILEO. MITO e REALTà

GALILEO. MITO e REALTà

Il Centro Culturale Cattolico San Benedetto, all’interno delle iniziative della Sagra di Baggio in Milano, ha allestito presso la Chiesa Vecchia la mostra: “Galileo mito e realtà”. La mostra ha offerto un approfondimento di tipo storico e culturale oltre che l’occasione di per riflettere sul rapporto tra fede e scienza e conoscere meglio una vicenda storica molto dibattuta e una vicenda umana singolare: quella di Galileo Galilei. La mostra è stata inaugurata Martedì 14 Ottobre ore 21 con l’intervento dell’ing. Mario Gargantini autore della mostra e Giornalista Scientifico e del Presidente del CdZ7 Pietro Accame. La mostra è stata aperta da martedì 14 a domenica 19 ottobre 2008, dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 19, domenica con orario continuato, presso la Chiesa Vecchia in via Cerini, un contesto meraviglioso. L’apertura infrasettimanale e specialmente durante la mattina ha permesso a diverse classi delle scuole medie di Baggio di visitare la mostra, particolarmente apprezzata è stata la possibilità di eseguire gli esperimenti che mostravano le teorie di Galileo (il piano inclinato, la caduta dei corpi). Una classe di liceali dopo aver visitato la mostra ha sentitamente ringraziato per la possibilità di visitare la mostra con l’aiuto di ottime guide. Un ringraziamento particolare va a tutti i volontari del CCC San Benedetto che dopo essersi preparati hanno garantito la possibilità di avere per tutto il periodo delle visite guidate. Durante il fine settimana la mostra è stata visitata da migliaia di persone, dai bambini agli adulti, molte delle quali hanno lasciato testimonianza del loro apprezzamento sul libro delle visite e ringraziando le guide. La mostra ha offerto non soltanto una lettura storiografica della vicenda galileana, ma ha anche fatto emergere l’esperienza di Galileo in tutte le sue dimensioni mettendo in particolare rilievo l’importanza del metodo scientifico da lui introdotto: osservazione, ipotesi, teorema matematico, esperimento. Ha presentato un’immagine di scienza non riduttiva, ha mostrato che all’interno di un’esperienza di fede anche la scienza trova la sua giusta collocazione, ristabilendo alcune verità storiche. La modalità espositiva ha ricreato l’ambiente storico, sociale, culturale e religioso dell’epoca, che corrisponde alla nascita della modernità, mostrandone i fermenti, i contrasti e la straordinaria creatività nell’Italia del fine 1500 inizi 1600. La mostra, infine, ha riletto l’intera vicenda e le sue conseguenze storiche, alla luce della scienza odierna e delle sue più profonde esigenze. L’itinerario espositivo comprendeva quattro “stanze”: ‘I maestri di Galileo’, ‘Galileo e la conoscenza’, ‘Il processo’, ‘Il dopo-Galileo’.’ Nella mostra viene ripercorso il processo i cui capi d’imputazione furono: sostegno alla tesi di Copernico, insegnamento della stessa a molti discepoli. Inoltre, Galileo è ritenuto colpevole di aver ignorato, nella sostanza, l’ammonimento del 1616 del cardinal Bellarmino. Galileo viene giudicato colpevole quindi innanzitutto per la sua disobbedienza. La condanna comprende anzitutto l’abiura e consiste nel recitare per tre anni una volta alla settimana i sette salmi penitenziali, affinché Galileo non resti del tutto impunito. Per riflettere quale fu il modo di porsi della Chiesa significativa è la dichiarazione autografa del Cardinale Bellarmino “…quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel terzo cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, allora bisognaria andar con molta circospezione in esplicare le Scritture che paiono contrarie e più tosto dire che non l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra”. Galileo non aveva questa dimostrazione che fu possibile solo 200 anni dopo con la misura dell’angolo di parallasse. Giovanni Paolo II. Un anno dopo la sua elezione, coglie tutti di sorpresa invitando teologi, scienziati e storici, con spirito di sincera collaborazione, ad “approfondire l’esame del caso Galileo, riconoscendo lealmente i torti, da qualunque parte essi vengano”. Giovanni Paolo II in un certo senso chiude il caso, parlando di “una tragica reciproca incomprensione” che, anche in forza dei recenti studi, “appartiene ormai al passato”. Giovanni Paolo II a scienziati e studenti a Colonia (15/11/1980) anche la scienza è una strada verso il vero; poiché in essa si sviluppa il dono di Dio nella ragione, che secondo la sua natura è destinata non all’errore, ma alla verità della conoscenza. Oggi è la Chiesa che prende le difese: – della ragione e della scienza, della libertà della scienza, del progresso a servizio di una umanità, che ne abbisogna per la sicurezza della sua vita e della sua dignità. In merito alla vicenda Galileo e al rapporto scienza-fede significative sono anche le dichiarazioni di Benedetto XVI ha pronunciato il 6 GIUGNO 2006 incontrando i giovani in Piazza S. Pietro “Il grande Galileo ha detto che Dio ha scritto il libro della natura nella forma del linguaggio matematico. Lui era convinto che Dio ci ha donato due libri: quello della Sacra Scrittura e quello della natura. E il linguaggio della natura – questa era la sua convinzione – è la matematica, quindi essa è un linguaggio di Dio, del Creatore”. “Adesso ci sono anche teorie del caos, ma sono limitate, perché se il caos avesse il sopravvento, tutta la tecnica diventerebbe impossibile. Solo perché la nostra matematica è affidabile, la tecnica è affidabile. “Appare il disegno della Creazione”…..a questo punto……. “ci sono solo due opzioni”: “Dio o c’è o non c’è”: “Se guardiamo alle grandi opzioni, l’opzione cristiana è anche oggi quella più razionale e quella più umana. Per questo possiamo elaborare con fiducia una filosofia, una visione del mondo che sia basata su questa priorità della ragione, su questa fiducia che la Ragione creatrice è amore, e che questo amore è Dio”. “diventa anche di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme.” Discorso di Benedetto XVI al 4° Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona 2006

Ambiente: quale speranza?

ambiente_speranzaZI08092604 – 26/09/2008
Permalink: http://www.zenit.org/article-15540?l=italian

Ambiente: quale speranza?

In un incontro a Milano si è discusso di ecologia umana

MILANO, venerdì, 26 settembre 2008 (ZENIT.org).- Per iniziativa del Centro Culturale Cattolico San Benedetto si è svolto a Milano, il 18 settembre, presso l’oratorio San Luigi della parrocchia di santa Apollinare, un incontro sul tema “Ambiente: quale speranza?”.

Secondo Luca e Paolo Tanduo, i gemelli che dirigono il centro culturale e che hanno promosso e organizzato l’incontro, lo scopo era quello di “affrontare le tematiche ambientali considerando l’uomo non come il problema ma come risorsa” con l’intento di “sviluppare un parametro culturale ottimista, diverso da quello dominante, non più basato sul conflitto tra attività lavorative e ambiente”.

Nell’ambito dell’incontro il prof. Ernesto Pedrocchi, Ordinario di Energetica del Dipartimento di Energetica al Politecnico di Milano, ha analizzato le diverse fonti energetiche utilizzate dall’umanità, illustrando il ruolo ed il futuro dell’energia nucleare.

Il docente, autore di più di 125 tra libri e lavori scientifici, ha fatto presente che dall’incidente di Chernobyl (1986) si è avuto quasi un raddoppio dell’energia annua prodotta da impianti nucleari, e che in termini futuri nel solo 2007 nel mondo risultano in costruzione 34 nuovi reattori, mentre 38 sono stati programmati, 100 pianificati e 200 proposti.

Il prof. Pedrocchi, che ha appena pubblicato insieme a Carlo Lombardi il libro “Introduzione all’energia nucleare” (edizioni Polipress del Politecnico di Milano), ha spiegato che la fonte nucleare è più vantaggiosa ed efficiente perché utilizza un combustibile, l’uranio, che a parità di massa produce 10.000 volte più energia del petrolio.

“Inoltre – ha aggiunto – l’uranio è presente a diverse concentrazioni in tutto il suolo e l’acqua terrestre”, e “con le nuove tecnologie autofertilizzanti, diventerà praticamente inesauribile”.

Per quanto riguarda le scorie, il prof. Pedrocchi ha respinto l’allarmismo diffuso, cercando di far capire la dimensione del problema.

“Un reattore nucleare di 1000 MWe di potenza – ha spiegato – produce ogni anno 4 metri cubo di scorie vetrificate” per questo “si può calcolare che durante tutta la vita di un reattore nucleare si producono rifiuti corrispondenti ad un appartamento di dimensioni medie”.

“Mentre – ha rilevato – una centrale a carbone di pari potenza produce ogni anno circa 40.000 metri cubi di ceneri e rifiuti che contengono 3000 metri cubi di metalli tossici che non possono essere dispersi nell’ambiente. A questi si aggiungono i fumi rilasciati dal camino”.

In termini di sicurezza, secondo il docente di Energetica, proprio perché più potente e sofisticato, l’impianto per la fonte nucleare è progettato e costruito con maggiore cura, attenzione e investimento, al fine di “garantire la massima sicurezza e il minimo rischio di perdita di radiazioni”.

Per il prof. Pedrocchi sono questi i motivi che stanno spingendo la maggior parte dei Paesi nel mondo a preferire la fonte nucleare.

Antonio Gaspari, coordinatore del master in Scienze Ambientali della Università Europea di Roma (UER) ha respinto l’ideologia catastrofista, che, “in nome di una distorta concezione dell’umanità e dell’ambiente, ha promosso i piani di controllo demografico e la riduzione delle attività lavorative”.

Gaspari che ha pubblicato più di dieci libri e centinaia tra saggi e articoli sui temi ambientali, ha spiegato che “non basteranno le soluzioni offerte dalla tecnologia per risolvere i problemi ambientali e garantire il bene comune”.

Secondo il coordinatore del Master della UER, per “il buon governo dell’umanità e dell’ambiente c’è bisogno di un progetto culturale finalizzato alla ricerca di verità, giustizia e bellezza”.

“Una cultura – ha concluso Gaspari – che utilizzando la grammatica dell’ecologia umana indicata dai Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI vada a promuovere i diritti della persona, la centralità della famiglia, la dignità del lavoro, la libertà di educazione, lo sviluppo integrale ed il bene comune”.

LA POLEMICA SUL MEDIOEVO

LA POLEMICA SUL MEDIOEVO

In passato si leggeva con grande profitto il libro di un grande medievista, Giorgio Falco, intitolato La polemica sul medioevo, un’opera che conserva tutto il suo valore anche se ora raramente viene citata o consultata. Possiamo cogliere l’occasione della presente nota per richiamare un insegnamento importante.

Le radici d’Europa                   La civiltà occidentale ha un’origine composita. Senza alcun dubbio tutti ammettono la componente greco-romana. Dalla Grecia l’occidente ha ricevuto la sua concezione dell’arte, della scienza e della filosofia mantenute per due millenni e mezzo, naturalmente coi dovuti sviluppi. Ancora adesso consideriamo Omero il più grande poeta epico. Tucidide per molti rimane il più significativo storico della tradizione occidentale: quando qualcuno ripete che non si può scrivere la storia contemporanea ignora che Tucidide l’ha fatto in modo insuperato e che noi conosciamo i venti anni della guerra del Peloponneso forse con più chiarezza della storia del risorgimento italiano, che non ha mai avuto uno storico altrettanto lucido nel giudicare gli avvenimenti. Per quanto riguarda l’architettura o la scultura è difficile immaginare un periodo più creativo di quello rappresentato dall’arte greca del V secolo a.C al punto che in seguito si sono avuti veri e propri rinascimenti della visione artistica dei greci, rimasta una specie di termine di paragone. La civiltà romana ebbe il merito di assimilare la cultura greca dandole universalità. I cristiani, a loro volta, accettarono pienamente la cultura greco-romana perché, nella misura in cui era vera, appariva perfettamente compatibile col messaggio cristiano: Ambrogio di Milano e Agostino di Ippona operarono la sintesi più geniale di queste tre radici d’Europa. La quarta componente è rappresentata dal germanesimo. Le rudi tribù germaniche che entrarono entro i confini dell’Impero romano d’Occidente inserirono nella componente antica un dinamismo sconosciuto a quella civiltà, la passione per l’avventura, per la libertà, per l’esplorazione che hanno dato all’occidente il suo volto definitivo. Tuttavia, dobbiamo ricordare che l’assimilazione delle tribù germaniche fu molto lenta e che i secoli tra il V e il XV furono caratterizzati dal rimpianto dell’antico splendore dell’Impero romano.

Quando è nato il termine “medioevo”?                 All’inizio del XV secolo, nell’età che definiamo dell’Umanesimo, avvenne la riscoperta di molti codici contenenti le opere degli scrittori antichi, sia greci sia romani. Fino a quel momento il latino impiegato nei documenti o parlato nelle università dai dotti era una lingua che aveva subito le trasformazioni proprie delle lingue vive che continuamente evolvono. Dopo la riscoperta degli antichi codici, gli umanisti vollero tornare al latino di Cicerone e Virgilio, giudicando decadente la lingua successiva. Alcuni umanisti come Giovanni Pontano arrivarono a scrivere poemi in esametri latini formati da veri e propri calchi di espressioni antiche, escludenti come spuri gli sviluppi linguistici successivi. Fu naturale perciò il formarsi di una convenzione ad excludendum di tutto ciò che era stato composto dalla fine dell’impero romano fino al momento in cui gli umanisti potevano scrivere esultanti renascuntur humanae litterae, oppure Oh tempora, oh mores, juvat vivere! I secoli che stavano in mezzo furono definiti media tempestas, ovvero medioevo soprattutto a partire nelle opere dei protestanti che, dopo la riforma operata da Lutero, amavano presentarsi come coloro che ristabilivano il contatto coi primi cristiani, quando erano perseguitati e il papato non aveva iniziato la sua riprovevole lotta contro l’impero romano di nazione germanica. Il “via da Roma” di Lutero comportava l’allontanamento anche dal latino rozzo utilizzato dalla Chiesa di Roma. Col concilio di Trento, la Chiesa cattolica attuò una serie di riforme interne che la riportarono su posizioni di notevole successo anche in campo artistico e culturale, oltre che politico. Questo fatto divenne manifesto soprattutto al tempo dell’egemonia della Francia nel XVII secolo, al tempo del re Luigi XIV, quando Versailles sembrò per qualche anno la capitale del mondo. Nel 1683 Luigi XIV decretò la revoca dell’editto di Nantes, obbligando gli ugonotti (i calvinisti francesi) ad abbandonare la Francia o a convertirsi. Coloro che se ne andarono decisero di dar vita a un’operazione culturale profondamente ostile al cattolicesimo e alle nazioni che non erano passate alla riforma. La nascente massoneria fece proprie le istanze anticattoliche e antispagnole con grande diffusione in Inghilterra e in Germania, anche se l’illuminismo, come movimento culturale, ebbe i suoi rappresentanti più noti proprio in Francia.

Perché gli illuministi disprezzavano il medioevo?                   Tra gli illuministi e l’epoca precedente si frappone la creazione della scienza moderna con Galilei, Cartesio e Newton. Cartesio finì per disprezzare tutta la filosofia precedente la sua, perché non avrebbe risolto alcuno dei problemi affrontati: solamente col metodo matematico si poteva disporre di una scienza sempre progressiva, dal momento che solamente i folli mettono in discussioni i teoremi matematici una volta dimostrati in modo rigoroso. Galilei indicò alla scienza il cammino che doveva percorrere, ossia non cercar di sapere perché i gravi cadono, bensì come essi cadano, misurando le grandezze fisiche implicate nel movimento col rigore della matematica, dal momento che il gran libro della natura è scritto con caratteri matematici e che solamente coloro che li conoscono possono leggerlo. Newton è il creatore della meccanica razionale, ossia la scienza che permise all’astronomia di compiere progressi divenuti esemplari per la formulazione delle scienze della natura. L’Ottica di Newton divenne così famosa che nel XVIII secolo furono molte le persone ad allestire un laboratorio di fisica in casa propria per effettuare esperienze. In quegli anni in Francia si sviluppò una nota Quérelle des ancien et des modernes, col risultato che occorreva abbandonare gli antichi perché i moderni in tutto avevano potuto competere con successo con loro anche sul piano artistico e letterario, superandoli nettamente sul terreno scientifico. Kant riassunse tutto ciò affermando che oggetto di vera scienza è solamente ciò che è misurabile, mentre ciò che si può pensare senza contraddizione, ma senza poterlo misurare, è solamente noumeno. La teologia, la psicologia, la cosmologia razionali per Kant non sono vere scienze, ma solo aspirazioni dell’animo umano. Poiché esse formano l’ambito della metafisica, Kant affermò che la metafisica non è una scienza. Considerando il fatto che i medievali si erano occupati quasi esclusivamente di teologia, appare chiaro perché gli illuministi non amassero il medioevo, approdando all’ateismo o almeno al deismo che li collocava fuori del cristianesimo. L’epoca illuminista fu conclusa dalla rivoluzione francese che per qualche anno tentò di sopprimere il culto pubblico cattolico in Francia.

La riscoperta romantica del medioevo                   Dopo le guerre europee della rivoluzione francese e di Napoleone seguì la reazione che va sotto il nome di “Romanticismo”, ancora una volta con sviluppo prima in Inghilterra e Germania e poi nel resto del continente europeo. In Inghilterra avvenne la raccolta delle ballate scozzesi e la pubblicazione dei Canti di Ossian di Mac Pherson. Nel 1798 la pubblicazione delle Ballate liriche di Wordsworth e Coleridge fu salutata come l’inizio di una nuova epoca. In Germania i fratelli Grimm iniziarono un secolo di studi filologici che hanno avuto incredibile importanza, riscoprendo l’antica letteratura in lingua alto tedesca. La stessa cosa avvenne per le letterature delle lingue romanze. Ciò significò un ritorno al medioevo di cui fu compresa l’importanza per la storia delle principali nazioni europee che perciò furono invitate ad abbandonare il tanto vantato internazionalismo della cultura illuminista per rivolgersi alle radici esclusive della cultura nazionale. Nessuno più parlava di oscurantismo medievale perché il medioevo presentava luci meravigliose per chi fosse in grado di captarle. Qualcosa del genere avvenne anche per la filosofia con la riscoperta dei grandi pensatori medievali, con le arti figurative, specialmente l’architettura. Di fatto nel secolo XIX furono completate molte cattedrali gotiche rimaste incompiute e ne furono edificate di nuove in stile gotico o romanico. A partire da quel momento in tutta Europa si ebbe l’inizio di un profondo rispetto per l’antico decidendo la protezione di quegli edifici o di quei manufatti che in precedenza non avevano ricevuto tante cure a causa della passione per il moderno. Perciò si può affermare che solamente le mezze culture, ossia coloro che non conoscono la ricchezza della cultura medievale, possono ripetere assurdi pregiudizi che non hanno altro significato che la polemica anticattolica.

Positivismo e teorie del progresso     Nella seconda metà del XIX secolo ci fu una ripresa dello scientismo in concomitanza coi successi della cultura borghese. Comte codificò la concezione per cui l’umanità è costantemente progredita passando da un’epoca religiosa, caratterizzata dall’attribuzione a forze divine di tutto ciò che l’uomo non conosceva, a un’epoca metafisica che costruiva teorie razionali senza fondamento matematico. Finalmente avvenne la creazione di vere scienze come l’astronomia, la fisica, la chimica, la biologia e la sociologia che avevano il compito di rendere inutile la filosofia e la religione, ormai da studiare come si fa coi fossili. Anche il positivismo come l’illuminismo sopravvive presso gli spiriti pigri che amano le generalizzazioni ideologiche, dispensandosi dal dovere di cercare più in profondità.

La vittoria della ragione                   Il sociologo americano Rodney Stark ha pubblicato un interessante studio, pubblicato anche in Italia nel 2006 col titolo La vittoria della ragione dall’editore Lindau di Torino. La tesi è la seguente. Come tutti sanno e ammettono, l’istituzione culturale più importante del medioevo occidentale è costituita dai monasteri che in qualche modo discendono da quello di Montecassino, fondato nel 529 da san Benedetto.

Il concetto di monastero                   Il monastero si presenta come una casa bene ordinata, aperta a tutti, romani e barbari, a patto che questi ultimi accettino le norme profondamente razionali che la regolano. I monaci non portano armi, pur essendo immersi in una società di tipo eroico-barbarico che conosce come unico modello l’uomo armato, in grado di risolvere i problemi dell’esistenza con la spada. Nel monastero ciascuno contribuisce al bene comune col proprio lavoro e perciò si praticano, e si tramandano, una cinquantina di mestieri necessari alla vita di una piccola comunità che deve risultare autosufficiente, dal contadino al sacerdote, dal tessitore al bottaio, dal fabbro al miniatore. I monaci devono provvedere al servizio liturgico che esige persone letterate per insegnare a leggere e scrivere, e amanuensi che possano riscrivere i codici che si consumano. Sapendo di vivere in un’epoca rozza, i monaci hanno fatto tesoro di tutti gli scritti della letteratura pagana, greci e latini, nella speranza di mettere al servizio del vangelo alcuni modelli retorici rimasti insuperati. Nonostante saccheggi e distruzioni alcuni monasteri sopravvissero per secoli e dopo il Mille, quando le scorrerie di Magiari, Saraceni e Vichinghi diminuirono o cessarono, poterono fungere da avamposti per la ripresa agraria d’Europa, quando la pressione demografica cominciò a salire. Fino alla grande peste dell’anno 1348 i monasteri furono i più razionali centri di produzione e di selezione dei prodotti agricoli; furono centro di mercato e di scambio di merci diverse; fornirono la prima forma di credito (in questo senso è anche troppo nota la vicenda dei Templari); inventarono le prime macchine come i mulini ad acqua; conservarono le tecniche edilizie per la costruzione di gradi edifici; promossero il drenaggio dei terreni paludosi di pianura che risultano i più opportuni per l’agricoltura; inventarono anche la cappa del camino per i focolari aperti con un buon tiraggio in grado di eliminare il fumo dalle stanze. In una parola, la razionalizzazione del ciclo economico fu opera in primo luogo dei monasteri, appresa in seguito dalle maestranze laiche dei comuni. Anzi, il successo in qualche modo finì per risultare eccessivo, perché all’inizio del XIII secolo la ricchezza dei monasteri apparve inopportuna, quasi un insulto alla povertà dei contadini, alcuni dei quali come i Bogomili e i Catari arrivarono a staccarsi dalla Chiesa accusandola di non vivere secondo i consigli del Vangelo. San Francesco, perciò, dette vita a un ordine di frati mendicanti che non dovevano possedere una dotazione di beni iniziale, dal momento che dovevano vivere del loro lavoro e, in sua mancanza, di elemosina, vestendo un rozzo saio di tessuto grossolano, avendo per cintura una corda, perché il cuoio appariva un lusso superfluo.

La fine del patrimonio ecclesiastico    È noto che il patrimonio fondiario, dissodato e mantenuto dai monaci, al tempo della Riforma protestante fu giudicato mal amministrato, perché aveva una destinazione non economica bensì sociale. A conti fatti, la Riforma stessa alla fine risultò un enorme trapasso del titolo di proprietà dai monasteri ai principi. La stessa cosa avvenne per il patrimonio ecclesiastico francese, chiamato a risolvere i problemi del debito pubblico della Francia alla fine del XVIII secolo. Nel corso del nostro Risorgimento la Chiesa fu privata di uno Stato che aveva più di mille anni di vita. Gli edifici ecclesiastici, fatte salve le chiese, furono confiscati per alloggiare ospedali, scuole, caserme che il nuovo Stato unitario volle istituire in fretta per timore di eventi controrivoluzionari.

TORRESANI

La Passione nell’arte

La Passione nell’arte

Giovedì 21 febbraio si è svolto l’incontro organizzato dal centro culturale cattolico San Benedetto e dalla Parrocchia. Il tema della serata “La Passione nell’Arte” è stato sviluppato da Cesare Cavalleri, direttore del mensile “Studi Cattolici”, con la lettura del suggestivo poema “Il libro della Passione” del cileno José Miguel Ibanez Langlois e dal critico d’arte Domenico Montalto che ha presentato un excursus di come la Passione di Cristo sia stata rappresentata nella pittura nel corso dei secoli (opere di Giotto, Mantegna, Grunewald, Manzo, Gauguin, Guttuso, Ghibaudo).

Significativa e toccante la selezione di brani letti da Cesare Cavalleri: in un alternarsi di brani più delicati ed altri più forti, perfino crudi in alcuni casi, e con accenni ai grandi drammi dell’umanità (guerre, l’olocausto, il continuo disprezzo della dignità dell’uomo, l’aborto…), abbiamo incontrato le figure della passione, da Erode a Giuda, dalla Veronica ai discepoli; figure contraddittorie, drammatiche, violente ma proprio per questo molto umane e contemporanee. E abbiamo accostato il Gesù che cammina verso il calvario, schiacciato dal peso del male e del peccato dell’umanità. Significative le scelte dei brani con al centro il discorso eucaristico del pane spezzato e la conclusione affidata alle immagini di Emmaus e dell’apparizione in Galilea, immagini della Chiesa che vive tutti i giorni la sequela e la Passione di Gesù.

CRISTO_MORTO_MANTEGNAMontalto ha invece aperto la sua relazione con un’interessante nota iniziale: di tutte le religioni il Cristianesimo è l’unica ad avere una rappresentazione grafica di Dio, l’unica che può dare un volto a Dio perché Dio stesso si è fatto vedere, incarnandosi in Gesù. Dal Gesù del “Cristo morto” di Mantegna con l’ardito realismo dei piedi trafitti in primo piano a quello del “Compianto” di Giotto, morto tra le braccia di sua madre: quadri innovativi dal punto di vista della prospettiva che, come ha spiegato Montalto, volevano rendere il più possibile popolare e vicina alla gente la rappresentazione della passione; e c’è il Gesù delle rappresentazioni moderne, nelle quali emergono invece con più evidenza i sentimenti dell’artista: è il caso del “Cristo giallo” di Gaugin nel quale è l’autore stesso a raffigurarsi sulla croce o della “Crocifissione” di Guttuso: il titolo è già indicativo “Crocifissione” e non “La Crocifissione” per dire che questo dramma è di tutta l’umanità in ogni tempo.

Possiamo dire che il filo conduttore di entrambi gli interventi sia stato il mostrare come la Passione non sia un episodio circoscritto alla vita di Gesù ma sia attuale in ogni tempo: la passione di Dio per l’uomo si ripete nella storia davanti alle ferite dell’umanità. Il cuore di Dio batte ancora oggi per l’uomo con “pathos”, con emozione, e ancora oggi porta su di sé il peso del male, della violenza che l’uomo coltiva. È l’idea espressa dalla “Calpestabile” di Ghibuado: un planisfero in silicone composto da migliaia di piccoli crocifissi bianchi (quelli del rosario), colorati di rosso nelle zone del mondo dove si vivono situazioni di guerra, sul quale è possibile camminare per sentire sotto i propri piedi tutte le ferite dell’umanità.

Ghibaudo_Calpestabile

 

Manuela Stelluti Scala

Tavola rotonda sul libro “GESU’ DI NAZARET” di BENEDETTO XVI

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tavola rotonda sul libro “GESU’ DI NAZARET” di BENEDETTO XVI

Martedì 15 Gennaio presso l’Auditorium presso AUDITORIUM GRANDE del Q.re OLMI si è svolta una tavola rotonda sul libro “GESU’ DI NAZARET” di BENEDETTO XVI. L’incontro organizzato dal Centro Culturale Cattolico San Benedetto insieme ad altri 10 centri culturali della zona ovest di Milano ed al Decanato Baggio ha visto un’ampia partecipazione, 150-200 persone. La tavola rotonda è stata moderata da Mons. Luciano Baronio Coordinamento Regionale dei CCC – Referente del Progetto culturale della CEI per la Lombardia. Dopo aver spiegato la struttura del libro e la figura di Gesù come colui che mostra il volto di Dio, Mons Baronio ha presentato i relatori Don Bruno Maggioni, Dott. Paolo Sorbi, Don Giuseppe Bolis. Il dott Sorbi ha fatto riferimento al serrato dialogo presente nel libro con le posizioni ortodosse (nell’ebraismo) della scuola farisaica del rabbino Jacob Neusner. Sorbi ha sottolineato la straordinaria riflessione sull’ebraismo, in area cattolica e cristiana, avvenuta da centocinquant’anni a questa parte in modo sempre più diffuso, sul “mistero di Israele”. L’Incarnazione paradossalmente, non elimina il ruolo di “porzione” attiva del popolo ebraico. Il sociologo Sorbi ha parlato delle metamorfosi d’Israele della sua sempre inesausta inquietudine come un fermento che attiva e che non lascia il mondo in riposo. La parola è passata poi al teologo don Giuseppe Bolis che prima di iniziare il suo intervento ha voluto sottolineare la solidarietà al Papa per la rinuncia al suo intervento alla Sapienza, ha poi continuato descrivendo il percorso in cui si inserisce il Libro Gesù di Nazaret e che il Papa ci ha invitato a percorrere in questi anni: il discorso di Ratisbona con al centro il dialogo tra fede e ragione, la Deus Caritas Est con la sottolineatura di cos’è il vero amore, il libro su Gesù centro della nostra fede ed infine la speranza che ci salva Spe_Salvi. Il papa in questo libro parla del suo rapporto con Gesù. Rimette al centro dell’agone quotidiano dell’uomo del terzo millennio la grande domanda che ha attirato ed insieme pro-vocato milioni di uomini da 2000 anni a questa parte: “Voi chi dite che Io sia”. E’ il Mistero stesso di Dio fattosi “carne e sangue” in Gesù che raggiunge, pieno di passione per l’uomo di ogni latitudine, per chiedergli: “Cosa cerchi ?” (Gv. 1, 38). Papa Ratzinger – nel pieno della sua maturità umana e credente – presenta Gesù di Nazareth come tale risposta. Significativa la citazione del Salmo 27 riportata nella copertina dell’edizione italiana del libro. “cercate il Suo volto, il tuo volto Signore, io cerco”. Qui sorge però la grande domanda che ci accompagna per tutto questo libro: ma che cosa ha portato Gesù veramente, se non ha portato la pace nel mondo il benessere per tutti un mondo migliore? Che cosa ha portato? La risposta è molto semplice: Dio. Don Bolis ha sviluppato il suo intervento anche a partire da una lettera di una studentessa che da Gerusalemme racconta il dialogo con un giovane soldato israeliano che rilegge la sua esperienza nei territori occupati della Cisgiordania con i drammi che ha vissuto e poi racconta l’inquietudine e il dolore di non potersi perdonare per ciò che ha fatto e di non poter sperare nel perdono di Dio. L’unica sola sua consolazione è convivere sia con il bene sia con il male che è presente in lui. E allora a partire da questo dilemma e da questa ricerca don Bolis conclude l’intervento ancora con l’esortazione che Gesù ci pone “Voi chi dite che io sia?”. L’ultimo intervento e quello del noto biblista don Bruno Maggioni che inizialmente ha affrontato il tema del Gesù storico e della storicità dei vangeli che pur essendo quattro racconti con diverse sottolineature parlano della stessa Persona. Ha parlato di quel Gesù che si fa crocifiggere e che non si mostra come un Dio che si impone, come qualcuno si aspettava, ma invece si mostra debole per amore fino a morire per noi, non scende dalla croce per mostrare la sua potenza ma muore per la nostra salvezza. L’intervento di don Maggioni si è poi concentrato sul capitolo del libro sul Padre Nostro, una preghiera stupenda che ci permette di chiamare Dio Padre, un Padre che è nei cieli e questo ci dà un senso di sicurezza, sappiamo di poter contare su di Lui, come un bambino che di fronte ad un problema dice mi affido a mio padre, adesso arriva lui. Particolarmente bello il riferimento in merito alla frase del padre nostro quando chiediamo “non ci indurre in tentazione”: “Non credermi troppo capace. Non tracciare troppo ampi i confini entro i quali posso essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me.”

La preghiera di Gesù ci richiama al fatto che Lui è sia vero Dio che vero uomo. Nella storia le più grandi eresie hanno sempre cercato di negare questa realtà che caratterizza invece in modo fondamentale la nostra fede. Mons Baronio ha concluso la tavola rotonda richiamando l’importanza di valorazzare testi come quello del Papa anche nei percorsi Pastorali Parrocchiali. Ha sottolineato come oggi è mediante la presenza e l’azione dei CCC che               si può realizzare l’ obiettivo di arrivare a tutte le comunità, alle culture e alle persone che abitano il territorio. Il Centro culturale è uno strumento pastorale “nuovo” che vuole contribuire a rispondere, per la sua parte, alle nuove sfide culturali e pastorali in atto nella nostra società.

Questo incontro anche col suo successo di pubblico ripropone l’importanza dei centri culturali, uno strumento importante che offre un’occasione di dialogo e confronto facendo anche da impulso e stimolo nella ricerca di approfondimenti culturali e di lettura dei fatti alla luce della fede. La scelta di uno spazio pubblico, comunale, una scelta di apertura al territorio, ha vuluto offrire la possibilità di incontro anche con chi normalmente non frequenta le parrocchie. Significativo è stata anche l’adesione di 11 differenti centri culturali (Centro Culturale Cattolico San Benedetto – Associazione Amici Cascina Linterno – Centro Culturale La Cittadella – Circolo Culturale don Massimo Bignetti – Centro Culturale P. Vincenzo – Centro Culturale San Protaso – Circolo La Corte – Circolo MilanoPolis – Circolo Movimento Cristiano – Lavoratori di Quinto Romano – Libreria Lineadiconfine) e delle parrocchie che mostrano come sia importante creare delle sinergie che coinvolgano le realtà presenti nel territorio e diano spazio alla creatività anche delle realtà laiche cattoliche. Da sottolineare il livello dei relatori e della proposta, che indicano come anche in periferia si possano e si debbano organizzare incontri significativi come il Centro Culturale San Benedetto ha mostrato nei precedenti incontri (www.cccsanbenedetto.it) invitando relatori di livello nazionale come Vittorio Possenti, Massimo Introvigne e Giacomo Samek Lodovici, Cesare Cavalleri direttore di Studi Cattolici

Paolo e Luca Tanduo