La famiglia baluardo di vita, cultura e civiltà

Incontro organizzato dal CCC San Benedetto, è intervenuto G. Samek Lodovici

La famiglia baluardo di vita, cultura e civiltà

Testo liberamente tratto dal corso di G. Samek Lodovici, presso Il Timone, http://www.iltimone.org

7.1.1. Qual è il desiderio più profondo di ogni essere umano? Quale è la cosa che nessuno desidera? Tutti desideriamo la felicità e nessuno desidera vivere durevolmente da solo, in solitudine. In effetti, la felicità e la solitudine sono tra loro in un rapporto di opposizione. Insomma, se nessuno desidera vivere solo e se non si può essere felici da soli, la famiglia corrisponde al desiderio umano di non essere soli e di intrattenere delle relazioni interpersonali.

7.1.2. La famiglia non è un’invenzione cristiana

7.1.3. La famiglia è il luogo dell’amore, che è: – stupore-meraviglia (riconoscimento): amare qualcuno significa dire “è bene che tu sia, è meraviglioso che tu esista”. Correlativamente, essere amati significa sentirsi approvati. – benevolenza (cfr. già Aristotele): volere il bene dell’altro (“ti voglio bene” = io voglio per te il bene); infatti l’amore non è semplicemente trasporto, non è il mero “stare bene insieme”. Pensiamo ad un padre che prova repulsione per il figlio (dato che il figlio è un violento, un assassino, ecc.), eppure lo ama se desidera il suo bene, il suo riscatto, ecc. In una famiglia l’amore non solo è gratuito, ma altresì dura per tutta la vita, cioè (Plutarco) l’amore “non solo non va mai soggetto all’autunno, ma fiorisce anche tra i capelli bianchi e le rughe, e si prolunga fino alla morte”. Si può dire lo stesso delle convivenze? Nelle convivenze si viene amati con clausola di rescissione, a tempo determinato, senza obbligo di amarsi per sempre, perché l’amore ha una data di scadenza = ansia di essere lasciati. Il legame matrimoniale costituisce un dovere di amare l’altro che mi rende molto più sereno e mi toglie l’ansia di non essere più interessante. Viceversa, nelle convivenze si è sempre continuamente “in prova” e sotto osservazione, continuamente sottoposti a verifica.

7.1.4. Famiglia e felicità Torniamo al paradosso della felicità. Abbiamo visto che soltanto l’amore autentico consegue la felicità accessibile all’uomo, mentre la ricerca diretta della felicità personale, in cui consiste l’egoismo, se la preclude. La felicità, come avevamo cominciato a vedere, è allora la conseguenza, la risonanza, l’effetto di una prassi che non se la pone direttamente come obiettivo, dunque essa è qualcosa di gradito, di sperato, di desiderato, ma non può essere cercata direttamente. È qualcosa che ci accade come grazia, qualcosa che ci arriva come un dono gradito, ma non è direttamente perseguibile. La felicità è un dono, un dono divino, come dice Aristotele, proprio perché la si consegue solo con l’amore di benevolenza, il quale, per definizione, non cerca la propria felicità, quanto, piuttosto, la felicità altrui (altrimenti non sarebbe amore di benevolenza, ma egoismo). Così, la felicità è gioia della felicità dell’altro. In proposito Kierkegaard impiega un’immagine sintetica: “la porta della felicità si apre verso l’esterno”, cioè amando gli altri. Anche per Seneca “nessuno può vivere felice se bada solo a se stesso, se tutto rivolge al proprio interesse”; per Bernardo di Chiaravalle: “ogni vero amore è senza calcolo e, ciononostante, ha ugualmente la sua ricompensa; esso addirittura può ricevere la sua ricompensa solo se è senza calcolo”. Questo spiega il paradosso per cui la felicità la consegue soltanto chi non la ricerca per sé. Questo paradosso della felicità, d’altronde, non è che la manifestazione del paradosso dell’amore: “si esce da se stessi senza distruggersi; anzi, uscendo da se stessi, si raggiunge la perfezione personale in grado massimo. Nel donarsi, si sperimenta un “dare senza perdere” […] o un “acquistare donando”, in cui la persona “perfeziona e si perfeziona””.

7.1.5. Famiglia e vita La famiglia è cardine di vita perché consente la trasmissione della vita. Precisamente, il matrimonio è il nucleo fondante della famiglia che garantisce la continuazione della società. Infatti, che cosa vuol dire matrimonio? Etimologicamente, viene da “matris munus”, cioè compito della madre: ossia è quella istituzione dove la donna esercita il compito della madre. Qual è per definizione il compito della madre? Generare ed educare i figli. Ecco perché un matrimonio tra persone dello stesso sesso è una contraddizione in termini.

7.1.6. Famiglia ed educazione La famiglia come cardine di vita e di civiltà perché è l’unico luogo adeguato per la nascita, la crescita e l’educazione dei nuovi essere umani. Infatti, è chiaro che il contesto più propizio per la loro nascita, cura ed educazione è una forma di relazione caratterizzata dall’amore, dalla stabilità e dalla coesione. Se dunque il matrimonio è come una casa costruita per abitarci per tutta la vita e che può crollare, gli altri tipi di unione sono come delle case costruite per stare in piedi solo per un certo periodo, dopo il quale crollano quasi sempre.

7.1.7. Famiglia come baluardo contro la violenza La famiglia è cardine di civiltà perché dove la famiglia si sfascia dilaga la violenza. Se ci fossero meno separazioni familiari e meno nuclei monoparentali, ci sarebbero meno bambini da prendere in carico, meno persone senza casa, meno dipendenza dalla droga, meno criminalità, meno domande per i servizi sanitari, meno bisogno di insegnanti di sostegno nelle scuole, migliori risultati medi nell’ambito educativo.

7.1.8. Famiglia e media I media rappresentano quasi sempre famiglie che si sfasciano e anche la grande letteratura descrive il cammino degli innamorati, talvolta irto di difficoltà, che si conclude col coronamento del matrimonio, ma raramente racconta la quotidianità della vita matrimoniale. Il Family Day: si è mobilitato un popolo gioioso, allegro e insieme composto, con moltissimi bambini. Sapere di non essere soli infonde grande forza, perché è molto difficile andare controcorrente. L’unione delle famiglie fa la forza della famiglia, che è la forza portante della società. Di un amore per tutta la vita parla almeno Montale, che descrive i sentimenti di una persona che, dopo tanti anni di matrimonio, resta vedova (Montale parla di “pupille offuscate” riferendosi a sua moglie, che vedeva poco): “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino./ Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. […] / Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio / non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. / Con te le ho scese perché sapevo che di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le tue.

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