La famiglia baluardo di vita, cultura e civiltà

Incontro organizzato dal CCC San Benedetto, è intervenuto G. Samek Lodovici

La famiglia baluardo di vita, cultura e civiltà

Testo liberamente tratto dal corso di G. Samek Lodovici, presso Il Timone, http://www.iltimone.org

7.1.1. Qual è il desiderio più profondo di ogni essere umano? Quale è la cosa che nessuno desidera? Tutti desideriamo la felicità e nessuno desidera vivere durevolmente da solo, in solitudine. In effetti, la felicità e la solitudine sono tra loro in un rapporto di opposizione. Insomma, se nessuno desidera vivere solo e se non si può essere felici da soli, la famiglia corrisponde al desiderio umano di non essere soli e di intrattenere delle relazioni interpersonali.

7.1.2. La famiglia non è un’invenzione cristiana

7.1.3. La famiglia è il luogo dell’amore, che è: – stupore-meraviglia (riconoscimento): amare qualcuno significa dire “è bene che tu sia, è meraviglioso che tu esista”. Correlativamente, essere amati significa sentirsi approvati. – benevolenza (cfr. già Aristotele): volere il bene dell’altro (“ti voglio bene” = io voglio per te il bene); infatti l’amore non è semplicemente trasporto, non è il mero “stare bene insieme”. Pensiamo ad un padre che prova repulsione per il figlio (dato che il figlio è un violento, un assassino, ecc.), eppure lo ama se desidera il suo bene, il suo riscatto, ecc. In una famiglia l’amore non solo è gratuito, ma altresì dura per tutta la vita, cioè (Plutarco) l’amore “non solo non va mai soggetto all’autunno, ma fiorisce anche tra i capelli bianchi e le rughe, e si prolunga fino alla morte”. Si può dire lo stesso delle convivenze? Nelle convivenze si viene amati con clausola di rescissione, a tempo determinato, senza obbligo di amarsi per sempre, perché l’amore ha una data di scadenza = ansia di essere lasciati. Il legame matrimoniale costituisce un dovere di amare l’altro che mi rende molto più sereno e mi toglie l’ansia di non essere più interessante. Viceversa, nelle convivenze si è sempre continuamente “in prova” e sotto osservazione, continuamente sottoposti a verifica.

7.1.4. Famiglia e felicità Torniamo al paradosso della felicità. Abbiamo visto che soltanto l’amore autentico consegue la felicità accessibile all’uomo, mentre la ricerca diretta della felicità personale, in cui consiste l’egoismo, se la preclude. La felicità, come avevamo cominciato a vedere, è allora la conseguenza, la risonanza, l’effetto di una prassi che non se la pone direttamente come obiettivo, dunque essa è qualcosa di gradito, di sperato, di desiderato, ma non può essere cercata direttamente. È qualcosa che ci accade come grazia, qualcosa che ci arriva come un dono gradito, ma non è direttamente perseguibile. La felicità è un dono, un dono divino, come dice Aristotele, proprio perché la si consegue solo con l’amore di benevolenza, il quale, per definizione, non cerca la propria felicità, quanto, piuttosto, la felicità altrui (altrimenti non sarebbe amore di benevolenza, ma egoismo). Così, la felicità è gioia della felicità dell’altro. In proposito Kierkegaard impiega un’immagine sintetica: “la porta della felicità si apre verso l’esterno”, cioè amando gli altri. Anche per Seneca “nessuno può vivere felice se bada solo a se stesso, se tutto rivolge al proprio interesse”; per Bernardo di Chiaravalle: “ogni vero amore è senza calcolo e, ciononostante, ha ugualmente la sua ricompensa; esso addirittura può ricevere la sua ricompensa solo se è senza calcolo”. Questo spiega il paradosso per cui la felicità la consegue soltanto chi non la ricerca per sé. Questo paradosso della felicità, d’altronde, non è che la manifestazione del paradosso dell’amore: “si esce da se stessi senza distruggersi; anzi, uscendo da se stessi, si raggiunge la perfezione personale in grado massimo. Nel donarsi, si sperimenta un “dare senza perdere” […] o un “acquistare donando”, in cui la persona “perfeziona e si perfeziona””.

7.1.5. Famiglia e vita La famiglia è cardine di vita perché consente la trasmissione della vita. Precisamente, il matrimonio è il nucleo fondante della famiglia che garantisce la continuazione della società. Infatti, che cosa vuol dire matrimonio? Etimologicamente, viene da “matris munus”, cioè compito della madre: ossia è quella istituzione dove la donna esercita il compito della madre. Qual è per definizione il compito della madre? Generare ed educare i figli. Ecco perché un matrimonio tra persone dello stesso sesso è una contraddizione in termini.

7.1.6. Famiglia ed educazione La famiglia come cardine di vita e di civiltà perché è l’unico luogo adeguato per la nascita, la crescita e l’educazione dei nuovi essere umani. Infatti, è chiaro che il contesto più propizio per la loro nascita, cura ed educazione è una forma di relazione caratterizzata dall’amore, dalla stabilità e dalla coesione. Se dunque il matrimonio è come una casa costruita per abitarci per tutta la vita e che può crollare, gli altri tipi di unione sono come delle case costruite per stare in piedi solo per un certo periodo, dopo il quale crollano quasi sempre.

7.1.7. Famiglia come baluardo contro la violenza La famiglia è cardine di civiltà perché dove la famiglia si sfascia dilaga la violenza. Se ci fossero meno separazioni familiari e meno nuclei monoparentali, ci sarebbero meno bambini da prendere in carico, meno persone senza casa, meno dipendenza dalla droga, meno criminalità, meno domande per i servizi sanitari, meno bisogno di insegnanti di sostegno nelle scuole, migliori risultati medi nell’ambito educativo.

7.1.8. Famiglia e media I media rappresentano quasi sempre famiglie che si sfasciano e anche la grande letteratura descrive il cammino degli innamorati, talvolta irto di difficoltà, che si conclude col coronamento del matrimonio, ma raramente racconta la quotidianità della vita matrimoniale. Il Family Day: si è mobilitato un popolo gioioso, allegro e insieme composto, con moltissimi bambini. Sapere di non essere soli infonde grande forza, perché è molto difficile andare controcorrente. L’unione delle famiglie fa la forza della famiglia, che è la forza portante della società. Di un amore per tutta la vita parla almeno Montale, che descrive i sentimenti di una persona che, dopo tanti anni di matrimonio, resta vedova (Montale parla di “pupille offuscate” riferendosi a sua moglie, che vedeva poco): “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino./ Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. […] / Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio / non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. / Con te le ho scese perché sapevo che di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le tue.

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CON LE NOSTRE MANI, MA CON LA TUA FORZA

conlenostremaniconlatuaforza“CON LE NOSTRE MANI, MA CON LA TUA FORZA”

Le opere della tradizione monastica benedettina

La mostra, raccontando le opere della tradizione monastica benedettina, abbraccia in sintesi 15 secoli di storia e intende mettere in evidenza e mostrare un esempio di come una vita vissuta nella fede può giungere miracolosamente a una irradiazione di opere oltre ogni calcolo e previsione. Essa si compone di sei sezioni:

Il monastero: un fatto inaspettato e sorprendente Quanto più ci si addentra in questa realtà, tanto più si resta sorpresi dalla fecondità di opere generate da questo modo di vivere, che ha posto le basi di una nuova civiltà Ma come è nata tutta questa fecondità? Qual è la sua origine? In questa sezione si mettono in evidenza le radici che hanno dato origine a questo albero rigoglioso In seguito si concentra lo sguardo sull’oggi, tentando di far vedere cosa sia accaduto nell’epoca moderna circa il rapporto fede-opere.  Verso dove cammina l’Europa oggi? Il Cristianesimo è un avvenimento che mantiene intatto il suo metodo lungo la storiaNell’ultima sezione si fa vedere l’attualità di S. Benedetto come una speranza dell’Occidente, cioè come punto di riferimento che può aiutare ad affrontare il futuro dell’Europa. La mostra è stata inaugurata con un incontro in cui sono intervenuti il Presidente del Consiglio Zona 7 P. Accame, Prof.ssa Giovanna Croci (Dirigente scolastico delle scuole secondarie di primo grado Iqbal Masih – Primo Levi) e dalla Prof.ssa Gloria Cuccato (Docente di Lettere Istituto Sacro Cuore)

Legge naturale ed Europa

E’ impensabile un’Europa senza diritto naturale

Incontro del Centro Culturale Cattolico San Benedetto su “Il futuro dei diritti umani e l’Europa” ROMA, domenica, 23 settembre 2007 (ZENIT.org).- “Senza l’idea che esiste un’essenza universale del giusto e dell’ingiusto, cioè uno jus naturale, l’Europa è impensabile: essa e il suo diritto sono figli del diritto naturale”, sostiene il professor Vittorio Possenti, docente di Filosofia politica presso l’Università di Venezia.

Con queste parole il docente, membro del Consiglio Nazionale di Bioetica e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, ha aperto il 20 settembre, a Milano, l’incontro organizzato dal Centro Culturale Cattolico San Benedetto (www.cccsanbenedetto.it) sul tema: “Il futuro dei diritti umani e l’Europa”.

Il professor Possenti ha ricordato che “l’Europa è un continente unico per il suo passato e il suo presente. Colonne, archi, campanili, palazzi, fontane, chiese rappresentano ovunque in essa una lingua culturale comune, di cui bisogna rinnovare la consapevolezza”.

Dopo aver constatato che “la costituzione sarà l’atto decisivo dell’Unione, chiamata ad operare la saldatura fra due Europe: quella del Mercato comune e quella dei Diritti umani”, il prof. Possenti ha spiegato che “il diritto è perno creatore di unione”.

Per questo, ha continuato, nella sua anima fondamentale “la costituzione europea non potrà che fondarsi sul diritto panumano dei diritti dell’uomo e sullo jus gentium, dunque sul diritto/legge naturale, quale legge razionale non scritta, superiore ad ogni diritto positivo”.

“Da tale legge – ha ribadito il professore – occorre che sia ispirato il pensiero giuridico, inteso come struttura concreta di ordinamento della vita”.

Il professor Possenti, che dirige il Centro Interdipartimentale di Ricerca sui Diritti Umani (CIRDU), ha sottolineato che “oggi una delle sedi intellettuali più durature della tradizione del diritto naturale è il pensiero sociale della Chiesa cattolica”.

A questo proposito, ha poi sostenuto che “l’Europa è terra dell’umanesimo, le cui sorgenti sono soprattutto nell’uomo stesso e nel cristianesimo. Lo stesso si deve dire dell’idea di persona con i suoi diritti e doveri, che costituisce il messaggio maggiore che, appreso dalla Rivelazione, l’Europa vive e diffonde nella civiltà mondiale”.

“In effetti il cristianesimo – ha concluso – è stato il cemento principale del continente, la cui storia sarebbe stata infinitamente diversa senza di esso”, mentre “la religione è una componente fondamentale della morale individuale e sociale e il suo allontanamento dal pubblico non può che condurre a seri danni”.

Il dottor Paolo Sorbi, Presidente del Movimento per la Vita (MpV) Ambrosiano e docente di Sociologia all’Università Europea di Roma, ha analizzato il mutamento socio-culturale avvenuto negli ultimi decenni.

Secondo il Presidente del MpV milanese, gli indicatori del cambiamento sono: la drastica riduzione del “tempo”, inteso come una risorsa scarsa che l’uomo occidentale desidera sempre di più “per consumare” nel fare e nel realizzare un “paniere” di desideri addizionali; la crescita dell’individualismo narcisistico; la crisi della relazionalità familiare; l’emergenza di comportamenti negli stili di vita di tipo “polisessuale”; la crisi di identità e delle certezze nelle regole e nelle culture europee; l’anomalia degli obiettivi da raggiungere da parte delle giovani generazioni e la centralità della crisi demografica in tutta Europa.

Per il dottor Sorbi, siamo di fronte ad un trionfo del “relativismo etico nei temi familiari e del corpo” e ad una crisi del ruolo paterno. Contemporaneamente, appare il “’superuomo’ inteso come capacità di un insieme di comportamenti polimorfi e anche, in diverse parti del corpo, in applicazioni artificiali automatizzate come cyber-punk o come inseminazione artificiale”.

In questo contesto, il Presidente del MpV ambrosiano scorge spazi importanti “per testimoniare e orientare nuove iniziative per difendere la persona sin dal suo concepimento e per collegare queste tematiche antropologiche alle nuove opere educative sul territorio”.

Sorbi ha concluso che è possibile individuare “un processo di ‘controcorrente’ socio-culturale, ancora minoritario in Europa, che trova dei momenti di aggregazione pubblica in cui possono essere capovolti i rapporti di forza educativi verso quella immoralità ed insicurezza diffuse da un ‘pensiero debole’ che vuole annullare tutti i limiti culturali necessari per produrre dei comportamenti dei soggetti umani in grado di realizzare un’Europa personalista e comunitaria”.

La vittoria della ragione

La vittoria della ragione

la-vittoria-della-ragione_bigCome il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza

Incontro del 18 Giugno 2007 – E’ intervenuto Massimo Introvigne

L’opera di Stark è divisa in due parti. Il punto di partenza è: la religione non è un fenomeno secondario che deve essere spiegato attraverso cause economiche e sociali, ma è al contrario la realtà che spiega – non da sola – un gran numero di fenomeni sociali, politici ed economici. Né si tratta solo della religione considerata a sua volta come un fenomeno sociale: l’idea di Dio che ciascuna religione propone ha conseguenze decisive per la vita associata. Il Dio cristiano ha questo di particolare: ha creato il mondo secondo ragione, il che implica che le leggi dell’universo possano essere – sia pure mai completamente – scoperte e comprese dalla ragione umana.

 

Le più significative innovazioni intellettuali, politiche, scientifiche ed economiche introdotte nello scorso millennio sono riconducibili al cristianesimo e alle istituzioni a esso collegate. E’ alla teologia cristiana che dobbiamo attribuire la vera origine della ragione. Mentre infatti le altre grandi religioni hanno posto l’accento sul mistero, sull’obbedienza e sulla meditazione, il cristianesimo ha abbracciato la logica e il pensiero deduttivo aprendo la strada alla libertà e al progresso.

Il cristianesimo inventa anche la nozione di persona umana, dotata di libertà e responsabilità; dotata di diritti e di doveri. Questi diritti implicano anche la libertà politica e la tutela della proprietà privata, benché quest’ultimo diritto non sia concepito come assoluto ma subordinato alle esigenze del bene comune, secondo una casistica che raggiungerà il suo apice con la Scolastica del Medioevo. Scienza, libertà della persona e proprietà privata sono le tre basi dell’economia «moderna», che in realtà non è affatto moderna ma è medievale. Nel Medioevo, senza saperlo, l’Europa cristiana sorpassa il resto del mondo nei settori della scienza, dell’organizzazione politica e dell’economia: «l’idea secondo cui nel Medioevo l’Europa sprofonda nell’oscurità è una mistificazione creata ad arte dagli intellettuali irreligiosi e violentemente anti-cattolici del secolo XVIII (…)» 

La seconda parte del testo entra nel dettaglio della storia europea. L’affresco che Stark traccia è quello dello sviluppo del “capitalismo” anzitutto in Italia, dove sono inventate la banca moderna e il sistema assicurativo, con un primato europeo incontrastato che dura fino al XVI secolo e che fa sì che l’Italia, pure politicamente e militarmente debole, domini economicamente il continente. Queste imprese italiane non operano nonostante ma grazie alla religione cattolica, i cui insegnamenti morali sono parte integrante della formazione del personale, cui del resto sono date istruzioni perché in tutta Europa una parte dei profitti sia destinata alla carità e al culto. Solo molto lentamente, profittando di situazioni geografiche favorevoli e d’innovazioni tecnologiche nel settore tessile e minerario, il “capitalismo” italiano trova concorrenti a Nord: dapprima nelle Fiandre (cattoliche), da cui il modello capitalista passa solo più tardi nell’Olanda (protestante); quindi nell’Inghilterra (anglicana). Il declino del primato italiano nel Seicento è collegato alla perdita di uno dei tre elementi necessari secondo il modello di Stark perché il «capitalismo» fiorisca: la libertà politica, confiscata da signorie dispotiche e soprattutto dal dominio francese e spagnolo. Al termine dell’opera, Stark si chiede: se è vero che «il cristianesimo ha creato la civiltà occidentale», questa è ora in grado di camminare senza la religione? Secondo il sociologo americano ci sarebbero in teoria motivi per sostenere l’ipotesi secondo cui la fiducia in un mondo che funziona secondo leggi razionali, che la ragione può scoprire, è penetrata così profondamente nell’immaginario collettivo occidentale da potere sopravvivere per generazioni anche separata dalla sua origine storica, che deriva dalla nozione cristiana di Dio e della creazione. Ma ci sono due elementi che mettono in dubbio questa ipotesi. Il primo è lo stesso tema di questo mio libro: il declino dell’Europa, Il secondo è il successo del cristianesimo in tutti i Paesi non europei che intraprendono il cammino della modernizzazione scientifica, della libertà politica e dell’economia moderna.

Inaugurazione del CCC San Benedetto – La figura di San Benedetto e le radici cristiane dell’Europa

Giovedì 10 Maggio 2007 presso il il salone de IL GABBIANO si è svolto l’incontro di inaugurazione del Centro Culturale Cattolico San Bendetto,

Sono intervenuti all’incontro Mons. Giovanni Balconi Responsabile Diocesano dei Centri Culturali sul tema “Il significato di un Centro Culturale oggi a Milano” e la Dottoressa Maria Pia Alberzoni Docente di Storia Medievale all’Università Cattolica di Milano sul tema “La figura di San Benedetto e le radici cristiane dell’Europa”. Hanno portato un loro saluto il Presidente del Consiglio di Zona 7 Accame e il responsabile cittadino del Coordinamento dei dei Centri Culturali della Diocesi Cattaneo.

Riportiamo qui di seguito alcune catechesi  e interventi di Benedetto XVI sulla figura di San Benedetto.

ZI08040902 – 09/04/2008
Permalink: http://www.zenit.org/article-14013?l=italian

Benedetto XVI presenta la figura di San Benedetto da Norcia

Catechesi per l’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 9 aprile 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le parole pronunciate questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale in piazza San Pietro dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato sulla figura di San Benedetto da Norcia.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo.

Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”.

La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.

Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.

Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.

All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta.

Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

BENEDETTO XVI ( Piazza San Pietro – Domenica, 10 luglio 2005)

Cari fratelli e sorelle!

Domani ricorre la festa di San Benedetto Abate, Patrono d’Europa, un Santo a me particolarmente caro, come si può intuire dalla scelta che ho fatto del suo nome. Nato a Norcia intorno al 480, Benedetto compì i primi studi a Roma ma, deluso dalla vita della città, si ritirò a Subiaco, dove rimase per circa tre anni in una grotta – il celebre “sacro speco” – dedicandosi interamente a Dio. A Subiaco, avvalendosi dei ruderi di una ciclopica villa dell’imperatore Nerone, egli, insieme ai suoi primi discepoli, costruì alcuni monasteri dando vita ad una comunità fraterna fondata sul primato dell’amore di Cristo, nella quale la preghiera e il lavoro si alternavano armonicamente a lode di Dio. Alcuni anni dopo, a Montecassino, diede forma compiuta a questo progetto, e lo mise per iscritto nella “Regola”, unica sua opera a noi pervenuta. Tra le ceneri dell’Impero Romano, Benedetto, cercando prima di tutto il Regno di Dio, gettò, forse senza neppure rendersene conto, il seme di una nuova civiltà che si sarebbe sviluppata, integrando i valori cristiani con l’eredità classica, da una parte, e le culture germanica e slava, dall’altra.

C’è un aspetto tipico della sua spiritualità, che quest’oggi vorrei particolarmente sottolineare. Benedetto non fondò un’istituzione monastica finalizzata principalmente all’evangelizzazione dei popoli barbari, come altri grandi monaci missionari dell’epoca, ma indicò ai suoi seguaci come scopo fondamentale, anzi unico, dell’esistenza la ricerca di Dio: “Quaerere Deum”. Egli sapeva, però, che quando il credente entra in relazione profonda con Dio non può accontentarsi di vivere in modo mediocre all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale. Si comprende, in questa luce, allora meglio l’espressione che Benedetto trasse da san Cipriano e che sintetizza nella sua Regola (IV, 21) il programma di vita dei monaci: “Nihil amori Christi praeponere”, “Niente anteporre all’amore di Cristo”. In questo consiste la santità, proposta valida per ogni cristiano e diventata una vera urgenza pastorale in questa nostra epoca in cui si avverte il bisogno di ancorare la vita e la storia a saldi riferimenti spirituali.

Cardinale RATZINGER (Subiaco – 1° aprile 2005)

Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui, ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto la porta all’incredulità.

Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità.

Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini.

Abbiamo bisogno di uomini come Benedetto da Norcia il quale, in un tempo di dissipazione e di decadenza, si sprofondò nella solitudine più estrema, riuscendo, dopo tutte le purificazioni che dovette subire, a risalire alla luce, a ritornare e a fondare a Montecassino, la città sul monte che, con tante rovine, mise insieme le forze dalle quali si formò un mondo nuovo. Così Benedetto, come Abramo, diventò padre di molti popoli. Le raccomandazioni ai suoi monaci poste alla fine della sua regola sono indicazioni che mostrano anche a noi la via che conduce in alto, fuori dalle crisi e dalle macerie. “Come c’è uno zelo amaro che allontana da Dio e conduce all’inferno, così c’è uno zelo buono che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna. È a questo zelo che i monaci devono esercitarsi con ardentissimo amore: si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore, sopportino con somma pazienza a vicenda le loro infermità fisiche e morali… Si vogliano bene l’un l’altro con affetto fraterno… Temano Dio nell’amore… Nulla assolutamente antepongano a Cristo il quale ci potrà condurre tutti alla vita eterna”